Come to the dark side, we have cockies… o forse abbiamo la spiegazione per l’ignoranza di questo Paese.

Ciò che state per legge forse vi sconvolgerà. Forse vi farà tremare le ginocchia. Ma so che non potrete crederci: il vostro idolo indiscusso –cioè io, perché, modestamente, sono troppo eccelsa per non essere amata- è passato al lato oscuro. Ma come!, vi direte, lei che è la paladina dei buoni!

Oh, mi lusingate, ragazzi. Troppo buoni.

Ma, apparentemente, sono davvero passata al lato oscuro. Volete le prove? Eccole –accludo anche la spiegazione fatta dalla povera anima candida e sensibile che ha scoperto i miei orribili piani-.

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Cattura

Ammettetelo, non l’avreste mai pensato: sono una malvagggggia maschilista che difende i pedofili –sì, Lizzie sono io e si vede anche-. Oppure c’è qualcosa sotto? Potrebbe essere che la nostra indignata speciale si sia dimenticata un pezzetto della storia?

Se indovinate vi regalo un peluche.

Un regalo per voi, cocchi.

Bravissimi! Effettivamente c’è sotto qualcosa! Ma cosa? Be’, per raccontarvelo bisogna tornare indietro a ieri, quando Aibell ha deciso di pubblicare la propria lista #idontneedfemminism, spammandola sia su MDM che su Femminismo VS Resto del Mondo –pagina che vi consiglio, nel caso non ci siate mai passati-.

Ovviamente l’articolo riscuote subito molto successo tra le femminarde –ripeto, non sono femministe e sinceramente non me la sento nemmeno di chiamarle donne. O esseri umani. O mammiferi. O animali. O esseri viventi… e nemmeno virus, perché sarebbe come offendere i virus e, be’, non so se sapete quanto siano fantastici i virus, che stanno lì, a metà tra la vita e la non vit… okay, sto divagando, la smetto-, che iniziando a dar di matto come un cavallo punto sulle terga da un tafano. Nello specifico, le animucce candide si scandalizzano per il fatto che Aibell non sia particolarmente favorevole all’idea che una sua possibile figlia dodicenne posi discinta su Ask et similia o che le torni a casa con la pagnotta in forno. Sia mai! Madre retrograda, malefica, incapace –e credo che qualcuno le abbia augurato di essere sterile. Amore, se ci sei, credimi, conosco poche persone che promettono di essere buone madri ed Aibell è tra di loro. Di te non posso dire lo stesso, vista la cattiveria-, ecc…

Insomma, il solito, nulla di nuovo dal fronte occidentale.

Ovviamente i commenti vengono screenati e spediti –giuro, io non c’entro, ieri sera non ero in grado di intendere e di volere e stamattina men che meno- a Femminismo VS Resto del Mondo ed il solerte admin provvede a postare il tutto -tutto che sulla pagina MDM è stato celermente eliminato, presumo dalla stessa admin-.

E ovviamente, visto che non sto mai zitta e, dopotutto, io Aibell la conosco, commento –vedere sopra e qua, se volete scoprire come si chiama questo pezzo di gnocca del vostro idolo indiscusso, muahahah!-. Sì, ma vedete, non era un commento generale, era più un commento mirato, riferite a quello che dicevano le nostre rivoluzionare del circolo del cucito, ossia che se tua figlia fa determinate cose non è colpa sua che nella testa ha la segatura, ma tua perché non l’hai educata.

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Capito? Qua non si parla di bambini che vengono a contatto con dei pedofili per pura botta di sfiga, ma di dodicenne che fanno las Mayas desnudas su Ask –o ChatRoulette o quello che volete- e si espongono volontariamente al rischio di essere contattate, se non da un pedofilo, per lo meno da una manica di morti di figa o di essere svergognata pubblicamente. Ragazzi, capiamoci, le stesse autorità sconsigliano di pubblicare foto di bambini su Internet per il rischio che un pedofilo possa vederli e risalire alle loro identità, figuriamoci cosa dicono quando si parla di ragazzine nemmeno adolescenti che posano più nude che vestite.

Adesso, non so voi, ma se mia madre mi avesse mai beccata  a fare cose così, mi avrebbe uccisa e sciolta nell’acido e non sto scherzando, lo avrebbe fatto sul serio. Non so come siano le madri di queste progressiste, ma sono l’unica la cui madre le ha sempre detto “come ti ho fatto, ti disfo”? Però, non pensavo che gli italiani fossero così avanti… modello svedese, proprio.

Ma effettivamente il mio commento era un invito a violentare bambini, non di certo un modo per dire “senti bionda, i bambini puoi educarli quanto vuoi, controllarli quanto vuoi e comunque sia sono facilmente manipolabili e facilmente adescabili”. Ve la ricordate Cappuccetto Rosso? “Non parlare con gli sconosciuti, figlia mia”, invece la bambina fa l’esatto opposto e alla fine viene mangiata –o, per meglio dire, stuprata-. E no, nella fiaba originale non arriva nessun cacciatore, perché nella vita nessuno ti salva da queste cose.

Ho giustificato gli abusi sui minori? Ho colpevolizzato le vittime? Ovviamente sì, sia mai che io sia innocente da queste accuse. Io sono una donna malvagia e oppressa, maschilista e tutto quello che volete, quindi per forza di cose devo aver scritto una cosa simile, poco importa che a me sembri di aver detto tutt’altro, evidentemente soffro di allucinazioni o non sono in grado di intendere e di volere, perché, per forza di cose, se do torto a loro, io sono pazza. Strano, mi sembrava che questo metodo lo usassero i nazifascisti…

Naaa, probabilmente mi sbaglio. No, anzi, di sicuro mi sbaglio, del resto sono una donna oppressa, come faccio a capire quello che dicono le donne libere?

Insomma, la vostra idolA è passata al lato oscuro. Venite pure, che ci sono i biscotti!

Tornando seri un attimo, vorrei ovviamente rispondere alla posta dei fan.

Lizzie presenta:

Una produzione di Lizzie&Lizzie Pictures. Presto nei migliori cinema.

Iniziamo da B.S.:

Ma davvero sono arrivati a prendersela con le bambine se un pedofilo le adesca? Ma questi delirano.

“Cherie, hai ragione, deliro. Altrimenti non proverei a far ragionare le persone per tre quarti del mio tempo e lo sfrutterei in modi migliori, tipo portarmi avanti con Downton Abbey. Ah, gnorri, sono una donna.”

Poi è il turno della grandissima G.L., mia grandissima ammiratrice:

Per principio non ho censurato i nomi, questa e’ apologia di reato. La pedofilia e’ un reato, e se responsabilizzi la vittima sei solo un bastardo apologeta di un crimine atroce.

Hai ragione, io ho commesso apologia di reato. Solo che, sweety, non puoi dimostrarlo, visto che ho già spiegato su Femministe VS Resto del Mondo il mio post, visto che, evidentemente, non siete in grado di leggere oppure non volete farlo e vi attaccate a tutto per dimostrare di aver ragione. Intanto bastarda te lo tieni per te, altrimenti potrebbe partirmi veramente la pazienza e decidere di denunciarti per calunnie ed ingiurie e io, tua differenza, ho gli estremi per farlo. Tu non censurare, va tranquilla, che se continui così, nel caso dovessi consegnare gli screen alla postale, nemmeno io censurerò il tuo, dato che mi hai calunniata attribuendomi un reato mai commesso… quanti anni di carcere ci sono per le calunnie?”

E come dimenticare l’admin di MDM?

Ma questa tizia non è fan della nostra pagina?

“Honey, lo ero, finché tu, da brava donna dal cuore puro quale sei, mi hai bannata dopo averti svergognata. Motivo? Hai bannato un ragazzo senza altre ragioni che non fossero il sesso. Tranquilla, parati pure il culo quanto vuoi, ma lo sappiamo che sei sessista. Peccato, la pagina aveva pure iniziato bene… ma ormai è il ritrovo del disagio.”

Oh, ma quante letterine! Adesso è il turno di P.M.P., che ha una sigla che sembra quella di un esplosivo. Figo! E, oltretutto, mi ha mandato così tante lettere! Non posso credere di avere fan così accaniti!

Questa ha problemi serissimi

Se davvero quello che la ragazza voleva scrivere è questo, non siamo di fronte a un caso di analfabetismo funzionale da parte di chi legge, perché per come è scritto la condanna al pedofilo non si evince da nessuna parola, mentre si sottolinea che le bambine, anche ricevendo insegnamenti adeguati, si fanno “incantare” facilmente. Se si vuole dare un messaggio, bisogna anche saperlo scrivere. Esempio: “Se non hai insegnato”… sciura, di bambine di nove, dieci anni che sono state abusate da un pedofilo tratte in inganno da una caramella o una carezza ne ho viste anche troppe. Un genitore può insegnare e controllare, ma poi ci sono dei limiti dovuti all’ingenuità della gionane età che non riconosce il pericolo e non se ne sa difendere”. Ecco, così si capisce che la colpa non è delle bambine, il contenuto è solo leggermente più articolato. Ma per come è scritto l’originale, mi dispiace, si presta ad un altro tipo di intrerpretazione.

Se non si ha voglia di scrivere con chiarezza, non ci si deve poi lamentre che il messaggio non arrivi. Se sei sicura della tua interpretazione per conoscenze personali, ne prendo atto. Se no è un’opinione diversa ma valida quanto la mia, né più né meno. E vedi che non ti sto insultando né dando dell’analfabeta funzionale. Se mi devo basare solo sulla frase scritta, mi sembra un “il genitore insegna, la la bambina si fa incantare comunque”. Sarà quel “incantare” che evoca leggerezza da parte di chi subisce piuttosto che respondabilità di chi si avvantaggia della vulnerabilità della vittima

(Ne riporto solo una parte, troppa roba, ma grazie comunque, darling)

“Eh, lo so di avere problemi serissimi. Capita, quando la gente non sa leggere l’italiano ed estrapola ciò che vuole da altri documenti. Tipo voi, per essere chiare, quindi poche ciance, non sapete leggere e, a prescindere, prima di dar di matto avreste potuto chiedere da dove venisse lo screen o contattarmi. Tanto il mio nome era lì… o non vi basta il coraggio per parlare in faccia alla gente che accusate di commettere reati?”

Ringrazio anche K.E., B.W.C. e S.P. –tranquilla, so benissimo come ragionano i bambini e accanto a ragazzini costretti a fare sesso con adulti o ragazzi, ce ne sono anche tanti che vengono raggirati. A volte basta prendere un bambino che viene da una situazione piena di disagio e fargli credere di essere amato, altre basta promettere qualcosa a cui il bambino o il ragazzino attribuisce un certo valore, che siano del cibo o dei dolcetti o un giocattolo o dei soldi, ecc… e di queste storie ne ho sentite abbastanza, non crede, ché dopo la terza bambina sotto i quattordici che ha fatto sesso con gente di almeno vent’anni più grande che incontri, capisci perfettamente come gira il mondo; ma il raggiro non è quello che, dopotutto, si fa coi bambini per convincerli di qualcosa? “Mangia questo e ti do un biscotto”, “se fai il bravo ti compro un giocattolo”, “se prendi ottimo, ti porto al cinema”, ecc… I pedofili sono più furbi di quanto pensiate, lavorano spesso a contatto coi bambini e hanno imparato a guadagnarsi la loro fiducia e questo, tecnicamente, è raggiro e spesso, troppo spesso, i bambini ci cascano, perché sono creaturine ingenue che non hanno ancora chiaro quanto brutto sia il mondo- per il semplice fatto di aver fatto innalzare il livello medio nazionale di alfabetizzazione e di aver provato a capire cos’ho scritto senza avvalersi delle spiegazioni for dummies che sono stata costretta ad aggiungere poi.

Mi fate tornare la fiducia nel genere umano.

Per tutte le altre, dico solo una cosa: vi va bene che sono buona e cara e al momento io abbia problemi più seri di quattro sgallettate che invece di andare a scuola, probabilmente, andavano a fumare e leggere il Cioè ai giardinetti pubblici e che nella vita non hanno di meglio da fare che sparare cazzate, altrimenti io gli estremi per una denuncia –contrariamente a voi- li avevo tutti e vi avrei fatto sputare sangue in tribunale. Ma al momento questa è la mia filosofia di vita:

Comunque sia, la prossima volta che fate le indignate e strepitate a destra e a manca, prima assicuratevi di aver ragione, poi, forse, iniziate a piangere e strapparvi i capelli per la malvagggggità delle schifose come le migliori attrici drammatiche, perché prima o poi vi andrà di sfiga e partiranno denunce a raffica. Forse non da me, forse non dal prossimo che prenderete di mira, ma prima o poi troverete qualcuno che vi farà abbassare la cresta.

Ed intanto io ho trovato la spiegazione ai nostri pessimi risultati agli Invalsi.

Lassie, non sei divertente.

Lo so, vocina, lo so.

Aggiornamento delle nove e zerouno: io sono il Grande Fratello. Io tutto vedo e tutto so. No, la realtà è che ogni tanto mi prendo lo scrupolo di leggere quella pagina disagevole, soprattutto se parlano di sua Eccelsitudine Me Medesima. 

Per la cronaca, S.P., mia madre mi ha piantata come un pacco postale quando non sapevo nemmeno allacciarmi le scarpe. Ciò non toglie che, nonostante non abbia mai mosso un dito per educarci e io abbia dovuto imparare a cavarmela da sola per qualsiasi cosa, da come si mette un assorbente a come difendersi degli altri, mi avrebbe comunque ammazzata per una cosa simile. Che poi i ragazzini d’oggi siano delle bestie allo stato brado è anche vero, ma, legalmente, io ero ragazzina fino a tre anni fa, quindi se ci sono arrivata io con tutti i neuroni in ordine alla mia eccelsa età, direi allora che il problema non sono solo i genitori, ma che c’è qualcosa di più profondo nell’insieme. 

Che poi consideri il mio post scritto da cani, va benissimo, tua liberissima opinione. Ma ti sembra il caso di farne una questione di stato quando comunque è palese che non stia proteggendo nessun pedofilo e senza prima chiedere chiarimenti alla diretta interessata? Non vi sarei mica saltata alla gola se mi aveste detto in faccia, come delle persone corrette, “secondo me hai scritto una cazzata“. Avremmo potuto parlarne tranquillamente e basta e magari arrivarne anche ad una, invece la signorina G. ha voluto fare del sensazionalismo, perché lei, povera, ha il cuore tenero.

E no, non vi sto prendendo in giro, è che non ritengo necessario essere eccessivamente seria per una cosa seria. Meglio metterla sul ridere e basta. 

Comunque è sempre indicativo il fatto che sappiate di poter commentare qua ma ignoriate la cosa. Fate come volete, io l’opportunità di parlare ve l’ho data.

Ah, ultima cosa… con tutto il rispetto per Katta, ma se mi facessi un fake non userei mai un nome come quello -che, oltretutto, mi ricordi Katnis Everdeen… cioè, no…-. Prima di accusare a cazzo di cane, provate a cercare le prove. 


Pubblicità progresso: Siete stufi della misandria dilagante delle femminarde? Le teorie sulla superiorità delle donne vi hanno sfrantecato i coglioni? Non ne potete più di discorsi insensati e caccia alle stregh… agli stregoni e alle loro meretrici? Passate su Femminismo VS Resto del Mondo. E passate anche al lato oscuro.

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Informazione di servizio

Gli articoli che posto qua sono miei -a meno che non siano stati ribloggati-: li ho scritti io, perdendo anche ore di sonno, quindi, se voleste usarli, dovrete chiedere il permesso a me, non prenderli e farne ciò che volete senza il mio consenso. Non è detto che ve lo neghi, se voleste farne buon uso ve li presterei senza problemi -con l’obbligo di citarmi, perché, comunque, quel lavoro è mio, non vostro-, ma il permesso va chiesto: si tratta di miei proprietà intellettuali ed è anche un discorso di onestà.

Se scopro che a qualcuno ha preso “in prestito”, per non dire rubato, un mio lavoro senza dire nulla, lo svergogno davanti a tutti, quindi vi pregherei di essere corretti per evitare che io diventi cattiva.

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Maleficent is a feminist heroi… wait, what?!

Vi son mai capitate quelle recensioni che, una volta lette, vi lasciano basiti? Sì, quelle che ti fan pensare che o tu e chi l’ha scritta non abbiate visto lo stesso film o che qualcuno non abbia capito niente del film e quel qualcuno non sei tu? Ecco, questa è una di quelle volte.

Ora, se vi siete persi i miei precedenti articoli sul femminismo –qua e qua-, vi consiglio di leggerveli, perché presumo che saranno abbastanza di aiuto per capire ciò che segue.

maleficent-2014-film-posters-16Il film in questione è Maleficent. Spero che l’abbiate visto e, se non lo avete fatto, fatelo o leggetevi la trama, perché è l’unico modo per capire ciò che dirò.

Allora, in soldoni il film è la rielaborazione dark della fiaba della Bella Addormentata –che non era già abbastanza dark di suo, no?-, cosa che va molto di moda al momento: Cappuccetto Rosso Sangue –che ho amato-, Biancaneve ed il Cacciatore –se non l’avete ancora visto, non fatelo, perché non ne vale la pena: la Stewart è inespressiva ed incapace come sempre. Certo, qualche secondo di Charlize Theron semi-desnuda e Chris Hemsworth nei panni del rude e sozzo cacciatore potrebbero giustificare l’acquisto del DVD… ma no-, Hansel e Gretel- Cacciatori di streghe –se ignorate il fatto che il film non ha un cazzo a che fare con la fiaba ed è la quintessenza dell’assurdo, è godibile. Tanto sangue, tante botte, tanti effetti speciali, trama passabile anche se non è uno dei migliori film usciti in questi anni e poi ci sono Jeremy Renner e Gemma Artenton che riequilibrano tutto il trash della pellicola-, ecc…

‘Nzomma, le fiabe in salsa “botte, sangue, violenza, alé, alé” tirano parecchio, anche se Maleficent è un po’ particolare, in quanto la storia non si concentra sulla bella principessa Aurora, ma sulla fata cattiva, Malefica. Oddio, non è un’innovazione di chissà quale portata, anche in Biancaneve ed il Cacciatore viene fatta una certa introspezione di Ravenna, la regina cattiva: si spiega il suo passato e si motiva il suo percorso. Che poi è l’unica cosa che salva tutto il film, che, per il resto, è di un piattume da far paura.

Ma, insomma, nessuno sano di mente direbbe che Ravenna è un personaggio femminista: tutte le infanzie difficili che tu possa aver avuto e la paura di invecchiare non possono giustificare atti criminali e lievi propensioni alla follia. E allora perché Malefica diventa un inno al femminismo?

Vi avverto, siete in tempo per chiudere tutto, ignorare questa recensione della recensione e fingere che il mondo sia bello e rosa: non vi biasimerò. Se invece volete continuare a leggere, sedetevi, prendetevi una birra e godetevi lo show.

Stavo dicendo… ah, sì, Malefica come modello di femminismo. Ora, se avete visto il film, probabilmente sarete perplessi come me, se non lo avete visto, confido che abbiate letto la trama.

Ma chi è l’autore di questa sparata che, per usare un eufemismo, è un filino esagerata e presa per i capelli?

Ecco a voi:

.... uccidetemi

Per dovere di cronaca, si tratta di uno degli admin della pagina –qua il link– e presumo che sia proprio la Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne” ma non ne sono sicura al 100%. Per dovere di cronaca dico anche di non averlo visto –il documentario, intendo-, ma che me ne avevano parlato molto bene e quindi presumevo di trovarmi davanti ad una persona abbastanza scrocca da non scrivere certe boiate. Sbagliavo.

Vocina nella testa: “Lassie, sei troppo ottimista.”

Lo so. Brutto vizio, dovrei smettere.

La mia domanda è: che film ha visto la signora? No, perché a me un paio di cose, nella recensione, non tornano, ma direi di analizzarle con molta calma.

Prima di tutto, direi di partire con una domanda basilare: ma la signora ha mai letto la fiaba della Bella Addormentata? Mi sa di no, altrimenti non avrebbe mai scritto ciò: “Il film ribalta secoli di stereotipi sulle donne che qui non sono in competizione sulla bellezza, tutt’altro.

Wut?! Da quando Rosaspina e la fata cattiva sono in competizione per la bellezza?! Non è che la sciura si confonde con Biancaneve e la matrigna? No, perché la fiaba in questione con due donne che si scannano per vedere chi è più bella ha poco o niente a che fare.

Ecco a voi la versione integrale e originale della storia:

C’era una volta un re e una regina, ch’erano tanto tanto arrabbiati di non aver figli. Visitarono tutte le acque del mondo: voti, pellegrinaggi, devozioni spicciole, tutto inutile. Alla fine però la regina divenne gravida e partorì una bambina. Si fece un bel battesimo; si dettero per comari alla principessina tutte le Fate ch’erano in paese (sette se ne trovarono), affinché ciascuna le facesse un dono, come usavano le Fate a quel tempo, e così la principessina ebbe tutte le perfezioni immaginabili.
Dopo la cerimonia del battesimo, tutta la brigata tornò a palazzo reale, dove un gran festino era preparato per le Fate. Davanti a ciascuna fu messo un magnifico piatto con un astuccio di oro massiccio contenente un cucchiaio, una forchetta e un coltello di oro fine, ornati di diamanti e rubini. Ma mentre si pigliava posto a tavola, eccoti entrare una vecchia Fata, che non era stata invitata, perché da più di cinquan’anni non usciva dalla Torre, e la si credeva incantata o morta.
Il re le fece dare un piatto; ma non ci fu modo di darle un astuccio d’oro massiccio come alle altre, visto che solo sette se n’erano ordinati per le sette Fate. La vecchia si figurò che la disprezzassero e brontolò fra i denti qualche minaccia. L’udì una giovane Fata che le stava vicino, e pensando che quella avrebbe potuto fare alla principessina qualche malefico incantesimo, s’andò a nascondere, subito dopo tavola, dietro una tenda, per esser così l’ultima a parlare e poter riparare alla meglio al male che avrebbe fatto la vecchia.
Le Fate intanto incominciarono a fare i loro doni alla principessa. La più giovane le promise ch’essa sarebbe la più bella ragazza del mondo; la seconda che avrebbe spirito come un angelo; la terza che avrebbe una grazia impareggiabile in ogni cosa che facesse; la quarta che ballerebbe a per-fezione; la quinta che canterebbe come un usignuolo, e la sesta che sonerebbe a meraviglia ogni sorta di strumenti. La vecchia Fata, venuta la sua volta, disse, crollando il capo, più dal dispetto che dalla vecchiaia, che la principessa si bucherebbe la mano con un fuso e ne morrebbe.
Il terribile presagio fece rabbrividire tutti e non ci fu un solo che non piangesse. Sbucò in quel punto di dietro la tenda la giovane fata, e disse forte queste parole: “Rassicuratevi, re e regina: è vero ch’io non ho tanto potere da disfare quel che ha fatto la mia anziana. La principessa avrà la mano bucata da un fuso; ma invece di morirne, cadrà solo in un sonno profondo, che durerà cento anni, in capo ai quali il figlio di un re verrà a svegliarla”.
Il re, per cansare la disgrazia annunziata dalla vecchia fata, fece subito pubblicare un bando col quale si proibiva a chicchessia di filare col fuso o di aver fusi in casa, pena la testa.
Dopo quindici o sedici anni, un giorno che il re e la regina erano andati a una loro villa, la giovane principessa correndo qua e là pel castello e passando da una camera all’altra, montò fino in cima ad una torre, in una soffitta, dove una buona donna se ne stava soletta a filar la sua conocchia. La buona vecchia niente sapeva della proibizione del re. “Che fate, brava donna? domandò la principessa. — Filo, bella giovane, rispose la vecchia che non la conosceva. — Ah, che bella cosa! esclamò la principessa; e com’è che fate? Date qua; voglio vedere se son buona anch’io.” Detto fatto; e poiché era vivace e un po’ stordita, ed anche perché così ordinava la sentenza delle fate, si bucò la mano col fuso e cadde svenuta.
La buona vecchia, molto imbarazzata, chiama aiuto. Si corre da tutte le parti; si spruzza d’acqua la faccia della principessa; la slacciano; le battono nelle mani; le strofinano le tempie con l’acqua della regina d’Ungheria: tutto inutile!
Allora il re, che era rientrato in palazzo e che subito accorse al rumore, si ricordò della pre-dizione delle fate, e pensando giustamente che la cosa doveva succedere poiché le fate l’aveano detto, fece allogare la principessa nel più sontuoso appartamento del palazzo, sopra un letto tutto ricamato d’oro e d’argento. Pareva un angelo, tanto era bella; poiché il deliquio non le avea tolto il vivo incarnato delle guance e il corallo delle labbra. Solo gli occhi avea chiusi, ma la si sentiva respirar dolcemente, e ciò facea capire che non era morta.
Ordinò che la lasciassero dormire in pace fino al tempo assegnato. La buona Fata che le avea salvato la vita condannandola a dormir cent’anni, trovavasi nel regno di Matacchino, dodicimila leghe lontano, quando alla principessa capitò la disgrazia; ma in un attimo ne fu avvertita da un nano che avea degli stivali di sette leghe, cioè che facean sette leghe in un sol passo. La Fata partì all’istante, e in capo ad un’ora arrivò sopra un carro tutto di fuoco tirato da dragoni e smontò nella corte del castello. Il re le porse la mano e l’aiutò a metter piede a terra. Ella approvò quanto da lui era stato fatto; ma, preveggente com’era, pensò che al momento di svegliarsi la principessa sarebbe stata molto imbarazzata trovandosi sola soletta in quel vecchio castello. Che fare? a che espediente ricorrere? In meno di niente, trovò.
Toccò con la sua bacchetta tutto quanto trovavasi nel castello, fuorchè il re e la regina: go-vernanti, dame d’onore, cameriere, gentiluomini, ufficiali, maestri di casa, cuochi, guatteri, galoppini, guardie, svizzeri, paggi, fantini. Toccò anche tutti i cavalli delle scuderie, non che i palafrenieri, i grossi mastini della corte, e la piccola Puff, la cagnetta della principessa che le stava accanto sul letto. Toccati appena; tutti si addormentarono per destarsi poi nel punto stesso della loro padrona, per esser pronti a servirla. Perfino gli spiedi che stavano sul fuoco, carichi di fagiani e pernici, si addormentarono, e così pure il fuoco. Tutto ciò in un momento. Le Fate non andavano per le lunghe.
Allora il re e la regina, baciata la figlia loro senza svegliarla, uscirono dal castello e fecero bandire che a chiunque era proibito avvicinarvisi. Del divieto non c’era bisogno, perchè in un quarto d’ora, crebbero tutt’in giro al parco tanti e tanti alberi grandi e piccoli, tanti cespugli e spine ingrovi-gliati, che nè bestie e nè uomo vi potean passare; non si vedea più che la cima delle torri del castello, e anche da molto distante. Certo era pure questo, un colpo della Fata affinchè la principessa ad-dormentata non fosse disturbata dai curiosi.
In capo a cent’anni, il figlio d’un regnante di allora, appartenente a una famiglia diversa da quella della principessa dormiente, trovandosi a caccia da quelle parti, domandò che mai fossero certe torri ch’ei vedeva spuntare di mezzo a un bosco foltissimo. Ciascuno gli rispose secondo ne avea sentito parlare. Dicevano gli uni che quello era un vecchio castello visitato dagli spiriti; gli altri che tutti gli stregoni del paese vi tenevano il loro sabbato. La credenza più comune era che un orco vi abitasse, e che là dentro ci si portasse quanti bambini potea prendere per mangiarseli a comodo, senza che si potesse seguirlo, visto che egli solo aveva potere di aprirsi un passaggio nel folto del bosco.
Il principe non sapea che pensare, quando un contadino prese la parola e gli disse: “Principe, più di cinquant’anni fa, mi diceva mio padre che in quel castello c’è una principessa la più bella che si possa vedere, che vi dovea dormire cent’anni e che l’avrebbe svegliata un figlio di re, cui ella era destinata.”
A questo discorso il giovane principe si fece di fuoco. Credette subito che toccasse a lui met-ter fine alla bella avventura, e spinto dall’amore e dalla gloria, deliberò di veder all’istante di che si trattasse. Non appena si avanzò verso il bosco, tutti quegli alberi, quei cespugli, quelle spine, si aprirono da sè per dargli il passo. Egli andò diritto al castello che sorgeva in fondo a un gran viale: stupì un poco però, vedendo che nessuno dei suoi l’aveva seguito, poichè gli alberi si erano ricon-giunti, appena passato lui. Andò avanti lo stesso. Un giovane, principe e innamorato, è sempre valo-roso. Entrò in una ampia anticorte, dove ogni cosa alla bella prima era capace di agghiacciarlo dal terrore. Un silenzio terribile; dapertutto l’immagine della morte; corpi distesi di uomini e di bestie che parevano morti. Il principe si avvide nondimeno al naso impustolito e alla faccia rossa degli svizzeri, che questi erano solo addormentati, e le tazze ancora contenenti qualche goccia di vino mostravano chiaro che s’erano addormentati bevendo.
Traversa una gran corte lastricata di marmo. Monta la scala, entra nel salone delle guardie, e le trova schierate in fila, carabina a spallarme, e russando della grossa. Traversa varie sale zeppe di dame e gentiluomi che tutti dormivano, chi ritto e chi seduto. Entra infine in una camera tutta dora-ta, dove, sopra un letto dalle cortine aperte da ogni lato, vide il più bello spettacolo che mai avesse visto, una fanciulla tra i quindici e i sedici anni, luminosa, splendida, divina. Si accostò ammirato e tremante e le s’inginocchiò vicino.
Allora, poichè la fine dell’incanto era arrivata, la principessa si svegliò, e guardandolo con occhi più teneri che un primo incontro non consentisse: “Siete voi, mio principe? gli disse; quanto vi siete fatto aspettare!” Estasiato da queste parole, e più dal modo con cui eran dette, il principe non sapeva come attestarle la sua gioia e la riconoscenza. Le giurò di amarla più di sè stesso. Parlava imbrogliato epperò piaceva di più: con poca eloquenza e molto amore si fa molto cammino. Egli era più imbarazzato di lei, il che è naturale. La principessa aveva avuto tutto il tempo di pensare alle cose da dirgli; perchè sembra (la storia non lo dice però) che la buona Fata, durante il lungo sonno, le procurava la dolcezza di piacevoli sogni. In somma, già da quattr’ore si parlavano, e non s’erano dette la metà delle cose da dirsi: “Come! bella principessa, esclamava il principe guardandola con occhi che si esprimevano molto meglio delle parole, la sorte amica mi mise al mondo per servirvi? Solo per me cotesti begli occhi si aprirono, e tutti i re della terra, con tutta la loro potenza, non avrebbero ottenuto quel che io ottenni col mio amore? — Sì, caro principe, rispose la principessa, solo in vedervi io sento che siam fatti l’uno per l’altra. Voi vedevo, con voi discorrevo, voi amavo, durante il mio sonno. La Fata mi aveva empito la fantasia dell’immagine vostra. Io già sapevo che l’uomo destinato a toglier l’incanto sarebbe stato più bello dell’amore, che più di sè stesso mi avrebbe amato, e appena comparso, vi ho subito riconosciuto.”
Intanto tutto il palazzo erasi svegliato con la principessa. Ciascuno pensava al proprio ufficio, e poichè non tutti erano innamorati, si morivano dalla fame, tant’era che non mangiavano. La dama di compagnia, non meno degli altri impaziente, disse forte alla principessa che la carne era in tavola. Il principe aiutò la principessa ad alzarsi. Era già vestita di tutto punto; ma egli si guardò bene dal dirle che era vestita come la vecchia nonna e che portava il colletto alto d’una volta. Non per questo era meno bella.
Passarono in una sala di specchi, e cenarono. Violini ed oboi sonarono motivi vecchi di cent’anni, ma sempre belli; e, dopo cena, senza perder tempo, il primo grande elemosiniere glì sposò nella cappella, e la dama d’onore tirò loro le cortine. Dormirono poco. La principessa non ne aveva gran bisogno e il principe la lasciò a punta di giorno, per tornarsene in città, dove il re suo padre do-vea stare in pensiero per lui.
Il principe gli disse di essersi sperduto a caccia nel bosco, e di aver dormito nella capanna di un carbonaio, che aveagli dato da mangiare pane nero e formaggio. Il re, che era un brav’uomo, gli credette; ma la regina madre non si capacitò, e vedendolo andare ogni giorno a caccia e trovar sem-pre delle scuse quando aveva dormito fuori due o tre notti, sospettò di qualche amoretto. Parecchie volte, per farlo discorrere, gli disse che la vita bisogna godersela; ma egli non osò mai confidarle il segreto: le volea bene ma ne avea paura. Ella era di razza orca e il re l’avea solo sposata perchè ricca a milioni. Susurravasi anzi in corte che avesse tutte le inclinazioni degli orchi, e che vedendo passare dei bambini, a gran fatica si tratteneva per non acciuffarli: sicchè il principe niente le disse. Durante due anni continuò a vedere in segreto la cara principessa e l’amò sempre più forte. Il mistero gli conservò il gusto d’una prima passione, e tutte le dolcezze dell’imene non valsero a scemare gl’impeti dell’amore
Ma venuto il re a morte, e vistosi egli padrone, dichiarò pubblicamente il matrimonio, e si recò in gran pompa a prendere la regina sposa nel suo castello. L’entrata nella capitale fu una cosa magnifica.
Qualche tempo dopo, il re andò a far la guerra all’imperatore Cantulabutta, suo vicino. Lasciò alla regina madre la reggenza, e molto le raccomandò la reginotta, ch’egli più che mai adorava, dopo averne avuto due figliuoletti, una bambina che chiamavano Aurora e un bambino cui davano il nome di Giorno, a motivo della loro somma bellezza. Il re doveva passare tutta l’estate alla guerra; e non appena lo vide partito, la regina madre mandò la nuora co’ bimbi a una casa di campagna nei boschi, per aver più agio di saziare l’orrenda sua voglia. Vi andò pochi giorni dopo e disse una sera al suo maestro di casa: “Mastro Simone, domani a pranzo voglio mangiare la piccola Aurora. —Ah! Maestà, esclamò il maestro di casa… — Così voglio” riprese la regina con la voce di un’orca, che ha la voglia di mangiar carne fresca.
Il pover’uomo, vedendo che con un’orca, non c’è da scherzare, prese il suo trinciante, e montò in camera della piccola Aurora. La bambina aveva quattro anni, e ridendo e saltando gli si gettò al collo e gli domandò dei confetti. Egli si mise a piangere e il trinciante gli cadde di mano. Se n’andò allora giù al pollaio e tagliato il collo a un agnellino, lo condì con una salsa così gustosa, che la cattiva regina gli giurò di non aver mai mangiato niente di più squisito. Nel tempo stesso, portata via la piccola Aurora, il maestro di casa la consegnò a sua moglie perchè la nascondesse nella casetta da loro occupata in fondo al cortile.
Otto giorni dopo la cattiva regina disse al maestro di casa: “Mastro Simone, stasera a cena voglio mangiare il piccolo Giorno”. Quegli non fiatò, deciso di ingannarla come l’altra volta. Se ne andò dal piccino, e lo trovò con in mano un piccolo fioretto tirando di scherma con uno scimmione. Eppure non aveva che tre anni. Lo portò alla moglie che lo nascose con la piccola Aurora, e diè in cambio alla cattiva regina un capretto tenerissimo, ch’ella trovò prelibato. Le cose fin qui erano an-date lisce; ma una sera, la cattiva regina gridò con voce tremenda: “Mastro Simone! mastro Simo-ne!”. Egli accorse e si sentì dire: “Domani voglio mangiare mia nuora!” Allora sì che mastro Simone disperò d’ingannarla. La reginotta aveva vent’anni passati, senza contare i cent’anni che avea dormito. Avea la pelle un po’ dura, benchè bella e bianca; e come fare per trovar nella corte una be-stia di quell’età! Deliberò dunque, per aver salva la vita, di tagliar la gola alla reginotta, e montò in camera di lei con l’intenzione di non pensarci su due volte. Entrò, cercando di eccitarsi al furore, col pugnale in mano. Non volle però pigliarla alla sprovvista, e con gran rispetto le comunicò l’ordine ricevuto dalla regina madre. “Fate, fate pure, le diss’ella, porgendo il collo; eseguite l’ordine che vi si è dato. Andrò a rivedere i miei bimbi, i poveri miei bimbi, che tanto ho amato!” Li credeva morti, dopo che glieli avevan tolti senza dirle niente.
“No, signora, no, rispose il povero mastro Simone, tutto intenerito, voi non morrete. Andrete a rivedere i vostri cari bimbi, ma in casa mia, dove gli ho nascosti, ed io ingannerò ancora una volta la regina, dandole a mangiare una cervetta in cambio di voi”.
Subito la condusse in casa di sua moglie, dove la lasciò ad abbracciare i suoi bimbi e a pian-gere con essi, e se n’andò a cucinar la cervetta che l’orca mangiò a cena col medesimo gusto che se fosse stata la reginotta. Era contentissima della sua crudeltà, e si preparava a dire al re, quando fosse tornato, che i lupi arrabbiati avean divorato la regina consorte e i due piccini.
Una sera che gironzava, come al solito, pei cortili del castello per fiutare qua o là della carne fresca, udì di dentro a una camera a terreno il piccolo Giorno che piangeva perchè la mamma lo vo-lea far frustare per una cattiveria da lui commessa, e udì pure la piccola Aurora che implorava per-dono pel fratello. L’orca riconobbe la voce della reginotta e dei bimbi, andò su tutte le furie per l’in-ganno patito, e ordinò la mattina appresso con quella voce spaventosa che tutti facea tremare, che si portasse nel bel mezzo del cortile una grande tinozza. Fece poi empir questa di rospi, vipere, bisce e serpenti, perchè la reginotta e i bimbi vi fossero gettati, non che mastro Simone, sua moglie e la serva. Avea dato ordine di menarli tutti con le mani legate dietro la schiena.
Erano già sul posto, e i carnefici si preparavano a gettarli nella tinozza, quando la reginotta domandò in grazia che almeno le facessero sfogare il suo cordoglio; e l’orca, per malvagia che fosse, consentì. “Ahimè! ahimè! proruppe la povera principessa; debbo dunque morire così giovane? È vero che da molto sono al mondo; ma ho dormito cent’anni, e non è giusto che questi contino. Che dirai tu, che farai, povero principe, quando tornando qua non ti vedrai venire incontro per abbracciarti nè il piccolo Giorno così grazioso nè la piccola Aurora cosi carina, quando io stessa non vi sarò più? Se io pìango, per te piango; tu ci vendicherai forse, ahimè! su te stesso. Sì, miserabili, che obbedite ad un’orca, il re vi farà tutti morire a fuoco lento.”
L’orca, udite queste parole che erano assai più di uno sfogo di cordoglio, urlò invasa dalla rabbia: “Obbedite, carnefici, e si getti all’istante nella tinozza questa ciarliera.” Subito si accostarono i carnefici alla reginotta e l’afferrarono per la sottana; ma in quel punto stesso, il re, che non era così presto aspettato, entrò a cavallo nella corte. Avea viaggiato co’ rilievi di posta, e domandò stupito che cosa significava quell’orrendo spettacolo. Nessuno avea coraggio di dirglielo, quando l’orca, ar-rabbiata di vedere quel che vedeva, si gettò da sè a capofitto nella tinozza, e fu in un attimo divorata dalle sozze bestie che vi aveva fatto mettere. Il re ne fu dispiacente; ma subito se ne consolò con la bella moglie e i figliuoletti.

(da Ti racconto una fiaba)

In questa fiaba, dunque, c’è tutto, dall’omicidio allo stupro, fuori che la fata cattiva e la bella principessa in competizione per l’aspetto fisico. E quindi che stereotipi dovrebbe ribaltare il film? No, per capire, perché o sono stupida io, o chi ha scritto quel commento lo ha fatto senza sapere di cosa stesse parlando: la fata incanta la povera bambina perché pensava che gli altri la disprezzassero in quanto non era stata invitata al battesimo della pupetta e non c’erano regali per lei, non perché la lattante –vi faccio notare che quando questa fiaba venne inventata, i bambini si battezzavano subito dopo il parto, perché quelli che morivano prima del primo anno di vita erano la regola, non l’eccezione- fosse più bella di una donna che viene descritta come “vecchia”. Quindi, ripeto, gli stereotipi ribaltati dove sono? Non ci sono, semplicemente. Al massimo la storia è stata stravolta.

“Qui si racconta di un mondo perfetto che viene inquinato dalla presenza MASCHILE , alla ricerca di potere e che non si ferma davanti a nulla, nemmeno all’amore sublime di MALEFICA.”

E qua, in parte, potrei darle ragione. Ma solo in parte. Devo dire che, a parte che, essendo una fiaba, ovviamente l’ambientazione è stata romanzata, tutto sommato Maleficent racconta il Medioevo dell’immaginazione popolare, quello delle fiabe, pieno di creature magiche, incantesimi, streghe, principesse, principi, re, regine e draghi e quindi mi sembra un filino ovvio che l’esercito nemico e, in generale, i personaggi umani più attivi fossero proprio degli uomini. Lo so che la storia è un optional, ma le donne, nel Medioevo, soprattutto se di nobile lignaggio, avevano due scopi nella vita: sposarsi –matrimoni combinati, eh, non vi pensate chissà cosa: ti sposavi con chi diceva tuo padre e sempre e solo per il tornaconto della tua famiglia- e figliare. E magari sopravvivere al parto, ma quella è un’altra storia.

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Questa è una dannata guerra. Fino a sessant’anni fa in guerra, a combattere, ci andavano gli uomini. C’è qualcosa che non vi torna in questo ragionamento?

Non era previsto che le donne andassero in guerra o regnassero e la legge salica in materia di successioni non se la sono inventata i Savoia nel Milleottocento, anche se poi ci sono stati casi di donne di un certo rilievo in campo politico o militare, ma erano eccezioni, non la regola, quindi direi che sì, l’altro mondo, il mondo umano, almeno in Maleficent, è maschile. Grazie mille… se ci avessero mostrato le cucine del castello e le stanze della regina o il mercato del villaggio, avremmo visto una marea di donne. Ripeto, fantastico o reale che sia, parliamo del Medioevo e non è che la fiaba originale brilli di grandi presenze femminili.

Comunque, diamo per buono il fatto che il cattivo di turno sia un uomo… ma perché è proprio la presenza “maschile” –maschile ad indicare il genere in toto, come se si trattasse di una qualche malattia infettiva- ad aver inquinato il luogo bello ed incontaminato? Io vorrei far notare che il problema principale non era uomini e donne, ma il fatto che Re Enrico fosse invidioso e spaventato dal regno delle fate, la Brughiera, che custodiva sia ricchezza che magia. Se proprio vogliamo trarne lezioni di carattere morale, potremmo dire che la storia, almeno fino a questo punto, parla dell’odio per il diverso o lo sconosciuto e quindi potrebbe avere vaghe allusioni al razzismo e la xenofobia, non al sessismo di stampo machista.

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Certa gente dovrebbe scegliersi meglio gli amici…

Comunque, il regno viene sconvolto da un uomo –a questo punto si parla di Stefano- che non si ferma davanti all’amore sublime di Malefica, una fata che si occupa di proteggere la Brughiera e di cui è amico fin dall’infanzia. A questo punto, se volessimo tirar fuori un’altra lezione di carattere morale, potremmo vederci un monito contro coloro che mettono la carriera ed il potere prima dei sentimenti di coloro che amano, ma, in ogni caso, l’amore di Malefica non è sublime: è l’amore di una ragazzina che si è presa una sbandata per l’unico uomo che conosce e che gli rimane fedele. Non c’è nessuna sublimazione dell’amore, non c’è nessun sentimento perfetto ed idealizzato, c’è solo una giovane donna ingenua ed innamorata che non è così diversa dai personaggi di altri tremila film e cinquemila libri. Anche Emma Bovary era innamorata ed incredibilmente ingenua, ma non mi sembra che sia annoverata tra le eroine del femminismo. Ma facciamo finta che tutto ciò abbia un senso e che l’autrice della recensione non abbia visto nel film ciò che voleva vederci.

“Il film ha profondi significati simbolici ( la scena in cui l’uomo taglia le ali di Malefica, richiama lo stupro anche per le conseguenze che avrà).”

A me sembra che quella scena sia tutto, fuori che uno stupro. Il gesto di Stefano ha una doppia valenza: da un lato è sì il modo per ottenere il potere, ma dall’altro è anche quello per preservare la vita di Malefica, che lui ama –anche se, probabilmente, non con la stessa intensità di lei-. Del resto la fata dormiva, narcotizzata dallo stesso Stefano e lui aveva un coltello: quanto gli ci sarebbe voluto per tagliarle la gola e portarne il cadavere a Re Enrico per essere nominato suo erede? Perché lasciarla vivere con la possibilità che lei potesse palesare la propria esistenza anche quando, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere morta, almeno secondo le parole dell’uomo? Perché Stefano avrebbe dovuto esitare, se il suo atto avesse dovuto simboleggiare lo stupro? Non avrebbe dovuto essere qualcosa di istintivo, immediato, privo di qualsiasi implicazione emotiva che potesse far pensare a pietà e compassione? Eppure Stefano prova dei rimorsi di coscienza –sta tradendo colei che lo ama per quello che è o, per lo meno, che era e che si fida incondizionatamente di lui-, è incerto prima di colpire la ragazza che gli è stata amica e gli ha dato amore e fiducia e, alla fine, decide di tagliarle le ali e non di ucciderla, che poi sarebbe la ragione che l’aveva spinto ad andare nella Brughiera per cercarla.

Malefica non doveva vivere: Re Enrico aveva ordinato di ucciderla. Stefano le ha solo strappato le ali, ma le ha lasciato la vita e la magia. Io non vedo nessuna allegoria dello stupro, vedo solo un cretino che non ha le palle di liberarsi di una possibile minaccia. Ossia, uno che Il Principe di Machiavelli non l’ha letto. Ma uno stupratore? Andiamo, su… ripeto, che senso avrebbe mostrare uno stupratore che prova rimorso e dolore per quello che fa? Che senso ha indurre lo spettatore e provare un briciolo di comprensione e, alla fine, di pietà anche per Stefano? Nessuno.

“Ma un elemento su tutti è coraggiosissimo: l’uomo è portatore del male in un mondo perfetto e puro femminile. Tanto che il bacio che sveglierà la principessa non sarà quello di un bel principe, che c’è ma è figura secondaria, ma quella di una mentore donna maggiore, Malefica appunto.
Le donne trionfano, la figlia perde il padre cattivo e non versa una lacrima( forte simbolismo sulla morte del patriarcato), gli uomini ci sono ma non hanno più un ruolo prinicipale.”

E qua capiamo l’intendo di questa recensione, ossia l’ormai abusatissimo “teorema nazifemminista” –il primo che lo definisce femminista, le busca-: gli uomini sono il male, l’aggressività, l’imperfezione e la negatività in generale, le donne sono la bontà, la compassione, la perfezione e la positività in generale. Vabbé, sciura, le piace vincere facile, evidentemente, peccato che abbia beccato qualcuno che il film l’ha visto e meglio di lei.

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Una barriera di spine, un trono che nessuno le ha dato e delle guardie del corpo alte come l’Empire State Building e voi me lo chiamate perfetto e puro? A sto punto il fascismo è stato solo lo scherzo di quel gran burlone del Benny… maddai…

L’uomo è portatore del male? Sicuri sicuri? Facciamo un breve riassuntivo di ciò che segue il taglio delle ali: Malefica, tradita dal suo amore e priva di una parte fondamentale della sua persona –le ali-, da di matto ed erige una barriera attorno alla Brughiera, per poi autoproclamarsi signora del regno delle fate e darsi ad un look da dominatrice sadomaso. Un mondo puro e femminile? Magari no, visto che la cara fatina instaura un regno del terrore o qualcosa che si avvicina molto ad uno Stato di polizia, ergo non è proprio una monarca illuminata.

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Stefano capisce che forse ha commesso ‘na cazzata…

Stefano, invece –che nel frattempo, fingendo di aver ucciso la sua vecchia fiamma, ha sposato la figlia di Re Enrico ed è diventato il sovrano del regno degli uomini-, l’ha probabilmente sottovalutata e ne paga il prezzo: la fata, completamente fuori di sé e spinta dal proprio odio, fa irruzione al battesimo della figlioletta del nuovo Re e la maledice: la bambina morirà il giorno del suo sedicesimo compleanno pungendosi il dico col fuso di un arcolaio. Sì, lo so, lo so, in realtà dovrebbe dormire per sempre e svegliarsi col bacio del vero amore –inteso come amore incondizionato-, ma, seriamente, quante possibilità ci sono? E Malefica fa il mio stesso ragionamento: lei, grazie a Stefano, non crede più al vero amore e quindi è sicura che nessuno riuscirà mai a risvegliare la pupattola dal suo sonno eterno. Per di più, vista l’epoca in cui è stata inventata la storia, pungersi con un fuso era comune come oggi sono comuni le code in autostrada a ferragosto, quindi la fata sapeva perfettamente che Aurora non aveva possibilità di scampare al proprio destino.

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L’amore fatto a donna: ha appena maledetto una neonata perché il padre di lei l’ha scaricata, prendendola decisamente per il naso e si è sposato un’altra. Davvero, Madre Teresa di Calcutta è una principiante rispetto a Malefica.

Ma immagino che Malefica sia buona, no? Eh certo, buonissima. Guardiamo in faccia la realtà: se per vendicarti del tuo ex gli ammazzi o cerchi di ammazzargli la figlia appena nata, tanto buona non sei, visto che la bambina non ti ha fatto assolutamente nulla. Quindi Malefica non è un personaggio positivo o, per lo meno, non lo è in toto: è una normalissima donna che fa un errore grande come una casa spinta dalla propria emotività e dall’odio. Lo stereotipo dell’ex-fidanzata imbufalita e gelosa, insomma. Com’era il discorso del sovvertire gli stereotipi?

Per parlare di stereotipi, vogliamo parlare anche delle altre donne del film, ossia Aurora, le fate e la Regina Leila? Partiamo da quest’ultima: compare in una scena e fa la figura della stupida e della piattola. Invece che reagire e provare a salvare la figlia, rimane lì, piantata come un baccalà. Poi scompare nel nulla per il resto del film e sappiamo solo che muore, probabilmente consumata da qualche malattia o dal dolore.

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Hanno tra le mani una povera creatura che piange come una disperata per fame e le danno una carota. Ma perché?

Le fate, invece, sono un inno alla stupidità. Seriamente, per tutto il film avrei voluto picchiarle e ho disperatamente desiderato che mi ridessero indietro quelle del cartone Disney, che non ho mai potuto soffrire nemmeno da bambina, ma che avevano molto più senso di quelle tre teste vuote del film. Sono incapaci di capire la gravità delle situazioni che hanno davanti a loro, per ben quindici anni non si curano minimamente di Aurora, lasciando che la ragazzina si cresca da sé –con il generoso aiuto di Malefica, sul quale tornerò poi- e dimostrandosi più di una volta delle inette incapaci di prestare le più basilari cure parentali ad una bambina –che per poco non lasciano morire di fame-. Forse avrebbero dovuto risultare comiche, ma io le ho trovate solo deprimenti e non poco: più che ciarlare e litigare non fanno, sono la quintessenza del cliché della vecchia zia zitella un po’ svanita.

Aurora, però, ti spiazza. Da una parte l’ho apprezzata: grazie ai doni delle fate è rimasta un’anima candida e quindi si fida istintivamente di Malefica, che riconosce come sua fata madrina. Dall’altra non la potevo tollerare: mi ricordava troppo l’ingenuità di Biancaneve, la sua incoscienza che la porta dritta dritta alla morte. Certo, non è un personaggio negativo: è solo un personaggio molto, troppo dolce, puro e perfetto, un personaggio ingenuo che ancora non sa quanto sia brutto il rs_1024x759-131113070213-1024-1-maleficentmondo fuori dalla sua casetta e che, alla fine del film, nonostante le brutture che ha vissuto, rimane buona ed è in grado di impietosire e riportare Malefica alla ragione. Se fosse stata una ragazza normale, però, con le reazioni di una normale ragazza, non avrebbe potuto farlo: Aurora è una bambina di sedici anni -ha l’innocenza, la purezza, la fiducia istintiva dei bambini- ed è questo che la salva dalla maledizione e dalla cattiveria.

Il mondo di Maleficent non è un mondo puro e femminile, non è pervaso dal potere delle donne: al massimo è pervaso solo da vari tipi di amore e tradimento e dalle loro implicazioni.

Stefano ama Malefica e le strappa le ali ma le risparmia la vita. Malefica ama Stefano ed il suo tradimento scatena un odio talmente irrefrenabile da indurla a condannare a morte certa una bambina. Stefano ama la figlia ed impazzisce nel cercare la sua vendetta. Malefica ama Aurora e, alla fine, la salva –non Filippo, che, povero disgraziato, per Aurora al momento è solo una cotta e direi che è una visione abbastanza realista della cosa. Ve la ricordate da cara, vecchia Elsa che dice ad Anna “Non puoi sposare un uomo che hai appena incontrato?”. Ecco, spero che vi ricordiate anche che fine ha fatto il grande amore di Anna-.

Non è il rapporto maestra-allieva a salvare la principessa: Malefica non è la depositaria di segreti che poi trasmette alla sua discepola. Ciò che salva Aurora è l’amore di una madre, perché, alla fine, Malefica questo è: una madre. Più di Leila, che per Aurora rimarrà sempre una sconosciuta –e che pare morire proprio per il dolore della perdita della sua bambina-, più delle fate, che la amano ma non sono in grado di ricoprire un compito tanto gravoso: Malefica le sta accanto, la nutre, la protegge, la educa e alla fine le mostra il suo mondo.

Malefica salva Aurora perché la ama come se fosse sua, come se fosse la figlia che non ha mai potuto avere dal suo vero amore, Stefano. È intenerita da una povera creaturina indifesa che piange per la fame e la sfama, da una bimbetta che ruzzola giù da un burrone e la salva, dalla bambina che, riconoscendo in lei la figura che ricopre il ruolo di Leila, ormai lontana e dimenticata, l’abbraccia, dalla ragazza che la ritiene la sua fata madrina –e, nelle fiabe, la fata madrina generalmente ricopre quel ruolo di aiutante che, di solito, competerebbe alla madre della protagonista, spesso assente-. Però, che rivoluzione! Una donna cerca di lottare contro la mostruosità che lei stessa ha commesso perché ama la propria figlia! Adesso spiegatemi dove sarebbe la novità… Cos’è, l’ha inventato Malefica l’amore per la propria prole ed il ruolo di insegnante e mentore tipico delle madri di quasi tutte le specie di mammiferi a questo mondo?

È il bacio di Malefica a svegliare Aurora perché si rifà al concetto così osteggiato dalle nazifemministe dell’amore assoluto ed incondizionato di una madre per i propri figli. Tra Aurora e Malefica non vi è tensione amorosa né l’incontro di due persone che si scambiano segreti e nozioni: c’è il rapporto di una figlia con la madre adottiva, argomento che la Jolie conosce bene -e basterebbe solamente lo sguardo tra Malefica/Jolie e la piccola Aurora/Vivienne per capire cosa muove la fata-.

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“Mammà mi ha maledetta. Oh, quanto le voglio bene.” Seriously?

Aurora scappa da sua madre perché scopre la verità: Malefica l’ha maledetta, segnandone il destino per sempre e l’ha separata dai suoi veri genitori. Non importa che lei poi abbia sostituito sua madre, crescendola al meglio delle proprie possibilità: Aurora vede le bugie che hanno condizionato la sua esistenza ed identifica la fata come colei che ha ogni responsabilità. Dai, ammettiamolo, quanti di noi sarebbero felici di avere a che fare con una donna che ha minacciato la nostra vita a causa del proprio odio che eravamo solo dei poppanti e che ha causato il nostro allontanamento dalla nostra famiglia di origine? Quanti di noi sarebbero incazzati come delle bestie nello scoprire che i nostri genitori non sono morti, ma vivi e che sono là, da qualche parte, ad aspettarci mentre la donna che ci ha fatto da madre è la responsabile della nostra separazione? Quanti sarebbero nelle condizioni di amare chi ti ha privato della tua vera madre, della donna che, in teoria, dovrebbe essere morta, della donna che ogni tanto immagini, chiedendoti come fosse, di che colore fossero i suoi capelli, come suonasse la sua voce, come fosse starle in braccio? Ecco, appunto.

Però Malefica, anche se è ferita dalla fuga di Aurora, questa volta va a cercarla. Va da lei, anche se sa che potrebbe morire, perché la deve salvare, perché deve impedire che lei muoia ed il dolore che segue dopo non è quello di una maestra: è quello di qualcuno che ha perso la propria figlia. Il dolore assoluto del genitore davanti alla perdita per eccellenza, che però viene sconfitta dall’amore assoluto per i propri figli. What a cliché!

Ma non era così rivoluzionario? A me sembra la solita, vecchia storia: la madre ama incondizionatamente e assolutamente la propria prole. Condivisibile o meno, la trama, almeno fin qua, non parla di femminismo e siamo alle battute finali.

Il film si conclude con un’epica battaglia finale tra Malefica –aiutata dal famiglio Fosco che, per l’occasione, si è riconvertito in drago. Però, ecco cosa intendono quando parlano di flessibilità sul lavoro!- e Stefano. La fata è in difficoltà, perché il vecchio amante conosce il suo punto debole, ossia il ferro –in effetti un qualunque bambino inglese sa che le fate sono allergiche al ferro, ma dettagli- e ha creato una rete di metallo che la mette in ginocchio, ma Aurora, che ormai si è riappacificata con Malefica e ha capito che al padre manca evidentemente qualche rotella –perse in anni di paranoie-, libera le ali della fata, che Stefano aveva messo letteralmente in gabbia, in quanto, anche se amputate, continuano a vivere e desiderano tornare dalla loro padrona. Questo rovescia le sorti dello scontro e, alla fine, Stefano perisce facendo un volo di non si sa bene quanti metri proprio quando Malefica aveva deciso di non fargli la pelle.

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La paranoia fa danni seri alla salute mentale. Mi raccomando, se soffrite di manie di persecuzione, fatevi vedere da uno bravo.

Aurora non piange, ma ciò non significa che Stefano sia il patriarcato cattivo e lei il simbolo delle bellezze del matriarcato: non piange perché suo padre è pazzo, malvagio e, soprattutto, non aveva nessun legame affettivo con lei, anzi, quando l’ha rivista per la prima volta in anni si è limitato a rinchiuderla. Sì, l’ha fatto per il suo bene, ma di sicuro questo non è un buon modo per riallacciare i ponti con la propria figlia adolescente. Per di più, ha appena tentato di ammazzare l’unica persona che l’abbia mai amata incondizionatamente e che per lei rappresenta l’unica madre che abbia mai avuto, quindi direi che, tutto sommato, capisco l’assenza di lacrime. Stefano erano uno sconosciuto malvagio –fondamentalmente, lo stereotipo del padre violento e assente-, Malefica una madre che ama. Mi dispiace, niente allegorie sociali nemmeno qua.

E le donne hanno per forza di cose un ruolo principale, ma lo ha anche Stefano e lo si capisce bene: è lui ha mettere in moto tutti gli eventi che porteranno alla conclusione in cui Malefica incorona Aurora come regina della Brughiera, sottolineando che lei la riconosce come propria erede e che, assieme agli avvenimenti antecedenti, rafforza la relazione madre-figlia delle due e ristabilisce la ritrovata serenità di Malefica che, fondamentalmente, è guarita dal proprio dolore e dall’evidente umore nero grazie all’amore per la figlia, da migliore cliché.

Fine del film, andate in pace e che Frigga sia con voi.

No, fermi, ho detto una boiata! Sedetevi, che mancano le parti più divertenti.

L’autrice, arrivata a questo punto, dopo tutte queste considerazioni arditissime che si riconducono al teorema di cui sopra secondo cui l’uomo è il male e la donna il bene, decide bene di pararsi le divine terga, asserendo che “Ho scritto che è un film SIMBOLICO quindi non è un film CONTRO GLI UOMINI”.

Aaaaah, hai capito? Deciso che, forse, aveva un po’ calcato la mano col sessismo, decide di correre al ripari con una frase che suona molto come il famoso “non sono razzista, ma…”. Una frasetta buttata là, con evidenti fini politically correct, un po’ per proteggersi da possibili accuse di sessismo, un po’ per accattivarsi ancora un po’ le lettrici, facendosi passare per la paladina della giustizia libera da pregiudizi ma che dice alle nazifemministe esattamente ciò che vogliono sentirsi dire. Sciura, peccato che lei stessa abbia ammesso in maniera implicita che, almeno secondo la sua visione, questo è un film contro gli uomini e, per essere più precisi, ha affermato che “Qui si racconta di un mondo perfetto che viene inquinato dalla presenza MASCHILE”. Ma come? Il simbolismo non doveva essere male-friendly? Eppure più esplicito di così si muore: gli uomini portano distruzione e malvagità, quindi, fondamentalmente, sono un qualcosa di negativo in netta opposizione al mondo femminile, che più volte lei incensa, definendolo “puro”.

A casa mia, questo è sessismo, che va a braccetto con razzismo, omofobia, estremismo politico e religioso, ecc… Perché gli uomini sono un qualcosa che inquina? Eppure nel film è palese la presenza positiva di Fosco o sbaglio? Ma forse non è un problema del film: quello che lei ha scritto è l’esatta trasposizione del suo pensiero, del post-femminismo estremista e sclerotizzante che non vuole la parità tra sessi, ma la superiorità e la supremazia femminile sul genere maschile tramite l’identificazione di un nemico comune, malvagio e onnipresente nel sesso maschile nella sua interezza. I cristiani hanno il demonio, i suoi adoratori e gli infedeli, il Ku Kux Klan i neri che vogliono cancellare la razza bianca dalla faccia della Terra, gli omofobi i gay che vogliono stuprare e traviare i loro figli ed insidiare le istituzioni sociali percepite come “naturali”, le nazifemministe l’uomo-mostro, stupratore, violento, malvagio, oppressivo e pronto a nutrirsi, anche solo in modo figurato, di loro. Il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, ma moltiplicato per ogni singolo uomo sulla Terra, dai neonati ai moribondi: un unico, enorme nemico da combattere instaurando il “matriarcato”.

Ma cos’è il matriarcato? Be’, in teoria è il rovescio del patriarcato, che, per dirla con paroloni, “in antropologia, è un sistema sociale nel quale il potere, l’autorità e i beni materiali sono concentrati nelle mani dell’uomo più anziano dei vari gruppi di discendenza e la loro trasmissione avviene per via maschile, generalmente a vantaggio del primogenito maschio -organizzazione patrilineare-“; quindi il matriarcato dovrebbe trasmettere potere, autorità e beni materiali attraverso la linea femminile, a discapito dei maschi. In realtà, nel femminismo moderno, patriarcato è inteso come sinonimo di androcrazia, ossia di una particolare forma di governo in cui sono gli uomini ad avere il potere, mentre le donne ne sono escluse. Ciò che, fondamentalmente, auspicano queste femministe della domenica è presto detto: un rovesciamento della situazione. Da potere maschile a potere femminile.

Ma è un film modernissimo che annuncia un MATRIARCATO in arrivo e la fine del PATRARCATO. che, come abbiamo detto più volte, SARà BENEFICO PER TUTTE E TUTTI.

Eh, insomma. Il matriarcato dei Powhatan poteva essere benefico –forse- o, forse, il possibile matriarcato pre-Acheo, ma quello che viene proposto da certi elementi assomiglia di più a quello delle amazzoni, le donne guerriero che ammettevano nelle proprie fila solo le figlie femmine, abbandonando i neonati maschi che venivano rispediti al mittente –padri che, per altro, nemmeno erano sicuri di chi fosse figlio di chi-.

Se le premesse del “matriarcato benefico per tutti” sono queste, ossia la malvagità insita nel maschio, io due domande sui benefici che questa potrà portare me le pongo. Perché sarà benefico? Perché il mondo sarà retto da donne? Ma a voi nomi come Agrippina, Boadicea, Cleopatra, Hatshepsut, Semiramide, Lü Zhi, Elisabetta I, Vittoria del Regno Unito, Erzsébet Báthory o Darya Nikolayevna Saltykova vi dicono qualcosa? Non è che si tratti di personcine per bene, carine e pucciose che volevano rendere il mondo un paradiso di putti, nuvole di zucchero filato rosa e cuoricini, sappiatelo: la prime hanno governato su molti e diversi popoli o ci hanno provato. Hanno scalato il potere con intrighi o con botte di fortuna, hanno preso scelte poco condivisibili, hanno tradito, in alcuni casi perfino ucciso –come Lü Zhi, che ha ucciso la propria figlia neonata per ottenere il potere-, hanno condotto guerre e conquiste, attuato politiche a volte poco umane –come la Regina Vittoria- e cercato vendetta –come Boadicea-: hanno ottenuto il potere e l’hanno usato come meglio credevano, a volte a fin di bene, altre per capricci personali, ma né meglio, né peggio dei loro colleghi uomini. E che dire delle ultime due? Due tra gli assassini più prolifici e crudeli della storia: la prima ha ucciso, si stima, seicento ragazzine per farsi il bagno nel loro sangue, la seconda ha ucciso e torturato circa mille persone. Bello, nevvero?

Guardiamo in faccia la realtà: siamo donne, non dio. Non siamo né meglio né peggio degli uomini, a volte siamo buone, altre cattive; a volte agiamo a fin di bene, altre per il nostro tornaconto facendo del male agli altri. Il matriarcato non sarebbe né meglio né peggio del patriarcato, perché uno dei due sessi ci rimetterebbe comunque e visto che gli uomini non sono minorati mentali da accudire –magari possono essere un po’ anime semplici, come dice la saggezza popolare, ma non sono stupidi- e difendere da loro stessi, direi che non è questa la strada da intraprendere, a maggior ragione se la base del ragionamento è la loro supposta inferiorità morale.

Quindi, per concludere, i messaggi sono due: se dovete usare un film tipo “Settimana enigmistica”, assicuratevi di farlo bene e di non piegarlo per ragionamenti che non si reggono in piedi se non con un notevole sforzo di immaginazione e se dovete porvi come eroine moderne, con idee “all’avanguardia” e non vecchie di millenni, vedere di farlo bene. Altrimenti vi consiglio di venie a patti con la realtà delle vostre stesse idee.

 

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L’omosessualità ci deve piacere per forza? No, ma nemmeno le cazzate…

Ormai lo sapete: ho la lingua più lunga di quella del Diavolo, cosa che mi porta ad essere l’avvocato delle cause perse anche quando, evidentemente, chi c’è dall’altra parte non vuole sentire ragioni/usare il cervello. E che c’è di meglio per una rompipalle testona come me di pagine FB o video su YT pieni di cazzate? Ecco, niente, appunto.

Partiamo dalla premessa che prima o poi strozzo qualche mio amico che condivide cazzate sapendo che poi mi verrà un’ulcera e dovrò per forza ribattere –bastardi, lo so che lo fate di proposito- e che un video che si intitola “L’omosessualità ci deve piacere per forza?” e che viene descritto dicendo “Questa società ti impone di pensarla in un certo modo. Ma vaffanculo, letteralmente.” va preso per quello che è, ossia cazzate del solito fricchettone ignorante –e lo dico a ragion veduta- che ha deciso che fare il ribbbbbelle contro la società e ha scoperto che trattare di un argomento “caldo” fa aumentare le visualizzazioni, mi offre un bel modo per analizzare il problema di fondo del video.

Se poi lo youtuber è Zeb89, tremo, visto che ho letto solo opinioni negative sul suo operato e, probabilmente, so già che mi pentirò di aver cliccato sul link del video.

Iniziamo col dire una cosa: chiunque, in Italia, è libero di esprimere la sua opinione, perché è un diritto sancito dalla Costituzione italiana. Ma –che credevate, che non ci fosse un ma?- lo deve fare a fronte di una corretta informazione ed in modo consono, senza cadere nelle offese e nella calunnie, a maggior ragione quando l’argomento è complesso e molto sentito. Per me poi puoi dire quello che vuoi, ma non aspettarti di essere preso come una persona intelligente o come qualcuno di credibile se dici cazzate come nemmeno il peggior cattobigotto.

Direi di addentrarci nei meandri della follia “perché la follia è buia e piena di terrori” –semicit.- e partiamo subito dal primo dettaglio che salta all’occhio –o all’orecchio-, una premessa fondamentale, almeno per me: l’italiano.

Non sono un’habitué degli youtuber, lo ammetto. Ne ho seguiti parecchi e ne seguo tutt’ora, ma sono pochi quelli che ho salvato in “Iscrizioni” e solo uno è un gamer –gli altri, fondamentalmente, si occupano di cucina che, saltuariamente, tratta temi esterni ai videogame e i creepypasta. Il ragazzo è spagnolo –di Valencia, credo- e vi posso assicurare che, a parte i tipici strafalcioni di chi deve parlare mentre fa qualcosa di impegnativo o inventando sul momento un discorso, parla uno spagnolo più che decente.

Zeb89 no. Seriamente, faccio meno fatica a capire il portoghese parlato e, capiamoci, il portoghese è una brutta bestia, ma l’italiano di Zeb mi suona come una lingua totalmente sconosciuta: certe frasi non hanno davvero senso, la grammatica e la sintassi si sono evidentemente suicidate e, insomma, anche con tutta la buona volontà di questo mondo, non puoi prendere sul serio uno che parla in un modo simile, ma nemmeno un po’. Al massimo posso pensare che sia un ignorante e di sicuro questo non gioca a suo favore.

Dopo questa puntualizzazione, che si aprano seriamente le danze.

N.B.: le seguenti trascrizioni non sono opera mia –se non in rari casi contrassegnati dagli asterischi-, mi sono state gentilmente concesse da aibelldevereux. Ringraziate Aíbell, ragazzi, su.

N.B.#2: questa parte dell’articolo è strutturata tipo telecronaca al momento. Quello che state per leggere è la rielaborazione dei miei appunti presi a caldo, mentre guardavo il video –qui il link-.

L’inizio, in realtà, dice tutto. Il tono accattivante –o che cerca di esserlo- mi fa accapponare la pelle, perché mi ricorda quello dei santoni delle pseudoscienze e sapete che, con la mia lunga esperienza con questa gentaglia, le cazzate ormai le riconosco a pelle.

Il seguito –non sono nemmeno al primo minuto- conferma la mia opinione: cazzate, boria ed ignoranza everywhere. Al momento, soprattutto la seconda.

Alla gente non gli va bene che uno esprime la propria idea sul proprio canale (…) sarà possibile che uno non può dire la propria opinione? Sono affari miei ciò che io penso.

Tralascio di dire che “frocio” è un termine offensivo quanto “negro di merda” per arrivare subito al dunque: la gente è libera di dire ciò che vuole? Certo, liberissima. Finché non commetti un reato o violi la dignità altrui, va benissimo. Vuoi farlo? Fallo. Se però lo fai in pubblico o in un luogo, sia esso reale o virtuale, di facile accesso al pubblico, allora devi anche essere pronto a prenderti le tue responsabilità.

È questo il problema della “libertà di opinione”: la gente è convinta di poter dire ciò che vuole, quando vuole e come vuole senza prendersi le proprie responsabilità perché “eh, ma tanto sono libero di dirlo”. Non è così, per niente: se apri bocca, devi essere disposto ad accettare le conseguenze, sia in negativo che in positivo, a maggior ragione se stai insultando delle persone e se ti poni come personaggio pubblico, esprimendo le tue opinioni su una piattaforma come YouTube, dove chiunque può ascoltare ciò che dici ed esprimersi in modo più o meno educato.

Nessuno ti dice di tacere, ti si dice, semplicemente, di connettere i neuroni prima di parlare e, soprattutto, di avere le spalle larghe, perché è facile fare la fighetta contro il sistema, un po’ meno facile è affrontare il fatto di trovarsi davanti a delle critiche. Ti girano i coglioni perché non sai accettare questa grande verità? Mi dispiace, prima ti ci abitui, meglio è e se pure io ci ho fatto il callo –io, che non sono proprio un tipino zen e chi mi segue/conosce lo sa-, allora c’è qualcosa che non funziona e forse dovresti rivedere i tuoi propositi di fama.

Che mi costringono a fare video su questi argomenti che, se li evitassi, sarebbe più salutare per il mio canale*

Ciccio, capiamoci: non te l’ha ordinato il dottore di fare video sull’omosessualità. L’argomento ti mette a disagio o può ledere alla tua “celebrità”? La soluzione è semplice: ignoralo. Adesso, io capisco che se uno è come me, animato da una lingua lunga come quella del demonio, allora può essere che risulti difficile non mettere il becco in un argomento –ma persino io evito quelli che proprio mi schifano-, ma se davvero sei così a disagio, perché ne parli? Nessuno ti obbliga e se stai cercando di attirarti la simpatia di chi sta guardando, sappi che hai scelto la strategia sbagliata, ossia quella della vittima. Questione di marketing, lad: al 90% rischi di stare sul culo alla gente che, giustamente, si farà la stessa domanda che mi son fatta io.

Arcano svelato: anche Zeb89 ha la lingua lunga. O forse, più che lingua lunga, l’omofobia gli rode il culo –semicit.- e si sa che gli omofobi non solo hanno la coda di paglia, ma hanno la lieve tendenza a pararsi il culo l’uno con l’altro perché, probabilmente, sanno bene che le loro argomentazioni sono fragili e facilmente confutabili.

Oh, sì, perché Zeb89 è un omofobo della miglior specie e sto per dimostrarvelo, se avete la pazienza per lasciarmi arrivare al dunque.

Zeb89, nostro nuovo eroe byroniano, calca di nuovo la mano sulla libertà di espressione nel proprio canale, chiedendo a noi pubblico da casa se sia mai possibile che alla gente non sia concesso di esprimersi sul proprio canale senza che chi guarda il video critichi. Ripeto quello che ho detto sopra: quando apri bocca, per qualsiasi ragione al mondo, chi ascolta ha una reazione. Se Maria avverte Giuseppe di un incendio in corso nella loro abitazione, Giuseppe sarà messo in allarme e scapperà cercando di aver salva la vita; se io mando mia sorella a ciapà i ratt, mia sorella mi dirà di impiccarmi –per andarci leggeri-; se tu dici cazzate, la gente con un grammo di buonsenso contesterà. Mi pare una cosa logica e perfettamente normale, dato che la critica è una delle prerogative di un cervello evoluto come quello umano ed è, fondamentalmente, una delle armi che l’evoluzione ci ha dato per non fare la stessa fine dei dodo.

Evidentemente è logico e naturale solo per me. Che poi mi si voglia dire che certe critiche possono far male, non lo metto assolutamente in dubbio, ma se tu, a tua volta, hai insultato o espresso opinioni errate o in malafede, allora non ti chiedere com’è che ci sia gente che ti vuole rompere le reali terga, piuttosto fatti un esamino di coscienza.

Se a me non mi piacciono due che si inculano o che si leccano […] sono affari miei!*

A parte che “a me mi” non si dice e queste son cose che insegnano alle elementari, ma no, non sono affari tuoi, Zeb89, non nel momento in cui esprimi la tua opinione, espondendoti, dunque, alla libertà altrui di commentare la tua opinione in base alla propria sensibilità e alle conoscenze che si hanno in materia, cosa che sta alla base sia della società, sia della civile convivenza, sia dello stesso diritto di espressione. Non è difficile da capire, su!

Insomma, seriamente: chi cavolo si iscrive su YT per fare il gamer o trattare di argomenti di attualità se poi 1) non ha ben chiaro il concetto di “libertà di manifestazione del pensiero” e 2) in maniera molto presuntuosa fa ben capire che accetta solo critiche negative?! A questo punto disattiva i commenti e tanto di guadagnato, no? O cancellati direttamente! Ma è inutile fare il personaggio pubblico, se poi non sai gestire le contestazioni. Non per dire, ma Mandela è finito in galera per le proprie opinioni, quindi direi che uno youtuber può tranquillamente gestire la gente che gli da contro da dietro uno schermo o mi sbaglio? Che siete, anime troppo sensibili per questo brutto mondo?

Il nostro eroe impavido si lancia poi in paragoni al limite dell’assurdo, mettendo sullo stesso piano un’opinione potenzialmente lesiva verso un gruppo di persone –gli omosessuali- e un’opinione su una sostanza inanimata –le feci-. Wow. Premio Nobel per la letteratura.

No, aspettate, torniamo seri e facciamo un esempio migliore. Chi mi conosce sa che di aspetto sembro tutto, fuori che italiana ed, effettivamente, lo sono solo a metà e nemmeno troppo. Ora, se disgraziatamente io esprimo –cosa già successa, quindi niente condizionali- un’opinione sugli italiani in modo negativo, vi posso assicurare che mi mangiano viva. La stessa cosa succederebbe se esprimessi un’opinione simile, ma sugli etero –cosa che non mi vedrete fare mai-, mentre non accadrebbe parlando di broccoli –e non è del tutto vero-. Perché? Perché esprimere un’opinione basata su ignoranza o luoghi comuni su degli esseri umani è decisamente diverso dal parlare di cose inanimate. Puoi avere tutte le opinioni negative che vuoi, libero di farlo, ma sappi che esiste qualcuno che te le contesterà sempre perché a quel qualcuno può importare della X cosa o categoria umana che stai denigrando. Dai, siamo seri, queste cose accadono per libri, cd, viaggi… vuoi che non succedano quando si parla di persone? Ma dove vivi, a Fantasilandia?

Io non sono religioso (…) tutte le religioni sono stronzate per la gente handicappata che ha paura della vita (…) che sono persone vuote che hanno bisogno del sostegno morale perché siccome nella vita non fanno un cazzo di nulla hanno bisogno della religione

Prima di tutto, mi chiedo che cavolo di premessa sia, visto che questo non è un discorso religioso: omosessualità e religione c’entrano l’una con l’altra come i cavoli a merenda, visto che la prima è competenza dell’etologia umana, dell’antropologia e della sociologia, mentre la seconda della spiritualità. Il fatto che la religione vada poi ad influire sul modo in cui viene recepita l’omosessualità è scandaloso, ma, in ogni caso, questo video non ha le premesse di un discorso su questo tema, quindi perché inserire la religione?

Perché vuoi farci vedere che figone sei, tu che sei ateo? Bravo. Solo che non sei ateo, tu: sei ignorante. Semplicemente ignorante. Il periodo da atea l’ho avuto anch’io, sai? L’ho avuto quando la mia bisnonna, che per me è stata una figura materna nel bene e nel male, è morta. Avevo dodici anni e fu uno shock terribile, perché mi chiedevo cosa avessi fatto di male per essere abbandonata per l’ennesima volta da una persona equiparabile a mia madre e lì ho capito che anche la donna che consideravo realmente tale, mia nonna, prima o poi mi avrebbe lasciata. Ho smesso di credere per un po’, non mi sembrava possibile che esistesse qualcuno o qualcosa oltre questo mondo. Però, sai, la Bibbia, per lo meno, l’avevo letta in gran parte. Negli anni seguenti ho leggiucchiato anche il Corano. E, nonostante le storture che possono avere, li ho trovati affascinanti, addirittura sono arrivata ad avere un salmo che adoro tantissimo, il salmo ventitré: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.”

Lo trovo commuovente, esprime una fiducia e un ottimismo quasi infantili, ma è molto toccante e io sono tutto, fuori che cristiana.

Poi ho trovato la mia fede: è labile, sono più una donna di scienza che di superstizioni, ma l’ho trovata. Sono diventata neopagana, ma questo non mi impedisce di stimare cristiani, mussulmani, ebrei, induisti, atei, agnostici e quello che vuoi tu: finché la religione non è fissazione, finché non è un pretesto per farsi la guerra o per commettere mostruosità verso gli altri, finché non annebbia la ragione, allora non c’è niente di male. Un ateo non sente il bisogno di Dio, un cattolico sì e quindi? Cos’è, sei più intelligente tu di chi crede? Non credo. Anzi, nel tuo caso specifico, posso affermare che una drosophila potrebbe batterti a scacchi, quindi immagina te. Atei e credenti di tutte le religioni, finché non si fanno prendere dal fondamentalismo, sono intelligenti allo stesso modo.

La religione non è il surrogato che serve a riempire una vita vuota: è semplicemente credere in qualcosa di più grande di noi. O vorresti dirmi che un missionario in Africa ha una vita così vuota da aver bisogno della religione per riempirla? No, capiamoci, credo che uno che lavori in Paesi come il Mali abbia bisogno di tutto, fuori che di qualcosa per svagarsi dalla noia.

Ergo, non ti sei dimostrato figo, ma solo sciocco e molto superficiale. E no, tranquillo, di atei omofobi il mondo è pieno, quindi non tentare di pararti il culo o farti passare per un illuminato: buonsenso e pensiero razionale o pseudorazionale non vanno sempre a braccetto.

Anche a me i finocchi non è che mi piacciono

Ritorno a dire che “a me mi” non si dice, è un dannato erroraccio grammaticale. Comunque sia, a me non piaci tu, quindi? Non vedo perché dovrei farne una questione di Stato come hai fatto tu, che ti agiti e ti affanni per nulla. Calmati e segui un buon consiglio: prendi una bella bottiglia di vodka e svuotala riflettendo sul fatto che nessuno può stare simpatico a tutto il mondo. Certo che, se, però, questo è a causa dell’orientamento sessuale, si tratta di cattiveria pura.

Perché secondo me, anche il discorso del matrimonio e di adottare i figli tra coppie dello stesso sesso, io non sono d’accordo perché penso che ne risentirebbe l’educazione e la formazione della persona piccola che cresce. Credo che ne risentirebbe negativamente

Ah, ecco, sapevo che sarebbe venuto fuori questo discorso. Allora, mettiamo una cosa in chiaro per tutti gli omofobi in ascolto: a nessuno importa che voi siate d’accordo o no con i matrimoni tra persone dello stesso sesso per il semplice motivo che questi devono essere concessi nel momento stesso in cui si parla di matrimonio –o di unioni civili o come volete chiamarlo-. Il matrimonio, per definizione, è un contratto in cui due persone si impegnano a dare qualcosa per far funzionare un’impresa –perché, fondamentalmente, la famiglia è un’impresa-. Il matrimonio, nello Stato italiano, da poi l’opportunità di accedere a dei diritti che comprendono vari campi, dalla tutela in caso di separazione, a quella del rapporto con i figli o di poterli riconoscere in maniera automatica, alla possibilità di poter assistere il coniuge malato a quella di ereditare in caso di decesso del coniuge, senza contare che, a livello di società, il matrimonio è visto come una garanzia dell’amore tra due persone, delle loro intenzioni serie, ecc… oltre al fatto che si tratta di un rito di passaggio. Ergo, anche gli omosessuali hanno diritto a sposarsi, perché, come cittadini di uno Stato, devono godere delle stesse opportunità che vengono date agli etero a fronte di pari doveri, oppure li si può esentare da questi. Non li facciamo sposare? Benissimo, ma loro non saranno più tenuti a pagare le tasse.

Discorso simile per l’adozione e, più in generale, per l’affido di bambini a coppie omosessuali: della vostra opinione non se ne fa niente nessuno. Nel corso degli anni sociologi e psicologi hanno studiato i tutto sommato numerosi bambini che già vivono con famiglie “arcobaleno”; si tratta di bambini adottati in Paesi che lo consentono o avuti da donatori e madri surrogato o figli biologici di uno dei due genitori. Il risultato è interessante: questi bambini crescono esattamente come gli altri. Non hanno disturbi mentali, non hanno problemi relazionali, non diventano omosessuali in misura maggiore rispetto ai figli di coppie etero. Ancora più stupefacente, però, è il fatto che non ci siano studi che smentiscono tutto ciò. O meglio, ce ne sono alcuni, ma sono stati tutti respinti in quanto incompleti o faziosi e sono stati quasi tutti finanziati da gruppi religiosi o omofobi. Strana la vita, vero?

E no, tranquilli, i bambini non si sentirebbero confusi per la mancanza di una figura materna: la figura materna non è necessariamente né la madre, né la donna. Per chi conosce gli esperimenti di Harlow, risulta subito chiaro cosa sia la “figura materna”, ma visto che non tutti li conoscono, spieghiamo brevemente: la figura materna è rappresentata da quell’individuo che, durante il periodo di sviluppo del bambino, lo accudisce, soddisfacendo non solo i bisogni primari, ma, soprattutto, quelli sociali. Questa figura può essere incarnata sia da un uomo che da una donna, con o senza vincoli di parentela col bambino. Ergo, se un bambino cresce in una famiglia con genitori etero o gay, sposati, single o etero, cambia poco, basta che sia presente almeno un genitore che soddisfi i bisogni sociali e affettivi del pupo. Discorso chiuso.

Quindi, caro Zeb89, puoi avere tutte le opinioni che vuoi, ma, forse, prima di esprimerle pubblicamente –tu e tutti quelli come te- dovresti informarti un attimino e ragionarci sopra. Ha senso esprimere opinioni errate quando è possibile uscire dal campo delle pure astrazioni e farsi un’idea in base a ciò che si è scoperto? No, minimamente. Posso capirlo da un ragazzino o una persona molto anziana, ma da gente tra i sedici e i cinquantacinque anni no.

E quindi affermare “Poi io sono d’accordo che la gente deve essere libera di fare ciò che vuole A CASA PROPRIA” non ha senso. Allora io potrei tranquillamente ribattere che anche tu sei liberissimo di baciare la tua ragazza… ma a casa tua. La sessualità di una persona non è un reato, è una cosa naturale –a meno che non siano presenti patologie e devianze come la pedofilia, che, però, è un altro discorso- e non dovrebbe essere costretta a realizzarsi tra le mura domestiche e basta, altrimenti lo stesso deve valere per gli etero. È lo stesso discorso di prima: pari diritti per pari doveri e visto che questa non è una società divisa in cittadini di serie A e cittadini di serie B –almeno sulla carta-, o tutti hanno gli stessi diritti o non li ha nessuno. È una semplice questione di giustizia.

Ma ciò che segue è ancora meglio… è un terno al lotto… ma che dico! Qua ha sbancato tutte le ruote!

Non mi piacciono la gente che ci prova, perché è successo: la gente, i finocchi che ci provano. Guarda che io ricevo un casino di messaggi di sto genere di genti che a me fa schifo. Abbiate pazienza, che poi lo sanno che non son finocchio non è che devono venire a rompere i coglioni a me. Andate a cercà qualcuno che è più predisposto, non so, qualcuno che indossa la maglietta rosa

Primo pensiero: “okay, abbiamo toccato il fondo. Più giù di così non si può andare.

Secondo pensiero: “ma no, magari era ironico.

Terzo pensiero: “tu sei troppo ottimista, lassie. La fiducia nel prossimo lasciala agli altri.

Eh già, sono troppo ottimista, penso di aver raggiunto livelli di stupidità da damsel in distress. Purtroppo Zeb89 è serio. Troppo per essere preso per un burlone di prima categoria. Voglio volutamente ignorare quel “genti”e la lingua con cui si esprime, perché per il mio cuoricino sarebbe troppo anche se il mio ECG era non buono, ma da manuale e preferisco focalizzarmi sulla vagonata di cazzate dette.

A me non piace la gente che ci prova: sai quanti uomini hanno allungato le mani anche se avevo detto chiaramente che mi facevano schifo? Però dubito che tutti gli uomini siano di questa pasta. Capita che esistano i cafoni e gli irriducibili, purtroppo e sono gente che ha bisogno di vedersi umiliare per bene prima di desistere –contenti loro…-. Però capita anche che chi ci prova non ti conosca e decida di buttarsi. Non vedo cosa ci sia di male… solo il fatto che sono uomini che ci provano con un uomo? Ehmbé? Capita a tutti di dirsi “vabbé, proviamoci, mal che vada mi dice di no e amici come prima”. E quei porci –perché sono tali- che ci provano con le lesbiche subissandole di proposte non indecenti, ma proprio rivoltanti e promettendo di “curarle” con i loro fantasmagorici attributi vanno bene? Presumo di sì, del resto vogliono rotolarsi in qualche letto con una donna, anche se questa è lesbica e magari te l’ha pure detto e ha appena finito di baciare la sua fidanzata. Loro vanno bene, immagino, non ti schifano. Come, forse, non ti schifa chi ci prova con gente già impegnata o fidanzata, basta che siano etero o che ci provino con qualcuno dell’altro sesso più in generale o sbaglio?

Lo vedi questo grandissimo figo di un attore? E' gay.

Lo vedi questo grandissimo figo e genio di un attore meglio noto come Ian McKellen? E’ gay.

Ma è l’ultima frase a fare tombola, completando una combo mortale: il cliché dei gay con la maglietta rosa. Cocco, l’ultimo che ho visto di rosa vestito, oltre che depilato e profumato, era etero. In questo binomio, dunque, c’è qualcosa che non va e per la precisione il fatto che non tutti i gay amino il rosa e che essere omosessuale non significa essere una donna o un uomo mancato, ma solo essere attratto dallo stesso sesso. Mi pare abbastanza chiaro.

Che tu, essendo un signor nessuno, non frega un cazzo quello che hai da dire.*

Non so, per esperienza personale so che quando uno calca così la mano su questi concetti generalmente ha la coda di paglia e cerca di pararsi il culo in maniera abbastanza vigliacca, ma siamo ottimisti, va: voglio credere che non sia così almeno questa volta.

Pure a te dovrebbe fregare un cazzo se a me non piacciono i froci

Invece a me frega e sai perché? Perché ho un utero e un domani potrei partorire un figlio o una figlia omosessuale e non hai idea di cosa potrebbe succedere al primo stronzetto che me lo scherza perché mammina e papino hanno la tua stessa mentalità e hanno contagiato i figli con la loro cattiveria ed ignoranza. Denunce a parte, c’è la possibilità che cavi gli occhi a qualcuno e poi lo costringa a mangiarsi la lingua. Mi frega perché gente di alto spessore come te ha insegnato ai figli a disprezzare gli stranieri e con quella gentaglia, purtroppo, ci ho avuto da che fare e non è piacevole, soprattutto se hai cinque anni. Mi frega, perché gente come te ha insegnato ai figli a perseguitare persone che praticano altre religioni e mi hanno augurato il rogo talmente tante volte che non basterebbe tutta la Schwarzwald per ardermi e l’inferno abbastanza volte da dovermi reincarnare periodicamente da qua al giorno in cui avverrà l’implosione del Sole per accontentarli tutti. Insomma, dopo un po’ di vita così, inizia a fregarti se qualcuno dice cazzate che si ripercuotono sugli altri.

Poi, per motivi religiosi ed altro*

Facciamo notare che, almeno in Italia, la religione predominante è il cattolicesimo romano, che è una religione non proprio gay-friendly. Così, friendly reminder.

Perché mi rode il culo essendo finocchio, no, non mi va bene che uno dica una cosa del genere

Ma’… vorresti dirmi che tutti quelli che hanno commentato erano omosessuali? Dai, guardiamo in faccia la realtà: molti di quelli che l’hanno fatto sono etero come te ed erano infastiditi da una così palese manifestazione di odio per i gay. Anche perché gli omosessuali sono solo il 10% della popolazione mondiale, quindi non potete averli beccati tutti tu ed il tuo amico. Comunque complimenti per il lessico forbito, davvero, sei un oratore che farebbe le scarpe a Cicerone…

Io nel mio canale dico quel cazzo che voglio

Facciamo una prova, allora: un bel video fatto da te pieno di insulti razzisti. Poi io faccio una bella denuncia. Vediamo cosa succede, se puoi davvero dire quello che vuoi o devi rimanere nei limiti della decenza e della legalità. Ti va, Zeb89? Hai le palle per farlo? O sei solamente bravo a fare il vocione nella speranza di pararti il deretano e intimidire gli altri?

Che poi ho visto un video risposta di sta qui, una donna. Allora questa qui fece un video “eh Matteo io lo seguivo (…) però è un falso perché dice ste cose dei finocchi” ma saranno cazzi sua (…) se poi ti blocca il commento fa bene (…)lui sul suo canale dice il cazzo che vuole.

Come ho già ampiamente spiegato sopra, no, non sono solo cazzi suoi nel momento in cui esprime le proprie opinioni in pubblico. E no, non fa bene a bloccare il commento, perché, se questo è nei limiti della legalità e dell’educazione, farlo significa censurare un parere negativo che non si ha le palle di affrontare. In parole povere, sei un codardo di prima categoria e passi automaticamente dalla parte del torto.

Come io, d’altronde, dico quel cazzo che voglio io*

Anche quella donna e la sottoscritta possono dire ciò che vogliamo, chi sei tu per dire che non possiamo farlo? Ah, no, ma aspetta, ora ho capito! Se riguarda voi, allora non si può fare, perché siete anime sensibili che si offendono, ma se riguarda gli altri, magari categorie di persone che odiate, allora tutto è lecito, perché non vi tocca personalmente, non è la vostra realtà a scontare quelle parole, che diventano irreali. “Nulla è realetutto è lecito”, però, vale solo in Assassin’s Creed.

Ma siccome tocca un argomento che a te raschia –è inutile che dici di no, perché tanto non è vero una sega, capito?

Sì, questo è un argomento che mi prende. Te l’ho già detto, ho un utero e potrei avere figli omosessuali, quindi preferirei che la mia prole non dovesse mai vedersi discriminare solo perché è nata programmata per amare gente dello stesso sesso, perché l’idea di tutto ciò che un bambino e poi un ragazzo gay può vivere non solo mi spezza il cuore, ma mi da la certezza che poi finirei dentro per lesioni personali o direttamente per omicidio. Capiscimi, vorrei evitare di scontare una pena detentiva per colpa di un cretino della tua specie.

Mi chiedo una cosa… ma tutti quelli pieni di questo grande amore per i gay e le lesbiche sono così sicuri che un giorno avranno figli etero? E se invece fossero omosessuali? Che fareste? Li fareste sentire un aborto per tutta la loro vita? Li costringereste davvero a scontare una per una le vostre parole? Se c’era una cosa su cui Gesù Cristo aveva ragione è che non bisognerebbe mai fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi stessi. Semplice questione di buonsenso: quanti omofobi amerebbero subire queste discriminazioni e questo odio per il fatto di essere etero? Be’, visto che nessun razzista amerebbe essere discriminato per la propria etnia, direi che probabilmente è così anche per loro.

Fobia viene dalla parola greca che significa paura, ma paura de che? Non è che io ho paura di un sacchetto di immondizia, mi dà fastidio.

Ehm, non per dire, ma questa è la definizione che da la Treccani della parola fobia –in riferimento al suo uso come suffisso-: fobìa [dal gr. –ϕοβα, dal tema di ϕοβομαι «temere»]. – Secondo elemento di nomi composti derivati dal greco o formati modernamente, che significa paura, avversione, ripugnanza, spesso morbosa, verso persone o cose.”

Ecco, Zeb89, prima di fare un’analisi dell’etimologia delle parole, forse sarebbe il caso di saperne il significato e l’uso che ne viene fatto nella lingua italiana. Lo dici tu stesso, no? Gli omosessuali ti fanno schifo, ossia ti ripugnano. Sì, sei omofobo e hai fatto tutto da te.

Comunque complimenti per aver accumunato degli esseri umani all’immondizia, davvero, un applauso a te. Mi ricordi uno che accumunava gli ebrei e gli zingari ai parassiti e un altro che paragonava i Tutsi agli scarafaggi… sì, sei a quei livelli su per giù.

Non so se ho reso bene l’idea, eh, ragazzi

Tranquillo zio, più chiaro –e onesto- di te c’è stato solo Hitler.

Zeb89, la questione che hai tirato in ballo tu non riguarda i gusti personali, riguarda la giustizia ed il benessere di altri esseri umani. Persone che sono già abbastanza perseguitate senza che il primo gamer con manie di grandezza che passa ne parli come se fossero oggetti inanimati cercando inconsciamente di pulirsi la coscienza e dirsi che le proprie opinioni sono fondate.

No, le opinioni di un omofobo, chiunque egli sia, non riguardano solo lui stesso: riguardano tutti. O, per lo meno, tutti coloro che sono abbastanza dotati di cervello da notare la sottile linea di demarcazione tra gusti personali e giustizia: a me potrebbero anche stare antipatici gli zingari –cosa per altro non vera, ma è sempre meglio puntualizzare- eppure non mi passerebbe mai e dico mai per la testa di trattarli come se fossero cose o animali. Sono persone che meritano di essere trattati come tali. E questo vale per te, per me, per loro, per gli omosessuali, per gli atei, per chi cavolo vuoi: chi non fa del male a nessuno non merita di essere trattato come un mostro o una cosa ributtante.

Perché gli unici ad essere ributtanti sono proprio quelli che vogliono parlare ed umiliare gli altri senza assumersi le proprie responsabilità.

 

N.B.: so che il video è vecchio di un anno, ma non sono tanto ottimista da pensare che il soggetto di cui sopra abbia cambiato idee nel frattempo e ho colto l’occasione anche per poter scrivere di omofobia.

 

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Harry Potter rende la mente dei bambini più aperta, ma intanto i fan…

Lo ammetto, questa volta è davvero personale. Ma parecchio. Più che altro perché questo è uno di quei ban che ho ricevuto senza motivi. No, okay, l’unico ban serio e motivato –non è vero, ma fa niente- è stato su MDM, ma questo raggiunge livelli di disagio olimpici. Ma forse, anche per il vostro bene, è meglio fare chiarezza e andare con ordine.

Da qualche giorno circola la notizia secondo cui –cito da Life is a Book– “Uno studio pubblicato harry-potter-series1627sul Journal of Applied Psychology Social ha dimostrato che i libri di J.K. Rowling hanno aiutato la lotta contro i pregiudizi.” Dai però, figo: un libro per bambini rende il mondo migliore, no?

Ma andiamo avanti a leggere la notizia riportata dal sito: “Ad esempio: nel primo studio, 34 studenti delle scuole elementari italiane hanno compilato un questionario per determinare i loro atteggiamenti verso gli immigrati. Gli studenti hanno poi frequentato un corso di sei settimane in cui si leggevano e discutevano brani tratti dai romanzi di Harry Potter e hanno affrontato questioni sui pregiudizi. Quando il corso si è concluso, tutti i 34 studenti hanno completato un secondo questionario sulle loro opinioni sugli immigrati.
I ricercatori hanno scoperto che gli studenti che hanno letto e discusso la questione del pregiudizio nei romanzi avevano “migliorato il loro atteggiamento verso gli immigrati”. I bambini hanno anche notato le somiglianze tra la difesa di Harry dei “mezzosangue” ed i pregiudizi sleali detenuti nei confronti degli immigrati.
” Tutto molto bello, davvero… ma siamo sicuri sicuri che sia proprio la realtà? Che ciò che dice l’articolo sia proprio questo? Oh, non metto in dubbio che l’articolo parli dell’influenza di Harry Potter, ma siamo di ciò che viene espresso?

Non do la colpa al sito: la notizia gira su testate ben più serie ed il contenuto dell’articolo è quasi sempre lo stesso, parola più, parola meno, quindi presumo che abbiano ricavato la notizia da qualche giornale online e poi l’abbiano condivisa perché fan della saga e, dopotutto, queste son notizie che fan piacere. Qua, però, iniziano le beghe: la sottoscritta fa notare che molti Potterhead sono dei fascistelli di prima categoria -inutile raccontar storie, è vero e come fan della saga mi vergogno da morire nel vedere come una storia che, alla fine, parla di tolleranza e soprusi venga usata per dar contro agli altri. Seriamente, è come se i fan di Il buio oltre la siepe, in nome del libro, facessero i razzisti contro i bianchi…- e che bisogna vedere se la notizia riportata è vera o, come succede quasi sempre, il giornalista ha letto il riassuntino dello studio e ci ha scritto sopra un articolo atto ad attrarre lettori. E non lo dico tanto per dire: lo dico perché, come ormai si è ben notato, sono appassionata di scienze e questo succede puntualmente con TUTTO, figuriamoci con un articoli di psicologia, che non è la disciplina più semplice del mondo, che parla di un fenomeno letterario come Harry Potter. Voilà, l’articolone del giorno è servito.

Be’, la conclusione della storia è questa: l’admin mi banna dalla pagina Facebook di Life is a Book, evidentemente infastidita da un commento magari non condivisibile, ma non offensivo e, per ripicca, riposta l’articolo commentando: “Chiarimento per chi deve fare sempre polemiche: Non venitemi a dire che alcune persone che amano HP sono montati etc etc perchè LE ECCEZIONI CI SONO SEMPRE, ma questo non smentisce gli studi”. Va bene, okay, sono d’accordo che i montati possano essere delle eccezioni, ma sono meno d’accordo sul mio ban e su tutta questa tua certezza nel parlare di uno studio che scommetto, quello che vuoi, non hai letto –oltre al fatto che, evidentemente, tu non sai leggere-.

E quindi niente, se già volevo leggere l’articolo, perché mi pareva una cosa interessante –dopotutto se basta così poco a combattere i pregiudizi, io direi di rendere obbligatorio leggere quel dannato libro e si chiude il discorso “razzismo” una volta per tutte- e mi puzzava anche un po’ –questione di precedenti, capita-, il ban e la boria dell’admin mi hanno dato la forza di leggermi undici pagine di articolo scientifico scritto piccolo piccolo, ergo ho aperto Wiley e ho cercato il pezzo. Il risultato è interessantissimo e la dice lunga su quanta disinformazione possa essere fatta.

C’è da dire che non tutta la notizia è completamente falsa: Harry Potter può aiutare. Ma chi? E perché? E quali sono le conclusioni effettive dello studio? Vediamole assieme, perché è questo il punto focale della questione.

N.B.: Le traduzioni che seguono sono opera mia, dato che l’articolo originale era in inglese. Nonostante capisca bene l’inglese, sono meno brava nelle traduzioni, quindi se doveste trovare errori o avere traduzioni da suggerire, fate pure.

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“Recenti ricerche dimostrano che un prolungato contatto –presumo che si riferisca al contact hypothesis, a voi l’onore di leggervi la spiegazione– tramite la lettura di storie è una potente strategia per migliorare gli atteggiamenti di esogruppo –per la vostra cultura, ecco a voi la spiegazione di ingroup e outgroup, in ogni caso outgroup o esogruppo è un gruppo sociale in cui una persona non si identifica-. Abbiamo condotto tre studi per testare se un prolungato contatto attraverso la lettura dei popolari libri best-seller Harry Potter migliori gli atteggiamenti verso gruppi stigmatizzati –immigrati, omosessuali, rifugiati-. I risultati di un intervento sperimentale con bambini delle scuole elementari e da due studi a sezione trasversale  con studenti delle superiori e dell’università –in Italia e Regno Unito- supportano la nostra ipotesi principale. L’identificazione con il personaggio principale –per esempio Harry Potter- e la disidentificazione da un personaggio negativo –per esempio Voldemort- regolano l’effetto. La capacità di immedesimarsi emerge insieme al processo che permette il miglioramento dell’atteggiamento. Le implicazioni pratiche e teoriche della scoperta sono trattate nel contesto di un ampia teoria sull’ intergroup contact e la cognizione sociale.”

Ah, ecco, le cose iniziano ad essere un pelino più chiare. Cosa volevano dimostrare questi ricercatori italiani e britannici? Molto semplice: è possibile che la lettura di storie come Harry Potter, in cui viene fatto, come tutti sappiamo, un allegro ritratto di una società preda di pregiudizi e discriminazioni, possa aiutare a migliorare le relazioni con l’altro e quindi ad eradicare i pregiudizi verso categorie notoriamente stigmatizzate attraverso l’identificazione dei campioni studiati –bambini, adolescenti e giovani adulti- con il personaggio principale? Eh, allora le cose non sono proprio come ce le hanno vendute: non è il libro in sé a salvarci dai pregiudizi –hanno scelto Harry Potter per ragioni che spiegherò poi-, ma i meccanismi psicologici che possono o non possono attivarsi nel lettore, che, apparentemente, possono variare con l’età –o non avrebbero scelto soggetti di età diverse facenti parte di quella parte della popolazione che leggono o sono fan del libro-.

2

Nel paragrafo precedente, chi ha scritto l’articolo faceva un breve riassunto della storia del libro e del suo successo, ma mi risparmio la pubblicità gratuita alla Rowling e finiva per accennare ai vari dibattiti di carattere etico, morale, religioso, ecc… che hanno seguito la fama della serie –come succede sempre in questi casi-. Quindi qui si puntualizza sul fatto che sia stato suggerito che Harry Potter possa avere il potenziale per avere un impatto sociale positivo –ora, non voglio essere infame, ma ricordo a coloro che si sono gasati come belve in calore per questa notizia che l’uso della letteratura a scopi didascalici per insegnare valori etico-morali è vecchio quanto l’Iliade se non di più-, poi si spiegano i benefici educativi della lettura e si rimarca che l’attrattiva di questa lettura in particolare è importante, visto che i bambini spesso non riescono ad identificare i libri come qualcosa di interessante –e questo, chiunque abbia bambini piccoli in casa lo sa-. Si ricorda poi che i libri [di Harry Potter] affrontano importanti temi sociali, culturali e psicologici e sottolineano una struttura sociale dove il conflitto tra differenti gruppi sociali è uno dei temi salienti.

Okay, a questo punto sappiamo che questa ricerca è solo una di quelle svolte su Harry Potter –che ci crediate o no, si fa ricerca su tutto e tutti- e che ad attrarre non è stato tanto il mondo fighissimo fatto di scope volanti, boccini d’oro, gente che s’ammazza con incantesimi, ecc…, ma la struttura del romanzo ed i temi trattati. Ora, facciamo una dovuta precisazione: la Rowling non ha inventato nulla di nuovo. In realtà questi temi si ritrovano in tremilaseicento altri libri, ma ha il merito di aver creato un libro che i bambini, per ovvie ragioni, trovano attraenti. Alzi la mano chi di voi, a otto anni, ha letto Huckleberry Finn, il Diario di Anne Frank, Heidi, In famiglia o altri classici per ragazzi? Ecco. Eppure Huckleberry si trova ad affrontare il razzismo e la schiavitù, Anne Frank… be’, sappiamo tutti che fine ha fatto ed i suoi diari sono carichi delle emozioni che può provare una ragazza della sua età davanti alla consapevolezza che qualcuno vuole che tu e tutti quelli come te siate cancellati dalla faccia della Terra; Heidi, invece, ha a che fare con i pregiudizi e le disuguaglianze sociali –anche se l’argomento cardine della storia è la bruttura e la crudeltà del mondo ignorante in cui la bambina passa i primi anni di vita, quindi no, niente amicizia con le caprette come tema portante, mi dispiace-, In famiglia di come una ragazzina, Perrine, rimasta sola, debba cavarsela e riuscire ad inserirsi nel contesto familiare del nonno che odia la madre della nipote, ecc…

Fondamentalmente, insomma, i vecchi libri per ragazzi –ma nemmeno troppo vecchi, perché abbiamo perle simili che risalgono ad una ventina di anni fa e che io, classe 1993, ho letto- parlano di temi che, oggi come allora, hanno una forte valenza morale –esempio su tutti il libro Cuore, che fu scritto per “fare gli italiani”-. Il problema è che, al momento, i bambini leggono –quando e se leggono- Geronimo Stilton o, nei casi peggiori, Twilight e la letteratura per l’infanzia è scaduta in una serie di allegri racconti su gattini che cercano la mamma e bambine che giocano a fare le principesse, mentre i mostri sacri sono stati dimenticati insieme allo scopo educativo della letteratura, in particolare quella per l’infanzia. Non so, forse non vanno più di moda, forse non sono abbastanza fighi… ma –e questo bisogna ammetterlo- grazie al cielo è uscito Harry Potter ed i bambini hanno ripreso a leggere, anche solo per il gusto di sapere come andasse avanti la storia prima di avere i film ed hanno iniziato a parlarne, a scambiarsi idee, a desiderare di essere Harry e boom, fenomeno mediatico.

Ricapitolando: Harry Potter non è stato il primo libro a trattare tematiche di una certa importanza nonostante fosse rivolto ad un pubblico giovane, ma di sicuro è stato quello che, in epoca moderna, ha avuto più successo e per ciò è stato studiato. Direi che già arrivati a questo punto, la notizia perde un po’ di quella patina sbrilluccicosa con cui ce l’hanno venduta.

3

CVD:Dato l’impressionante successo di Harry Potter nel mondo intero e l’importanza del tema dell’intergruppo trattato nei romanzi, puntiamo a testare se hanno effettivamente il potenziale per raggiungere effettivamente scopi sociali come migliorare le relazioni intergruppo. Nello specifico, la presente ricerca è stata progettata per testare se i romanzi di Harry Potter possono essere usati come uno strumento per migliorare gli atteggiamenti verso i gruppi stigmatizzati”. Ah, ecco. Usano Harry Potter perché è un libro di successo, non perché la Rowling sia meglio di qualcun altro –senza nulla toglierle come autrice, sia chiaro- e abbia inventato un argomento assolutamente nuovo al mondo e questa ricerca serve come trampolino di lancio per l’uso di romanzi fantasy come mezzo per insegnare ai bambini l’apertura verso gli altri e la tolleranza.

Dopo aver puntualizzato queste cose e aver riassunto la trama della saga per coloro che non la conoscono, gli autori spiegano che l’approccio con più successo per migliorare gli atteggiamenti verso gli altri è l’intergroup contact, ma che, per ragioni che spero siano ovvie a tutti, questo non è sempre realizzabile e quindi i ricercatori stanno studiando l’efficacia di metodi indiretti e viene spiegato che, secondo l’extended contact hypothesis, già solo sapendo che in un endogruppo –o ingroup- uno dei membri ha conoscenti outgroup è sufficiente a ridurre il pregiudizio, ma non si hanno grandi prove dell’efficacia di questa teoria sia nei bambini che negli adulti. Vediamo se arrivate a capire cos’è successo poi…

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Il contatto prolungato è stato usato in ambienti educativi mediante storie ad hoc –create per quello scopo, se qualcuno si sta chiedendo che significhi- che coinvolgono contatti tra personaggi ingroup e outgroup. Cameron e colleghi –che hanno pubblicato precedentemente un articolo sull’argomento- hanno condotto una serie di studi dove bambini inglesi tra i cinque e gli undici anni leggevano piccole storie sull’amicizia tra personaggi ingroup e outgroup. Le storie sono state trovate in grado di migliorare gli atteggiamenti verso vari gruppi stigmatizzati, come i rifugiati e i disabili. Nonostante la loro efficacia, i succitati studi sono basati su storie create dai ricercatori e focalizzate su specifici gruppi target. Crediamo che sia importate esplorare gli effetti di un reale romanzo pubblicato in una relazione a sezione trasversale. Le ragioni sono che i libri pubblicati sono facilmente accessibili per tutti e, da un punto di vista pratico, possono essere facilmente inclusi nei curricula scolastici.”

Ah, ecco #nonmiricordoaquantosiamoarrivati. Non è che Harry Potter sia meglio di altri libri o delle storielle che hanno usato nei precedenti studi, semplicemente è più versatile –effettivamente i perseguitati sono una categoria di persone che non esiste e che possono essere identificati con varie categorie reali- e veri libri stampati sono accessibili a chiunque in qualsiasi parte del mondo e si possono studiare a scuola, dandoli come lettura ai bambini o inserendo estratti nelle antologie. Ergo, non gioite inneggiando alla superiorità della saga della Rowling, perché non è affatto per la sua presunta superiorità letteraria che è stata scelta: Harry Potter è famoso e diffuso, ecco tutto.

Andiamo avanti.

5

Arrivati a questo punto, i ricercatori che si sono occupati di questa ricerca hanno tirato fuori le prove del ruolo di certi tipi di libri –ossia di libri che trattano di specifiche tematiche sociali, non di Harry Potter e basta- nel migliorare le attitudini outgorup –esperimento precedente risalente al 2012-.

“Significativamente, l’efficacia sia delle storie create ad hoc sia dei libri pubblicati che coinvolgono amicizie miste può essere limitata a causa di a) i loro focus e contesti specifici e b) il –forse limitato- fascino che hanno sui lettori. Specificamente, sosteniamo che queste storie probabilmente migliorano l’atteggiamento solo verso il gruppo target coinvolto nelle storie stesse e potrebbero essere percepite non –o meno- attraenti dal pubblico, riducendo così il loro impatto potenziale. Suggeriamo che la lettura di romanzi fantasy popolari come quelli di Harry Potter potrebbero aiutare a superare le deficienze sopra riportate e produrre un miglioramento degli atteggiamenti verso varie categorie stigmatizzate per le seguenti ragioni.”

Stop, fermiamoci un secondo e analizziamo quello che è stato detto. Dopo aver detto che delle storie o dei libri che trattano di X tematiche possono avere una certa utilità nel migliorare gli atteggiamenti verso categorie perseguitate o bistrattate, ci dicono anche che, però, questi strumenti possono risultare poco efficaci da un punto di vista pratico, in quanto troppo specifici o non affascinanti. Per questo e solo per questo si ricorre a “fantasy popolari come Harry Potter”, ossia hanno scelto un libro famoso, in cui l’outgroup non è un gruppo sociale reale preciso –mezzosangue, nati babbani, maghinò e babbani, fondamentalmente, non sono persone vere e ci si può vedere chi si vuole lì dentro- e che risulta attraente, in linea di massima, per persone la cui età va dai bambini in età scolare agli universitari. Ecco, adesso i conti iniziano a tornarmi.

Harry Potter non è un libro che “ha aiutato la lotta contro i pregiudizi”. Per niente. Harry Potter è un libro che ha la potenzialità, se inserito in contesti adatti come quello educativo –che sia nelle scuole, in gruppi giovanili, a casa con mamma e papà-, per aiutare i bambini a combattere i pregiudizi e non è stato scelto per motivi di superiorità qualitativa o di innovazione delle tematiche trattate, ma solo perché il gruppo di poveracci che vengono perseguitati non ha un riscontro nella vita reale e quindi possono essere identificati con vari gruppi sociali, sia da chi spiega la storia, sia dal bambino stesso. Harry Potter non ha aiutato: ha le potenzialità e finisce lì. Ragazzi, ogni libro scritto bene ha le potenzialità per spiegare qualcosa, ma tra averle ed essere effettivamente di aiuto ce ne passa di acqua sotto i ponti, perché la seconda opzione implica che sul testo venga fatto un lavoro di riflessione, autonomo o guidato che sia, ma su questo torneremo dopo. Per ora abbiamo capito che dire che la saga abbia avuto una pregressa influenza benefica sulle menti dei bambini che l’hanno letto è un’inesattezza: può averla avuta come può non averla avuta, ma, in effetti, prima non si conosceva il potenziale di queste storie –le date delle ricerche sono abbastanza recenti, Harry Potter è uscito negli anni Novanta, invece e, come chi è appassionato di scienza sa, tra la data di pubblicazione di una ricerca e l’uso effettivo delle conclusioni può passare molto tempo- e quindi non sono state usate in maniera sistematica per insegnare ai bambini a comportarsi come esseri civili. Visto cosa si scopre a leggere gli articoli originali?

Ma quali sono le ragioni addotte dagli studiosi nella scelta di Harry Potter? Semplice:

  • È già stato pubblicato, ergo non deve essere create ad hoc ed è più facile inserirlo nei programmi scolastici;
  • La popolarità del libro affascina. È ovvio che, hipster a parte, una persona è più bendisposta a leggere un libro conosciuto e di cui ha sentito parlare bene, che magari ha dietro anche un merchandising solido ed accattivante –tipo i film- che a leggere un libro che non conosce, di cui non ha sentito nessuna opinione favorevole e che magari ha incontrato in un angolino abbandonato di una libreria.
  • In un libro fantasy, il lettore può associare chi vuole ai personaggi di cui sta leggendo, perché non sono reali, non si rifanno a figure precise e quindi sono più “adattabili” alle necessità del lettore.

Insomma, non mi pare che venga specificata una presunta innovazione o superiorità, ed infatti…

6

Insomma, sono i ricercatori a proporre un nuovo tipo di extended contact in cui i membri in-group sono sostituiti da un personaggio che percepiamo come simile a noi stessi e che è in contatto con un gruppo di stigmatizzati fittizio –che, come abbiamo già detto, è facilmente adattabile a ciò che si vuole insegnare-. To’, ma pensa un po’… questo non è quello che diceva l’articoletto!

Chi ha indovinato tutto ciò ha vinto un peluche, sappiatelo.

A questo punto vi faccio una brevissima sintesi di com’è stato condotto l’esperimento, tanto per capirci.

I ricercatori hanno deciso di testare la loro ipotesi su un campione composto da persone che andavano dall’infanzia ai primi anni dell’età adulta che poi sono stati divisi in tre studi. Durante il primo, i soggetti erano dei bambini italiani delle elementari, mentre il secondo ed il terzo erano a sezione trasversale, condotti su studenti delle superiori in Italia e su studenti universitari non laureati nel Regno Unito. Poi hanno deciso di focalizzare l’attenzione dei soggetti su tre categorie sociali precise: immigrati, omosessuali –quindi, oh voi Potterhead che andate giù di insulti omofobi, sappiate che fate rivoltare nella tomba Silente- e rifugiati, in quanto, da ricerche precedenti, risulta che l’odio razziale verso gruppi o minoranze etniche e omosessuali sia molto radicato in Europa –ed in Italia risultano picchi di omofobia ragguardevoli-. Inoltre, per ogni studio, è stato calcolato staticamente il numero di film di Harry Potter visionato dalle cavie. A questo punto inizia il bello.

Studio 1

Chi: bambini italiani delle elementari.

Come: leggere passaggi di Harry Potter e discuterne con il ricercatore in sei sessioni.

Dei bambini delle elementari, assieme ai ricercatori, hanno letto, durante sei sessioni, dei passaggi del libro collegati all’argomento di ricerca –gruppo sperimentale- e non collegati –gruppo di controllo-. Una settimana dopo l’ultima sessione, ai bambini è stato dato un questionario –i comportamenti verso gli immigrati precedenti all’esperimento erano stati registrati-. Sono stati statisticamente controllati il numero di film e libri di Harry Potter visti e lette ed il genere dei bambini è stato incluso come un’ulteriore variante.

Risultati

7

 

8

“I risultati hanno rivelato che un intervento strutturato basato sulla lettura di passaggi relativi ai pregiudizi e condotto tra i bambini italiani delle scuole elementari , ha migliorato l’atteggiamento verso gli immigrati –comparati ad un gruppo di controllo in cui i bambini leggevano passaggi non collegati ai pregiudizi- per i bambini che più si identificavano nel principale personaggio positivo. […] L’identificazione con il personaggio negativo non ha agito come limitatore. Probabilmente, la percepita somiglianza con il personaggio positivo principale –che ha un età simile a quella dei personaggi-  e una diversità dal personaggio negativo –che è dipinto come un adulto- può aver giocato un ruolo. […] inoltre, le storie presentate nel gruppo sperimentale –avvenuto tra il 2009 ed il 2010- erano basate sul contatto di Harry coi gruppi stigmatizzati, piuttosto che sulle azioni di Voldemort, quindi non è sorprendente che il comportamento dei partecipanti sia migliorato solo quando si identificavano con Harry Potter.”

Studio 2

Scopo: replicare i risultati dello Studio 1.

Chi: studenti delle superiori residenti nel Nord Italia.

Lo scopo dello Studio 2 era di replicare i risultati dello Studio 1, nonostante dei soggetti di età diversa e un gruppo target diverso, gli omosessuali. Come variabili di controllo sono stati considerati età e sesso, numero di libri letti all’anno –esclusi quelli di Harry Potter- e numero di ore al giorno passate davanti alla televisione -, in quanto volevano sapere quanto il miglioramento dell’atteggiamento fosse una conseguenza del leggere in genere o se fosse specificamente collegato ad Harry Potter, di conseguenza l’esposizione alla tv –a meno che non si trattasse della visione dei film di Harry Potter- poteva affettare il comportamento out-group. I partecipanti, centodiciassette tra ragazzi e ragazze del Nord Italia, avevano un’età compresa tra i sedici e i vent’anni. Ai partecipanti sono stati dati due questionari durante le lezioni visibilmente non relazionati agli studi –il primo riguardava il grado di gradimento della saga, il secondo è stato presentato come una ricerca sui comportamenti sociali, in particolare per ciò che concerneva il rapporto con gli omosessuali-, in seguito è stato replicato lo studio precedente.

Studio 3

Scopo: accrescere la validità dei risultati.

Chi: studenti universitari inglesi non laureati.

Come: studio online.

Lo studio è stato condotto su un campione di studenti universitari inglesi non laureati –di età compresa tra i diciotto ed i quarantaquattro anni- mediante un questionario online considerando un altro gruppo di stigmatizzati: i rifugiati. Uno degli scopi dello studio, oltre ad accrescere la validità dei risultati precedenti, era quello di capire i fattori sottostanti i potenziali effetti di Harry Potter sui comportamenti outgroup. Come nello Studio 2, sono stati staticamente controllati età, sesso, numero di libri letti in un anno –esclusi quelli di Harry Potter-, quantità e qualità dei contatti coi rifugiati,  numero di ore passate davanti alla televisione, numero di film guardati.

(Ho volontariamente saltato le conclusioni degli Studi 2 e 3.)

Se non ci avete capito un tubo, andate tranquilli, a me c’è voluto parecchio per capire la parte delle statistiche –che ho saltato o saremmo rimasti qua fino a domani- e pure le parti che vi ho riportato mi hanno preso qualche momento. Ma, alla fin fine, che cavolo significa tutto questo? L’articolo aveva ragione? Aveva torto? Bo’?

Allora, come abbiamo già detto, studi precedenti dimostravano l’utilità di un contatto tra diversi gruppi umani, mentre altri dimostravano l’utilità di storie ad hoc in cui si parla di contatti tra i suddetti gruppi. I ricercatori che hanno portato avanti lo studio sotto analisi, però, sono voluti andare oltre, dimostrando l’utilità di libri già pubblicati.

Ora, preferisco saltare il paragrafo delle conclusioni teoriche, perché sapete che non sono una scienziata –non ancora-, quindi andrei ad impantanarmi in nozioni che conosco in parte o superficialmente e che quindi non sarei in grado di spiegare in modo comprensibile e di andare direttamente alle implicazioni pratiche, che poi sono quelle che ci interessano.

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“Interventi educativi basati sulla lettura di libri fantasy che hanno caratteristiche simili a quelle della serie di Harry Potter possono migliorare le relazioni con diversi tipi di gruppi stigmatizzati. Il ruolo degli educatori è particolarmente importante per i bambini piccoli, per i quali potrebbe essere più difficile leggere individualmente e comprendere il significato di libri complessi. In questo caso, gli educatori possono focalizzarsi su specifici passaggi fortemente relazionati alle tematiche del pregiudizio, come abbiamo fatto nello Studio 1. Per gli adolescenti e i giovani adulti, il semplice incoraggiamento alla lettura di questo tipo di libri potrebbe essere sufficiente a migliorare i comportamenti outgroup. Infine, gli educatori possono organizzare discussioni di gruppo subito dopo le letture per rinforzare il loro effetto. Questo modo, incoraggiando la lettura di libri ed incorporandolo nei curricula scolastici, potrebbe non solamente incrementare il livello di alfabetizzazione degli studenti, ma anche accrescere le loro attitudini ed i loro comportamenti prosociali. Dovrebbe essere evidente che le differenze individuali variabili potrebbero giocare un ruolo nel determinate l’efficacia della lettura di un libro.”

Ergo, la lettura di Harry Potter o di un qualsiasi altro libro con caratteristiche simili –che abbiamo già visto precedentemente-, per ciò che riguarda i bambini, deve essere fatta con l’ausilio di un educatore se si vogliono ottenere risultati, perché, per un bambino, può risultare non automatico collegare i Babbani agli immigrati marocchini dietro l’angolo e perché si tratta di argomenti e ragionamenti complessi, esattamente come il libro, che va capito. Perché è questo l’unico modo per fare buon uso di un libro: non leggerlo e dire di averlo fatto –come per altro fanno tanti fan di Harry Potter-, ma capirlo, ragionarci sopra e giungere ad una soluzione. È inutile leggere Harry Potter o Guerra e Pace se poi non capisci il significato ed è inutile dire che i bambini che hanno letto Harry Potter abbiano automaticamente imparato la tolleranza, perché non è vero. I bambini dell’articolo non hanno notato il comportamento contro gli immigrati di loro spontanea iniziativa: sono stati indotti dagli educatori a riconoscerlo, analizzarlo ed esprimere le loro critiche.

È questo il succo del discorso ed è questo che non traspare dall’articolo –o meglio, traspare solo in parte- né da chi l’ha pubblicizzato: prima non si è fatto nulla. Harry Potter era un libro da bambini e solo una persona con un minimo di maturità mentale avrebbe potuto capire qual è il messaggio di fondo e fare i dovuti parallelismi e, anche nel caso di un adulto, non è automatico capire un libro e farne buon uso.

Harry Potter rappresenta uno dei tanti libri che possono essere usati per combattere il pregiudizio, ma, come ricordano i ricercatori, le caratteristiche degli individui –come la reattanza- possono diminuire o vanificare l’effetto della lettura, senza contare le limitazioni dello studio stesso –ammesse nel penultimo paragrafo dello studio e che vanno dalla percezione generale che si ha dei libri come Harry Potter, all’impossibilità di differenziare, nello Studio 1, gli effetti generati dalla lettura e quelli generati dagli educatori, ecc…- che, per altro, è uno solo ed è stato pubblicato il ventitré luglio, ergo è fresco fresco e, probabilmente, non è ancora stato sottoposto a peer review né a critiche del mondo accademico perché no, non basta un articolo per affermare una cosa: questo deve essere revisionati e discusso e l’esperimento deve essere replicato dando gli stessi risultati.

Quindi, per tornare all’articolo: “Uno studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology Social ha dimostrato che i libri di J.K. Rowling hanno aiutato la lotta contro i pregiudizi”. No, lo studio non ha dimostrato che Harry Potter ha aiutato la lotta contro la discriminazione: ha dimostrato che è possibile utilizzare Harry Potter e, in generale, i libri come mezzo nella lotta ai pregiudizi in ambito educativo.

“Ad esempio: nel primo studio, 34 studenti delle scuole elementari italiane hanno compilato un questionario per determinare i loro atteggiamenti verso gli immigrati. Gli studenti hanno poi frequentato un corso di sei settimane in cui si leggevano e discutevano brani tratti dai romanzi di Harry Potter e hanno affrontato questioni sui pregiudizi. Quando il corso si è concluso, tutti i 34 studenti hanno completato un secondo questionario sulle loro opinioni sugli immigrati. I ricercatori hanno scoperto che gli studenti che hanno letto e discusso la questione del pregiudizio nei romanzi avevano “migliorato il loro atteggiamento verso gli immigrati”. I bambini hanno anche notato le somiglianze tra la difesa di Harry dei “mezzosangue” ed i pregiudizi sleali detenuti nei confronti degli immigrati.” Vero, ma in parte, perché l’articolo lascia intendere che il lavoro sia stato fatto in autonomia -e durante un corso, mentre, in realtà, si trattava di sei sessioni, esattamente come le lezioni speciali che si fanno con psicologi, sessuologi, operatori della Croce Rossa, ecc…-, mentre i bambini –ma anche gli adolescenti- erano guidati nei vari dibattiti ed i soggetti di riflessione erano proposti dai ricercatori, non sono stati i ragazzini a trovare automaticamente una relazione tra Mezzosangue e immigrati o Babbani e omosessuali.

Quindi Harry Potter aiuta i bambini ad essere persone migliori? Nì. Purtroppo questo studio non mirava a dire quale sia la reale influenza del singolo libro: puntava a studiare quella di una storia con determinate caratteristiche. Inoltre non è chiara, almeno a questa lettura, quali siano i background culturali e sociali dei bambini e si sa che l’ambiente ha una forte influenza sul comportamento sociale delle persone.

La notizia, dunque, non è del tutto falsa, ma è molto imprecisa e direi che il comportamento di chi mi ha bannata la dice lunga su quanto la sola lettura di un libro possa rendere più tolleranti… se dovessimo basarci sull’admin di Life is a Book, direi che, più che altro, il troppo amore per un libro rende intolleranti e permalosi. Punti di vista, presumo…

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That’s why I don’t need “neo-femminism” –or better still “nazi-femminism”-…

I meriti del femminismo, lo sappiamo, sono stati molteplici per noi donne. Lo sappiamo quando possiamo votare o aspirare –per lo meno- a lavorare per lo stesso salario di un uomo o ereditare o divorziare o decidere di abortire o chiedere il divorzio.
I meriti del femminismo esistono, nonostante le basi teoriche di certi suoi esponenti che, oggi, ci farebbero forse storcere il naso –ma, signori miei, dobbiamo sempre ricordare che tutto e tutti son figli del proprio tempo e che pochi sono coloro che si esimono dall’esserlo-.
I meriti del femminismo, a volte, sono passati attraverso il sangue e sempre attraverso il sudore e le lacrime di chi ci ha creduto e ha lottato.
I meriti del femminismo hanno molto poco a che vedere con i meriti del nazi-femminismo.
Inutile che facciano le bambine offese: le nazi-femministe –o “pseudo-femministe” di cui parlavo qui– hanno ben poco a che vedere con le lotte femministe e molto di più col moralismo e l’estremismo da tastiera della donnetta annoiata che, deciso che i pettegolezzi non sono più abbastanza cool, si getta a capofitto nell’attivismo che, in poche, semplici mosse, si trasforma in un becero estremismo.
Ma direi di passare subito al punto centrale di quest’articolo, ossia l’interessante hashtag #idontneedfemminism, che sta spopolando in rete. Se ancora non l’avete visto, io direi di dargli un’occhiata, perché penso che chiarisca subito come le donnette isteriche della domenica, decidendo di lasciare il lavatoio per la tastiera –sì, cliché maschilisti gné gné, ma in effetti l’unica cosa che mi fanno venire in mente, dopo i talebani che si fanno riprende col mitra in una mano ed il Corano nell’altra ed il detto popolare “coda di paglia”, sono proprio le vecchiette del paesello. Sapete, quelle vestite di nero dei film sul Meridione, che sanno sempre tutto di tutti, perfino chi diamine sia io, che mi han vista solo due volte in vita loro, la prima quasi in fasce, la seconda che a momenti ancora la facevo nel letto e che son sempre pronte a dirsi malignità alle spalle-, abbiano mandato a puttane due secoli di donne che si son fatte un culo così –e di cui ignorano i nomi, spesso e volentieri- per dare alle donne quella libertà che nella nostra storia e cultura non è sempre stata così scontata.
Il femminismo è diventato, nella cultura popolare, sessismo, discriminazione, vittimismo, moralismo bigotto, giustificazione morale per ogni genere di schifezza, dalla promiscuità sessuale –zia, se vuoi darla via come se non fosse tua, fallo, ma non farti passare per un’eroina del femminismo, perché non lo sei- al succhiare come zecche dal portafoglio di mariti e compagni.
Il femminismo è diventano il nuovo nero: sta bene su tutto, va bene per giustificare tutto, va bene per sciacquarsi la coscienza da tutto e tutti, va bene per attaccare, colpevolizzare e discriminare tutti, esattamente come il razzismo scientifico fino agli anni Settanta del secolo scorso e allora il femminismo divento una pericolosa etichetta di cui non si ha più bisogno, perché è degenerato, perché è passato da movimento di liberazione a movimento di persecuzione e allora le donne si stancano e dicono basta. Lo dicono, forse, perché non hanno mai conosciuto un femminismo diverso, fatto di lotte per l’uguaglianza e non solo per la supremazia; lo dicono, forse, perché da femministe convinte hanno provato un profondo ribrezzo per le loro “compagne” e per il loro genere, ma, cosa importante, dicono basta e, nemmeno troppo sotto sotto, hanno ragione.
E allora addio anche alle belle conquiste delle femministe: pure il diritto di abortire o di non iniziare nemmeno una gravidanza viene dimenticato di fronte alla marea di letame che le nazi-femministe ci han spalato sopra ed è inutile che piangano e puntino il ditino come i bimbi dell’asilo contro i maschilisti, contro le donne oppresse, contro la società patriarcale -“patriarcato”, già, ma nemmeno ne conoscono il significato… ma chissene, dopotutto! È un parolone, suona bene, quindi usiamolo anche a cazzo di cane, no?-, contro Tizio, Caio e Sempronio: chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. Tradotto per chi proprio vuol fingere di non capire: se ti sei fatto conoscere come movimento di oche senza cervello affette da misandria, analfabetismo funzionale, ignoranza gretta e boria, poi non dar la colpa agli altri, ma fatti un esamimo di coscienza e da la colpa al vero colpevole, ossia te stesso.
Comunque sia, torniamo all’hashtag e al titolo di quest’articolo… bene, forse sono stata un po’ troppo attratta da questo “I don’t need femminism”, ma, dopo aver letto quei fogli scritti a mano e riflettuto su ciò che volevano dire, sul perché l’hanno scritto, sul perché si è arrivati a questa situazione, sul perché, ormai, chi parla del femminismo come di un insieme di psicopatiche sessiste ha, in parte, ragione… be’, anche io ho deciso di scrivere la mia lista, ma con una piccola, ma sostanziale differenza: io ringrazio le femministe, perché prima di incontrare le nazi-femministe, mio padre –sì, signori, un uomo!- mi ha insegnato l’importanza di essere liberi, anche quando sei donna, che non devi farti mettere i piedi in testa da nessuno e anche quanto la libertà possa costare fatica e sacrifici e quindi, nonostante tutto, non voglio buttare via tutto ciò che stato fatto prima, anzi, voglio che quel prima continui ad essere ricordato, mentre l’adesso si trovi davanti alle proprie colpe, che, come conseguenza estremamente indesiderata, affossano la lotta per i diritti delle donne, facendoci passare per pazze quando reclamiamo una maggiore uguaglianza e giustizia e paiono quasi dare ragione a certi beceri machisti che ci definiscono troppo stupide per essere libere.
E quindi, ecco la mia lista sul perché io non ho bisogno di loro, delle “nuove femministe”.

  • Non ho bisogno di loro, perché sono una donna e voglio essere madre senza che mi si guardi con pietà perché “schiava” solo perché ho deciso di adempiere al mio dovere biologico e di ascoltare il mio cuore.
  • Non ho bisogno di loro, perché non voglio che i miei figli maschi vivano in un mondo in cui essere maschi è una colpa e una vergogna, perché NON è una vergogna.
  • Non ho bisogno di loro, perché non voglio che mio padre ed i miei figli siano colpevoli di crudeltà che non hanno inflitto, che debbano eternamente scusarsi per qualcosa in cui loro non c’entrano assolutamente nulla. Una persona non può essere colpevole di crimini che non ha commesso.
  • Non ho bisogno di loro, perché non ho bisogno che delle sessiste parlino a mio nome, discriminando gli uomini, quando io rispetto l’altro sesso e so benissimo che ci sono uomini e uomini, che non tutti sono santi ma nemmeno stupratori, esattamente come ci sono brave donne e cagne infami capaci di maltrattare fisicamente e psicologicamente i propri figli ed i propri mariti. Le cattive persone sono ovunque, non sono sesso, etnia o religione a renderle migliori o peggiori.
  • Non ho bisogno di loro, perché so perfettamente quanto valgo e non ho bisogno di assurde campagne sulla superiorità della donna per capirlo. Non sono meglio di un uomo perché ho le tette ed una vagina e loro non sono meglio di me perché hanno un pene, vedete di mettervelo bene in testa.
  • Non ho bisogno di loro, perché non voglio che uno stupro sia il loro strumento mediatico per attizzare la misandria. Uno stupratore è un porco, ma non tutti gli uomini sono stupratori e non tutti gli stupratori sono uomini.
  • Non ho bisogno di loro, perché non ho bisogno che mi psicanalizzino per dirmi che sono oppressa, se non la penso esattamente come loro. Io sono perfettamente in grado di capire quando dite cazzate e, in effetti, l’aggettivo che meglio mi descrive è “cagacazzi”.
  • Non ho bisogno di loro, perché non mi servono assurde campagne che inducano la gente a non giudicare, perché penso di essere dotata di abbastanza spirito critico e forza per essere in grado di capire quando hanno torto e quando ragione e prima o poi con la realtà ci si scontra sempre, non vedo perché le donne dovrebbero avere un tappeto rosso spianato davanti quando le stesse che promulgano questa robaccia sono le prime a calunniare gli uomini.
  • Non ho bisogno di loro, perché un uomo che mi tiene la porta mentre esco e vuole offrirmi la cena non è un molestatore. È solo qualcuno che cerca di essere gentile o entrare nelle mie grazie e sta a me decidere se mi sta bene o no, non al pubblico da casa, grazie.
  • Non ho bisogno di loro, perché se mi vendo, in un modo o nell’altro, per denaro, sono subito pronte ad additare la malvagità dei maschi, ma se una donna si comporta da zecca raccontando le proprie “pene” come una vittima, allora fa bene: no, non sei una santa se ammetti di stare con un uomo solo per il suo portafoglio dopo averlo dipinto come un mostro, quindi fammi un piacere e sii coerente con te stessa, ammetti i tuoi propositi e prima di criticare lui –a meno che non ti faccia davvero violenza-, pensa a ciò che stai facendo, perché non mi sembra giustissimo nemmeno il tuo comportamento.
  • Non ho bisogno di loro, perché se è sbagliato che un uomo fischi o faccia complimenti anche indesiderati ad una donna, allora deve essere sbagliato anche che una donna lo faccia con un uomo. Quindi eliminate le cartelle piene di uomini nudi dai pc e smettetela di sgrillettarvi davanti a Chris Hemsworth, siate coerenti con voi stesse.
  • Non ho bisogno di loro, perché le vittime di stupro, indipendentemente se uomini o donne, hanno diritto ad essere sempre considerate, ascoltate ed aiutate: le donne non hanno la corsia preferenziale, non sono le uniche a soffrire e a riportare gravi traumi ed è disgustoso dire che gli uomini ci godono o se la cercano, perché queste sono le stesse giustificazioni che usano gli stupratori. Sì, siete disgustose.
  • Non ho bisogno di loro, perché se una donna uccide un uomo per motivi passionali è reato tanto quanto un uomo che uccide una donna per le stesse ragioni e non merita nessun’attenuante. Lorena Bobbitt non è un’eroina, è una psicopatica.
  • Non ho bisogno di loro, perché una violenza è sempre violenza, che sia su uomini o su donne e non serve a nulla negare o giustificare atti così deprecabili, a maggior ragione quando sono perpetrati su dei bambini. No, un ragazzino non gode nell’essere stuprato, esattamente come tu non ci godresti. Vale la proprietà commutativa, hai presente?
  • Non ho bisogno di loro, perché se la scienza dice che uomini e donne sono diversi, non è maschilismo: è vero. Come un senegalese e un inglese hanno delle differenze dal punto di vista fisico, come la media di battiti al minuto, la lunghezza delle ossa lunghe della gamba o una maggiore predisposizione a certi tipi di disturbi, anche uomo e donna ne hanno. Non significa valere meno o più dell’altro, ma solo che siamo diversi e che dobbiamo sempre considerare i nostri limiti. Capita, nessuno è mai morto ad essere troppo realista.
  • Non ho bisogno di loro, perché non ho bisogno di essere rappresentata da gente che si piange addosso per ogni singola cosa. Per andare avanti nella vita bisogna spesso ingoiare rospi amari e, soprattutto, armarsi di buona pazienza e tanta, tanta forza, perché nessuno ottiene qualcosa schioccando le dita, tranne i figli degli industriali e forse nemmeno loro, quindi, fanciulle, meno piagnistei e più fatti.
  • Non ho bisogno di loro, perché affermare che una visita ginecologica sia violenza significa che possono benissimo consegnare le tessere del sistema sanitario naturale e schiattare. Mi raccomando, se è così violenza, siate coerenti: niente tamponi per le malattie veneree, niente Pap test e, soprattutto, quando partorirete non fatevi controllare la dilatazione e fatelo come si faceva nel Milleduecento. Quando schiatterete di sifilide o cancro o quando partorirete bambini morti o handicappati a causa dell’ipossia, però, non date la colpa al medico, perché avrete fatto tutto da voi.
  • Non ho bisogno di loro, perché affermare che le mucche vengano stuprate dai tori, quando gli allevatori le fanno coprire, significa essere completamente idiote e non voglio essere mescolata a gente simile. Gli animali non sono persone, prima lo imparate, meglio vivremo tutti quanti.
  • Non ho bisogno di loro, perché se io, un domani, volessi starmene a casa ad accudire i miei figli mentre il mio compagno guadagna la pagnotta, non è che sono una povera oppressa: voglio solo essere presente per i miei bambini come so che non potrei esserlo se lavorassi per sbarcare il lunario. Anche fare la madre è un lavoro e farlo bene è difficile quanto costruire un grattacielo o un reattore nucleare e basta guardarsi attorno per capire quanta gente non sia in grado di fare il genitore, quindi abbiate un po’ di rispetto se decido di sacrificarmi per la mia prole. Mia scelta, nessuno vi ha chiamate in causa.
  • Non ho bisogno di loro, perché se voglio usare gli assorbenti al posto della coppetta, sono libera di farlo. E, tanto per dirlo, nemmeno la coppetta è così igienica –la microbiologia non è una qualche disciplina esoterica, eh-, quindi non vedo perché dobbiate scartavetrare le cosidette a tutto il mondo quando il vostro dio sceso in terra non ha significativi lati positivi.
  • Non ho bisogno di loro, perché rasarmi o non rasarmi è una mia scelta che riguarda il mio senso estetico ed il mio senso pratico, quindi non sono un’eroina del femminismo se vado in giro peggio delle scimmie e non sono una povera oppressa se mi raso la patata, okay?
  • Non ho bisogno di loro, perché, scusate se ve lo dico, ma una donna che non si lava o vive con sei metri di polvere in casa non è una paladina della libertà femminile, ma solo una sozzona che non ha ben chiara l’importanza dell’igiene. Nemmeno io sono la quintessenza del pulito, ma cazzarola, ho letto di quelle cose disgustose che mi hanno seriamente tolto il sonno.
  • Non ho bisogno di loro, perché se mi passa davanti un uomo con più capacità e referenze di me, non è maschilismo, ma meritocrazia, quindi è inutile che piangiate se un ometto con dieci anni più di voi, sedici master e anni di esperienze sul campo, che per di più ha pubblicato degli articoli e parla quattro lingue, è stato preferito al vostro scarno curriculum. E non dite che non vi lagnate per cose così tirando in ballo il maschilismo, perché lo fareste sapendo di mentire.
  • Non ho bisogno di loro, perché non mi serve che gente senza nessuna qualifica parli di argomenti che non competono loro facendo pastoni inutili. Okay che questo è il Paese dei mediocri, ma se non sai nulla di sociologia, non ti metti a parlare di sociologia, se non sai nulla di medicina, non parli di medicina e se non sai nulla di psicologia, non parli di psicologia. Ergo, se state parlando di prostitute, prima di attaccarvi a luoghi comuni potreste fare la fatica di alzare il culo e andare in Ticino, nelle case chiuse, a parlare con loro. Esperienze illuminanti, mi dicono: scoprirete che il mondo è bello perché vario e accanto a ragazze costrette a vendersi e a ragazze che lo fanno a seguito di traumi infantili presunti o reali, ce ne sono molte che lo fanno perché avevano necessità e altre che amano il loro lavoro. Incredibile, vero? Di sicuro sono leggende metropolitane! No, in realtà ne ho conosciute un paio, quindi c’è qualcosa che non va, nelle vostre teorie.
  • Non ho bisogno di loro, perché se mi appassiono alle cose che piacciono al mio ragazzo, non mi serve che il pubblico da casa mi giudichi oppressa: avrò il diritto di innamorarmi del rugby per qualcosa che non siano i giocatori o no?
  • Non ho bisogno di loro, perché è seccante sentire continuamente dire “se le donne qua”, “se le donne là”, “se le donne su”, “se le donne giù”. A me sembra che la regina Elisabetta e la regina Vittoria o Cleopatra o Hatshepsut o Boadicea non fossero esempi di umanità, perfezione, rettitudine, intelligenza superiore, pacifismo o altro: erano semplici persone che, avendo l’opportunità di governare o di esercitare un grande potere sugli altri, hanno agito come meglio credevano, quindi o mi presentate le prove della superiorità morale delle donne, o tacete.
  • Non ho bisogno di loro, perché, semplicemente, io voglio l’uguaglianza, non la disparità. Io voglio essere Nelson Mandela, non Adolf Hitler.

Questi sono solo alcuni dei miei “I don’t need”, perché, in realtà, me ne sono venuti in mente molti altri, ma credo che il quadro della situazione sia abbastanza chiaro.
Rimane da chiedersi soltanto una cosa: prima o poi queste pagliacce capiranno i gravi danni che hanno arrecato al loro stesso sesso, o continueranno a definirmi maschilista e oppressa, andando avanti con ragionamenti talmente cretini, che perfino mia nonna, con la quinta elementare, si sentirebbe offesa ad essere paragonata a loro?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Azz… ho citato Manzoni! Sono maschilista!

(N.B.: nelle situazioni presentate sopra, io faccio riferimento solo a quelle in cui, palesemente, non vi sono forzature o violenze. Se ti rasi la patata o fai la casalinga perché ci sei costretta dal tuo compagno, quella è violenza, ma presumo che tutti quelli che hanno letto e hanno un Q.I. nella media, abbiano capito. La precisazione è per le nazi-femministe, perché conosco la loro capacità di distorcere ciò che leggono o vedono per giustificarsi e darsi ragione.)

 

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Disney, Waffanculo

A parte la storia dei delfini che stuprano, l’articolo è bellissimo e fatto bene.

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Cookin’ with Lizzie: Torta di mele e cannella

Ogni tanto capita che Cugina si ricordi di avere una parente che sa cucinare e che decida di comportarsi in maniera civile per ottenere un pasto o qualche dolce.

Ogni tanto capita che la sottoscritta si impietosisca, decidendo di accontentare lei ed il fratello, vuoi perché, improvvisamente, ricordano l’esistenza delle forme di cortesia tipo “ti prego”, vuoi perché è una vita che non cucino torte.

Il problema era la ricetta: chi l’ha mai fatta la torta di mele? Di sicuro non io ed il mio libro di cucina è scomparso circa due millenni fa, quindi, armata di buona pazienza -e di pochissimo tempo utile-, mi sono lanciata alla ricerca di una ricetta. Ne ho trovate tre convincenti e molto simili -di cui una pubblicata su Giallo Zafferano, sito che uso pochissimo e solo come spunto, perché le loro ricette non mi vengono MAI e, leggendo i commenti, capisco di essere l’unica cretina che non ci riesce ç_ç-, quindi le ho prese e ne ho fatto un mix.


 

Ingredienti

4 mele grandi -io ho usato delle mele verdissime trovate a random in casa e devo dire che sono ottime: non troppo dolci, un filino aspre, perfette-

2-3 uova

200 gr di zucchero -se, come me, la volete non troppo dolce, altrimenti fate 250/270 gr-

250 gr circa di farina 00

100 gr di burro fuso a bagnomaria

Succo di limone

150/200 ml di latte -a me l’impasto è venuto un po’ troppo liquido con 200 ml, che era la dose consigliata dalle ricette, quindi ho dovuto aggiungere della farina-

1 cucchiaino di lievito in polvere -io uso del lievito sfuso trovato dai cinesi, ma calcolate che ogni 500 gr di impasto dovreste aggiungere circa 15 gr di lievito, quindi direi che erano due bustine di lievito per dolci Pane degli Angeli o poco più-

Cannella in polvere -io ne ho messo un cucchiaino abbastanza abbondante, ma dipende anche da quanto è lì a far la muffa la spezia e quanto vi piace la cannella-

Sale

1 bacca di vaniglia

Buccia di limone grattugiata o essenza di limone


Tagliate in due un limone, poi spremetelo e mettetelo da parte. Se avete deciso di usare la buccia di limone, grattatela prima di spremerlo -e spero per voi che sia un limone non trattato-.

Sbucciate le mele e tagliatele in quattro spicchi ognuna e poi a fettine non troppo sottili. Non importa se, come me, siete dei cani nel tagliarle: non siamo a MasterChef e Bastianich non la lancerà nel cestino, questa è una torta casalinga, quindi non datevi troppa pena.

Unite le mele ed il succo di limone e mettetele da parte, poi mettete il burro a sciogliere a bagnomaria.

Mettete il latte in un pentolino, poi prendete la bacca di vaniglia, tagliatela a metà e togliete i semi, quindi metteteli nel latte, che poi metterete a scaldare fino ad ebollizione.

Mettete le uova in una ciotola, poi incorporate lo zucchero pian piano finché non otterrete un composto uniforme e senza grumi, quindi aggiungete il burro, l’essenza di limone o la buccia grattugiata e la cannella e mescolate, stando attenti a non lasciare che si formino grumi. A questo punto aggiungete il latte alla vaniglia, il sale, la farina -vi consiglio di setacciarla, prima, per evitare grumi- e il lievito e mescolate.

Quando il composto sarà omogeneo e privo di grumi, aggiungete le mele e mescolate.

Nel frattempo accendete il forno a 175-180° circa -dipende dal forno, se avete un catorcio come il mio, vi consiglio una temperatura un pelino più bassa e tempi di cottura più lunghi- e lasciatelo riscaldare; prendete una tortiera -22 o 25 cm di diametro, dipende sempre da come la volete- ed imburratela e infarinatela, poi versatevi il composto, cercando di far sì che le mele si dispongano in modo omogeneo.

Quando il forno sarà abbastanza caldo, infornate la torta e lasciatela cuocere per circa 45-60 minuti -come dicevo prima, dipende dal forno-, poi sfornatela e lasciate che si raffreddi un poco per poterla tirar fuori agevolmente dallo stampo.

Potete servirla ancora calda e accompagna da della cioccolata calda fatta in casa -prima o poi metterò la ricetta della mia- o del té o con un bel bicchiere di latte caldo per i bambini.

Una delle versioni della ricetta suggeriva di inserire anche un goccio di succo di mele filtrato… vi farò sapere come viene, ma, nel frattempo, buon appetito! 😛

140708-2316

La mia bellissima torta -poco lievitata, rispetto alle foto di Giallo Zafferano- con una tazza di Earl Grey.

 

 

 

 

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Social Nazi – L’amore ai tempi degli animalari

L'Angolo Del Recensore

Sono tornata. E più incazzata che mai.

Caldo torrido e stupidità umana sono una combo micidiale pure per me, soprattutto ora che è estate e le uniche persone con le quali mi va di parlare sono i gelatai, e solo perché mi portano – appunto – il gelato, sennò la mia vita sociale si ridurrebbe ad un volo pindarico in cui vivo alla Barriera e copulo allegramente con Jon Snow.

Per dare una nota fresca al blog, oggi l’argomento è * rullo di tamburi * GLI ANIMALISTI! 😀

Cos’è un animalista, vi potreste chiedere? Beh, a paroleè un individuo che “con l’azione o con altri interventi polemici, si impegna nella difesa degli animali da ogni forma di maltrattamento da parte dell’uomo” (tratto dal vocabolario Treccani, tanto per restare in tema).

Nei fatti, è un fondamentalista mussulmano – senza offesa per i fondamentalisti mussulmani – che attenta alla vita di…

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Animalisti contro Università di Modena: com’è cominciato tutto

Pro-Test Italia

Durante i primi mesi del 2012 l’Ufficio Diritti Animali del comune di Modena aveva contattato la direttrice dello stabulario dove si fa ricerca di base su primati. (Per approfondire: goo.gl/ZoL1BK)
L’Ufficio voleva capire se era possibile ricevere gratuitamente qualche animale perché sarebbe stato disposto a donarlo al Centro faunistico di Monte Adone in provincia di Bologna.
Siccome in quel momento allo stabulario c’era un esubero di animali e la sperimentazione era ferma, i ricercatori hanno accettato.
C’è stato un lungo scambio di mail. La trattativa è stata lunga, è durata qualche mese: l’ente animalista voleva più animali, invece lo stabulario, considerate le dimensioni della colonia e il fatto che bisogna andare cauti con certe trattative, ha deciso di cederne uno solo.
Il 1 agosto del 2012, quindi, un macaco è stato ceduto dalla struttura ed è stato ritirato da responsabili del centro faunistico, con la mediazione di Daniela Barberi (responsabile dell’Ufficio Diritti Animali…

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