Maleficent is a feminist heroi… wait, what?!


Vi son mai capitate quelle recensioni che, una volta lette, vi lasciano basiti? Sì, quelle che ti fan pensare che o tu e chi l’ha scritta non abbiate visto lo stesso film o che qualcuno non abbia capito niente del film e quel qualcuno non sei tu? Ecco, questa è una di quelle volte.

Ora, se vi siete persi i miei precedenti articoli sul femminismo –qua e qua-, vi consiglio di leggerveli, perché presumo che saranno abbastanza di aiuto per capire ciò che segue.

maleficent-2014-film-posters-16Il film in questione è Maleficent. Spero che l’abbiate visto e, se non lo avete fatto, fatelo o leggetevi la trama, perché è l’unico modo per capire ciò che dirò.

Allora, in soldoni il film è la rielaborazione dark della fiaba della Bella Addormentata –che non era già abbastanza dark di suo, no?-, cosa che va molto di moda al momento: Cappuccetto Rosso Sangue –che ho amato-, Biancaneve ed il Cacciatore –se non l’avete ancora visto, non fatelo, perché non ne vale la pena: la Stewart è inespressiva ed incapace come sempre. Certo, qualche secondo di Charlize Theron semi-desnuda e Chris Hemsworth nei panni del rude e sozzo cacciatore potrebbero giustificare l’acquisto del DVD… ma no-, Hansel e Gretel- Cacciatori di streghe –se ignorate il fatto che il film non ha un cazzo a che fare con la fiaba ed è la quintessenza dell’assurdo, è godibile. Tanto sangue, tante botte, tanti effetti speciali, trama passabile anche se non è uno dei migliori film usciti in questi anni e poi ci sono Jeremy Renner e Gemma Artenton che riequilibrano tutto il trash della pellicola-, ecc…

‘Nzomma, le fiabe in salsa “botte, sangue, violenza, alé, alé” tirano parecchio, anche se Maleficent è un po’ particolare, in quanto la storia non si concentra sulla bella principessa Aurora, ma sulla fata cattiva, Malefica. Oddio, non è un’innovazione di chissà quale portata, anche in Biancaneve ed il Cacciatore viene fatta una certa introspezione di Ravenna, la regina cattiva: si spiega il suo passato e si motiva il suo percorso. Che poi è l’unica cosa che salva tutto il film, che, per il resto, è di un piattume da far paura.

Ma, insomma, nessuno sano di mente direbbe che Ravenna è un personaggio femminista: tutte le infanzie difficili che tu possa aver avuto e la paura di invecchiare non possono giustificare atti criminali e lievi propensioni alla follia. E allora perché Malefica diventa un inno al femminismo?

Vi avverto, siete in tempo per chiudere tutto, ignorare questa recensione della recensione e fingere che il mondo sia bello e rosa: non vi biasimerò. Se invece volete continuare a leggere, sedetevi, prendetevi una birra e godetevi lo show.

Stavo dicendo… ah, sì, Malefica come modello di femminismo. Ora, se avete visto il film, probabilmente sarete perplessi come me, se non lo avete visto, confido che abbiate letto la trama.

Ma chi è l’autore di questa sparata che, per usare un eufemismo, è un filino esagerata e presa per i capelli?

Ecco a voi:

.... uccidetemi

Per dovere di cronaca, si tratta di uno degli admin della pagina –qua il link– e presumo che sia proprio la Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne” ma non ne sono sicura al 100%. Per dovere di cronaca dico anche di non averlo visto –il documentario, intendo-, ma che me ne avevano parlato molto bene e quindi presumevo di trovarmi davanti ad una persona abbastanza scrocca da non scrivere certe boiate. Sbagliavo.

Vocina nella testa: “Lassie, sei troppo ottimista.”

Lo so. Brutto vizio, dovrei smettere.

La mia domanda è: che film ha visto la signora? No, perché a me un paio di cose, nella recensione, non tornano, ma direi di analizzarle con molta calma.

Prima di tutto, direi di partire con una domanda basilare: ma la signora ha mai letto la fiaba della Bella Addormentata? Mi sa di no, altrimenti non avrebbe mai scritto ciò: “Il film ribalta secoli di stereotipi sulle donne che qui non sono in competizione sulla bellezza, tutt’altro.

Wut?! Da quando Rosaspina e la fata cattiva sono in competizione per la bellezza?! Non è che la sciura si confonde con Biancaneve e la matrigna? No, perché la fiaba in questione con due donne che si scannano per vedere chi è più bella ha poco o niente a che fare.

Ecco a voi la versione integrale e originale della storia:

C’era una volta un re e una regina, ch’erano tanto tanto arrabbiati di non aver figli. Visitarono tutte le acque del mondo: voti, pellegrinaggi, devozioni spicciole, tutto inutile. Alla fine però la regina divenne gravida e partorì una bambina. Si fece un bel battesimo; si dettero per comari alla principessina tutte le Fate ch’erano in paese (sette se ne trovarono), affinché ciascuna le facesse un dono, come usavano le Fate a quel tempo, e così la principessina ebbe tutte le perfezioni immaginabili.
Dopo la cerimonia del battesimo, tutta la brigata tornò a palazzo reale, dove un gran festino era preparato per le Fate. Davanti a ciascuna fu messo un magnifico piatto con un astuccio di oro massiccio contenente un cucchiaio, una forchetta e un coltello di oro fine, ornati di diamanti e rubini. Ma mentre si pigliava posto a tavola, eccoti entrare una vecchia Fata, che non era stata invitata, perché da più di cinquan’anni non usciva dalla Torre, e la si credeva incantata o morta.
Il re le fece dare un piatto; ma non ci fu modo di darle un astuccio d’oro massiccio come alle altre, visto che solo sette se n’erano ordinati per le sette Fate. La vecchia si figurò che la disprezzassero e brontolò fra i denti qualche minaccia. L’udì una giovane Fata che le stava vicino, e pensando che quella avrebbe potuto fare alla principessina qualche malefico incantesimo, s’andò a nascondere, subito dopo tavola, dietro una tenda, per esser così l’ultima a parlare e poter riparare alla meglio al male che avrebbe fatto la vecchia.
Le Fate intanto incominciarono a fare i loro doni alla principessa. La più giovane le promise ch’essa sarebbe la più bella ragazza del mondo; la seconda che avrebbe spirito come un angelo; la terza che avrebbe una grazia impareggiabile in ogni cosa che facesse; la quarta che ballerebbe a per-fezione; la quinta che canterebbe come un usignuolo, e la sesta che sonerebbe a meraviglia ogni sorta di strumenti. La vecchia Fata, venuta la sua volta, disse, crollando il capo, più dal dispetto che dalla vecchiaia, che la principessa si bucherebbe la mano con un fuso e ne morrebbe.
Il terribile presagio fece rabbrividire tutti e non ci fu un solo che non piangesse. Sbucò in quel punto di dietro la tenda la giovane fata, e disse forte queste parole: “Rassicuratevi, re e regina: è vero ch’io non ho tanto potere da disfare quel che ha fatto la mia anziana. La principessa avrà la mano bucata da un fuso; ma invece di morirne, cadrà solo in un sonno profondo, che durerà cento anni, in capo ai quali il figlio di un re verrà a svegliarla”.
Il re, per cansare la disgrazia annunziata dalla vecchia fata, fece subito pubblicare un bando col quale si proibiva a chicchessia di filare col fuso o di aver fusi in casa, pena la testa.
Dopo quindici o sedici anni, un giorno che il re e la regina erano andati a una loro villa, la giovane principessa correndo qua e là pel castello e passando da una camera all’altra, montò fino in cima ad una torre, in una soffitta, dove una buona donna se ne stava soletta a filar la sua conocchia. La buona vecchia niente sapeva della proibizione del re. “Che fate, brava donna? domandò la principessa. — Filo, bella giovane, rispose la vecchia che non la conosceva. — Ah, che bella cosa! esclamò la principessa; e com’è che fate? Date qua; voglio vedere se son buona anch’io.” Detto fatto; e poiché era vivace e un po’ stordita, ed anche perché così ordinava la sentenza delle fate, si bucò la mano col fuso e cadde svenuta.
La buona vecchia, molto imbarazzata, chiama aiuto. Si corre da tutte le parti; si spruzza d’acqua la faccia della principessa; la slacciano; le battono nelle mani; le strofinano le tempie con l’acqua della regina d’Ungheria: tutto inutile!
Allora il re, che era rientrato in palazzo e che subito accorse al rumore, si ricordò della pre-dizione delle fate, e pensando giustamente che la cosa doveva succedere poiché le fate l’aveano detto, fece allogare la principessa nel più sontuoso appartamento del palazzo, sopra un letto tutto ricamato d’oro e d’argento. Pareva un angelo, tanto era bella; poiché il deliquio non le avea tolto il vivo incarnato delle guance e il corallo delle labbra. Solo gli occhi avea chiusi, ma la si sentiva respirar dolcemente, e ciò facea capire che non era morta.
Ordinò che la lasciassero dormire in pace fino al tempo assegnato. La buona Fata che le avea salvato la vita condannandola a dormir cent’anni, trovavasi nel regno di Matacchino, dodicimila leghe lontano, quando alla principessa capitò la disgrazia; ma in un attimo ne fu avvertita da un nano che avea degli stivali di sette leghe, cioè che facean sette leghe in un sol passo. La Fata partì all’istante, e in capo ad un’ora arrivò sopra un carro tutto di fuoco tirato da dragoni e smontò nella corte del castello. Il re le porse la mano e l’aiutò a metter piede a terra. Ella approvò quanto da lui era stato fatto; ma, preveggente com’era, pensò che al momento di svegliarsi la principessa sarebbe stata molto imbarazzata trovandosi sola soletta in quel vecchio castello. Che fare? a che espediente ricorrere? In meno di niente, trovò.
Toccò con la sua bacchetta tutto quanto trovavasi nel castello, fuorchè il re e la regina: go-vernanti, dame d’onore, cameriere, gentiluomini, ufficiali, maestri di casa, cuochi, guatteri, galoppini, guardie, svizzeri, paggi, fantini. Toccò anche tutti i cavalli delle scuderie, non che i palafrenieri, i grossi mastini della corte, e la piccola Puff, la cagnetta della principessa che le stava accanto sul letto. Toccati appena; tutti si addormentarono per destarsi poi nel punto stesso della loro padrona, per esser pronti a servirla. Perfino gli spiedi che stavano sul fuoco, carichi di fagiani e pernici, si addormentarono, e così pure il fuoco. Tutto ciò in un momento. Le Fate non andavano per le lunghe.
Allora il re e la regina, baciata la figlia loro senza svegliarla, uscirono dal castello e fecero bandire che a chiunque era proibito avvicinarvisi. Del divieto non c’era bisogno, perchè in un quarto d’ora, crebbero tutt’in giro al parco tanti e tanti alberi grandi e piccoli, tanti cespugli e spine ingrovi-gliati, che nè bestie e nè uomo vi potean passare; non si vedea più che la cima delle torri del castello, e anche da molto distante. Certo era pure questo, un colpo della Fata affinchè la principessa ad-dormentata non fosse disturbata dai curiosi.
In capo a cent’anni, il figlio d’un regnante di allora, appartenente a una famiglia diversa da quella della principessa dormiente, trovandosi a caccia da quelle parti, domandò che mai fossero certe torri ch’ei vedeva spuntare di mezzo a un bosco foltissimo. Ciascuno gli rispose secondo ne avea sentito parlare. Dicevano gli uni che quello era un vecchio castello visitato dagli spiriti; gli altri che tutti gli stregoni del paese vi tenevano il loro sabbato. La credenza più comune era che un orco vi abitasse, e che là dentro ci si portasse quanti bambini potea prendere per mangiarseli a comodo, senza che si potesse seguirlo, visto che egli solo aveva potere di aprirsi un passaggio nel folto del bosco.
Il principe non sapea che pensare, quando un contadino prese la parola e gli disse: “Principe, più di cinquant’anni fa, mi diceva mio padre che in quel castello c’è una principessa la più bella che si possa vedere, che vi dovea dormire cent’anni e che l’avrebbe svegliata un figlio di re, cui ella era destinata.”
A questo discorso il giovane principe si fece di fuoco. Credette subito che toccasse a lui met-ter fine alla bella avventura, e spinto dall’amore e dalla gloria, deliberò di veder all’istante di che si trattasse. Non appena si avanzò verso il bosco, tutti quegli alberi, quei cespugli, quelle spine, si aprirono da sè per dargli il passo. Egli andò diritto al castello che sorgeva in fondo a un gran viale: stupì un poco però, vedendo che nessuno dei suoi l’aveva seguito, poichè gli alberi si erano ricon-giunti, appena passato lui. Andò avanti lo stesso. Un giovane, principe e innamorato, è sempre valo-roso. Entrò in una ampia anticorte, dove ogni cosa alla bella prima era capace di agghiacciarlo dal terrore. Un silenzio terribile; dapertutto l’immagine della morte; corpi distesi di uomini e di bestie che parevano morti. Il principe si avvide nondimeno al naso impustolito e alla faccia rossa degli svizzeri, che questi erano solo addormentati, e le tazze ancora contenenti qualche goccia di vino mostravano chiaro che s’erano addormentati bevendo.
Traversa una gran corte lastricata di marmo. Monta la scala, entra nel salone delle guardie, e le trova schierate in fila, carabina a spallarme, e russando della grossa. Traversa varie sale zeppe di dame e gentiluomi che tutti dormivano, chi ritto e chi seduto. Entra infine in una camera tutta dora-ta, dove, sopra un letto dalle cortine aperte da ogni lato, vide il più bello spettacolo che mai avesse visto, una fanciulla tra i quindici e i sedici anni, luminosa, splendida, divina. Si accostò ammirato e tremante e le s’inginocchiò vicino.
Allora, poichè la fine dell’incanto era arrivata, la principessa si svegliò, e guardandolo con occhi più teneri che un primo incontro non consentisse: “Siete voi, mio principe? gli disse; quanto vi siete fatto aspettare!” Estasiato da queste parole, e più dal modo con cui eran dette, il principe non sapeva come attestarle la sua gioia e la riconoscenza. Le giurò di amarla più di sè stesso. Parlava imbrogliato epperò piaceva di più: con poca eloquenza e molto amore si fa molto cammino. Egli era più imbarazzato di lei, il che è naturale. La principessa aveva avuto tutto il tempo di pensare alle cose da dirgli; perchè sembra (la storia non lo dice però) che la buona Fata, durante il lungo sonno, le procurava la dolcezza di piacevoli sogni. In somma, già da quattr’ore si parlavano, e non s’erano dette la metà delle cose da dirsi: “Come! bella principessa, esclamava il principe guardandola con occhi che si esprimevano molto meglio delle parole, la sorte amica mi mise al mondo per servirvi? Solo per me cotesti begli occhi si aprirono, e tutti i re della terra, con tutta la loro potenza, non avrebbero ottenuto quel che io ottenni col mio amore? — Sì, caro principe, rispose la principessa, solo in vedervi io sento che siam fatti l’uno per l’altra. Voi vedevo, con voi discorrevo, voi amavo, durante il mio sonno. La Fata mi aveva empito la fantasia dell’immagine vostra. Io già sapevo che l’uomo destinato a toglier l’incanto sarebbe stato più bello dell’amore, che più di sè stesso mi avrebbe amato, e appena comparso, vi ho subito riconosciuto.”
Intanto tutto il palazzo erasi svegliato con la principessa. Ciascuno pensava al proprio ufficio, e poichè non tutti erano innamorati, si morivano dalla fame, tant’era che non mangiavano. La dama di compagnia, non meno degli altri impaziente, disse forte alla principessa che la carne era in tavola. Il principe aiutò la principessa ad alzarsi. Era già vestita di tutto punto; ma egli si guardò bene dal dirle che era vestita come la vecchia nonna e che portava il colletto alto d’una volta. Non per questo era meno bella.
Passarono in una sala di specchi, e cenarono. Violini ed oboi sonarono motivi vecchi di cent’anni, ma sempre belli; e, dopo cena, senza perder tempo, il primo grande elemosiniere glì sposò nella cappella, e la dama d’onore tirò loro le cortine. Dormirono poco. La principessa non ne aveva gran bisogno e il principe la lasciò a punta di giorno, per tornarsene in città, dove il re suo padre do-vea stare in pensiero per lui.
Il principe gli disse di essersi sperduto a caccia nel bosco, e di aver dormito nella capanna di un carbonaio, che aveagli dato da mangiare pane nero e formaggio. Il re, che era un brav’uomo, gli credette; ma la regina madre non si capacitò, e vedendolo andare ogni giorno a caccia e trovar sem-pre delle scuse quando aveva dormito fuori due o tre notti, sospettò di qualche amoretto. Parecchie volte, per farlo discorrere, gli disse che la vita bisogna godersela; ma egli non osò mai confidarle il segreto: le volea bene ma ne avea paura. Ella era di razza orca e il re l’avea solo sposata perchè ricca a milioni. Susurravasi anzi in corte che avesse tutte le inclinazioni degli orchi, e che vedendo passare dei bambini, a gran fatica si tratteneva per non acciuffarli: sicchè il principe niente le disse. Durante due anni continuò a vedere in segreto la cara principessa e l’amò sempre più forte. Il mistero gli conservò il gusto d’una prima passione, e tutte le dolcezze dell’imene non valsero a scemare gl’impeti dell’amore
Ma venuto il re a morte, e vistosi egli padrone, dichiarò pubblicamente il matrimonio, e si recò in gran pompa a prendere la regina sposa nel suo castello. L’entrata nella capitale fu una cosa magnifica.
Qualche tempo dopo, il re andò a far la guerra all’imperatore Cantulabutta, suo vicino. Lasciò alla regina madre la reggenza, e molto le raccomandò la reginotta, ch’egli più che mai adorava, dopo averne avuto due figliuoletti, una bambina che chiamavano Aurora e un bambino cui davano il nome di Giorno, a motivo della loro somma bellezza. Il re doveva passare tutta l’estate alla guerra; e non appena lo vide partito, la regina madre mandò la nuora co’ bimbi a una casa di campagna nei boschi, per aver più agio di saziare l’orrenda sua voglia. Vi andò pochi giorni dopo e disse una sera al suo maestro di casa: “Mastro Simone, domani a pranzo voglio mangiare la piccola Aurora. —Ah! Maestà, esclamò il maestro di casa… — Così voglio” riprese la regina con la voce di un’orca, che ha la voglia di mangiar carne fresca.
Il pover’uomo, vedendo che con un’orca, non c’è da scherzare, prese il suo trinciante, e montò in camera della piccola Aurora. La bambina aveva quattro anni, e ridendo e saltando gli si gettò al collo e gli domandò dei confetti. Egli si mise a piangere e il trinciante gli cadde di mano. Se n’andò allora giù al pollaio e tagliato il collo a un agnellino, lo condì con una salsa così gustosa, che la cattiva regina gli giurò di non aver mai mangiato niente di più squisito. Nel tempo stesso, portata via la piccola Aurora, il maestro di casa la consegnò a sua moglie perchè la nascondesse nella casetta da loro occupata in fondo al cortile.
Otto giorni dopo la cattiva regina disse al maestro di casa: “Mastro Simone, stasera a cena voglio mangiare il piccolo Giorno”. Quegli non fiatò, deciso di ingannarla come l’altra volta. Se ne andò dal piccino, e lo trovò con in mano un piccolo fioretto tirando di scherma con uno scimmione. Eppure non aveva che tre anni. Lo portò alla moglie che lo nascose con la piccola Aurora, e diè in cambio alla cattiva regina un capretto tenerissimo, ch’ella trovò prelibato. Le cose fin qui erano an-date lisce; ma una sera, la cattiva regina gridò con voce tremenda: “Mastro Simone! mastro Simo-ne!”. Egli accorse e si sentì dire: “Domani voglio mangiare mia nuora!” Allora sì che mastro Simone disperò d’ingannarla. La reginotta aveva vent’anni passati, senza contare i cent’anni che avea dormito. Avea la pelle un po’ dura, benchè bella e bianca; e come fare per trovar nella corte una be-stia di quell’età! Deliberò dunque, per aver salva la vita, di tagliar la gola alla reginotta, e montò in camera di lei con l’intenzione di non pensarci su due volte. Entrò, cercando di eccitarsi al furore, col pugnale in mano. Non volle però pigliarla alla sprovvista, e con gran rispetto le comunicò l’ordine ricevuto dalla regina madre. “Fate, fate pure, le diss’ella, porgendo il collo; eseguite l’ordine che vi si è dato. Andrò a rivedere i miei bimbi, i poveri miei bimbi, che tanto ho amato!” Li credeva morti, dopo che glieli avevan tolti senza dirle niente.
“No, signora, no, rispose il povero mastro Simone, tutto intenerito, voi non morrete. Andrete a rivedere i vostri cari bimbi, ma in casa mia, dove gli ho nascosti, ed io ingannerò ancora una volta la regina, dandole a mangiare una cervetta in cambio di voi”.
Subito la condusse in casa di sua moglie, dove la lasciò ad abbracciare i suoi bimbi e a pian-gere con essi, e se n’andò a cucinar la cervetta che l’orca mangiò a cena col medesimo gusto che se fosse stata la reginotta. Era contentissima della sua crudeltà, e si preparava a dire al re, quando fosse tornato, che i lupi arrabbiati avean divorato la regina consorte e i due piccini.
Una sera che gironzava, come al solito, pei cortili del castello per fiutare qua o là della carne fresca, udì di dentro a una camera a terreno il piccolo Giorno che piangeva perchè la mamma lo vo-lea far frustare per una cattiveria da lui commessa, e udì pure la piccola Aurora che implorava per-dono pel fratello. L’orca riconobbe la voce della reginotta e dei bimbi, andò su tutte le furie per l’in-ganno patito, e ordinò la mattina appresso con quella voce spaventosa che tutti facea tremare, che si portasse nel bel mezzo del cortile una grande tinozza. Fece poi empir questa di rospi, vipere, bisce e serpenti, perchè la reginotta e i bimbi vi fossero gettati, non che mastro Simone, sua moglie e la serva. Avea dato ordine di menarli tutti con le mani legate dietro la schiena.
Erano già sul posto, e i carnefici si preparavano a gettarli nella tinozza, quando la reginotta domandò in grazia che almeno le facessero sfogare il suo cordoglio; e l’orca, per malvagia che fosse, consentì. “Ahimè! ahimè! proruppe la povera principessa; debbo dunque morire così giovane? È vero che da molto sono al mondo; ma ho dormito cent’anni, e non è giusto che questi contino. Che dirai tu, che farai, povero principe, quando tornando qua non ti vedrai venire incontro per abbracciarti nè il piccolo Giorno così grazioso nè la piccola Aurora cosi carina, quando io stessa non vi sarò più? Se io pìango, per te piango; tu ci vendicherai forse, ahimè! su te stesso. Sì, miserabili, che obbedite ad un’orca, il re vi farà tutti morire a fuoco lento.”
L’orca, udite queste parole che erano assai più di uno sfogo di cordoglio, urlò invasa dalla rabbia: “Obbedite, carnefici, e si getti all’istante nella tinozza questa ciarliera.” Subito si accostarono i carnefici alla reginotta e l’afferrarono per la sottana; ma in quel punto stesso, il re, che non era così presto aspettato, entrò a cavallo nella corte. Avea viaggiato co’ rilievi di posta, e domandò stupito che cosa significava quell’orrendo spettacolo. Nessuno avea coraggio di dirglielo, quando l’orca, ar-rabbiata di vedere quel che vedeva, si gettò da sè a capofitto nella tinozza, e fu in un attimo divorata dalle sozze bestie che vi aveva fatto mettere. Il re ne fu dispiacente; ma subito se ne consolò con la bella moglie e i figliuoletti.

(da Ti racconto una fiaba)

In questa fiaba, dunque, c’è tutto, dall’omicidio allo stupro, fuori che la fata cattiva e la bella principessa in competizione per l’aspetto fisico. E quindi che stereotipi dovrebbe ribaltare il film? No, per capire, perché o sono stupida io, o chi ha scritto quel commento lo ha fatto senza sapere di cosa stesse parlando: la fata incanta la povera bambina perché pensava che gli altri la disprezzassero in quanto non era stata invitata al battesimo della pupetta e non c’erano regali per lei, non perché la lattante –vi faccio notare che quando questa fiaba venne inventata, i bambini si battezzavano subito dopo il parto, perché quelli che morivano prima del primo anno di vita erano la regola, non l’eccezione- fosse più bella di una donna che viene descritta come “vecchia”. Quindi, ripeto, gli stereotipi ribaltati dove sono? Non ci sono, semplicemente. Al massimo la storia è stata stravolta.

“Qui si racconta di un mondo perfetto che viene inquinato dalla presenza MASCHILE , alla ricerca di potere e che non si ferma davanti a nulla, nemmeno all’amore sublime di MALEFICA.”

E qua, in parte, potrei darle ragione. Ma solo in parte. Devo dire che, a parte che, essendo una fiaba, ovviamente l’ambientazione è stata romanzata, tutto sommato Maleficent racconta il Medioevo dell’immaginazione popolare, quello delle fiabe, pieno di creature magiche, incantesimi, streghe, principesse, principi, re, regine e draghi e quindi mi sembra un filino ovvio che l’esercito nemico e, in generale, i personaggi umani più attivi fossero proprio degli uomini. Lo so che la storia è un optional, ma le donne, nel Medioevo, soprattutto se di nobile lignaggio, avevano due scopi nella vita: sposarsi –matrimoni combinati, eh, non vi pensate chissà cosa: ti sposavi con chi diceva tuo padre e sempre e solo per il tornaconto della tua famiglia- e figliare. E magari sopravvivere al parto, ma quella è un’altra storia.

MALEFICENT

Questa è una dannata guerra. Fino a sessant’anni fa in guerra, a combattere, ci andavano gli uomini. C’è qualcosa che non vi torna in questo ragionamento?

Non era previsto che le donne andassero in guerra o regnassero e la legge salica in materia di successioni non se la sono inventata i Savoia nel Milleottocento, anche se poi ci sono stati casi di donne di un certo rilievo in campo politico o militare, ma erano eccezioni, non la regola, quindi direi che sì, l’altro mondo, il mondo umano, almeno in Maleficent, è maschile. Grazie mille… se ci avessero mostrato le cucine del castello e le stanze della regina o il mercato del villaggio, avremmo visto una marea di donne. Ripeto, fantastico o reale che sia, parliamo del Medioevo e non è che la fiaba originale brilli di grandi presenze femminili.

Comunque, diamo per buono il fatto che il cattivo di turno sia un uomo… ma perché è proprio la presenza “maschile” –maschile ad indicare il genere in toto, come se si trattasse di una qualche malattia infettiva- ad aver inquinato il luogo bello ed incontaminato? Io vorrei far notare che il problema principale non era uomini e donne, ma il fatto che Re Enrico fosse invidioso e spaventato dal regno delle fate, la Brughiera, che custodiva sia ricchezza che magia. Se proprio vogliamo trarne lezioni di carattere morale, potremmo dire che la storia, almeno fino a questo punto, parla dell’odio per il diverso o lo sconosciuto e quindi potrebbe avere vaghe allusioni al razzismo e la xenofobia, non al sessismo di stampo machista.

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Certa gente dovrebbe scegliersi meglio gli amici…

Comunque, il regno viene sconvolto da un uomo –a questo punto si parla di Stefano- che non si ferma davanti all’amore sublime di Malefica, una fata che si occupa di proteggere la Brughiera e di cui è amico fin dall’infanzia. A questo punto, se volessimo tirar fuori un’altra lezione di carattere morale, potremmo vederci un monito contro coloro che mettono la carriera ed il potere prima dei sentimenti di coloro che amano, ma, in ogni caso, l’amore di Malefica non è sublime: è l’amore di una ragazzina che si è presa una sbandata per l’unico uomo che conosce e che gli rimane fedele. Non c’è nessuna sublimazione dell’amore, non c’è nessun sentimento perfetto ed idealizzato, c’è solo una giovane donna ingenua ed innamorata che non è così diversa dai personaggi di altri tremila film e cinquemila libri. Anche Emma Bovary era innamorata ed incredibilmente ingenua, ma non mi sembra che sia annoverata tra le eroine del femminismo. Ma facciamo finta che tutto ciò abbia un senso e che l’autrice della recensione non abbia visto nel film ciò che voleva vederci.

“Il film ha profondi significati simbolici ( la scena in cui l’uomo taglia le ali di Malefica, richiama lo stupro anche per le conseguenze che avrà).”

A me sembra che quella scena sia tutto, fuori che uno stupro. Il gesto di Stefano ha una doppia valenza: da un lato è sì il modo per ottenere il potere, ma dall’altro è anche quello per preservare la vita di Malefica, che lui ama –anche se, probabilmente, non con la stessa intensità di lei-. Del resto la fata dormiva, narcotizzata dallo stesso Stefano e lui aveva un coltello: quanto gli ci sarebbe voluto per tagliarle la gola e portarne il cadavere a Re Enrico per essere nominato suo erede? Perché lasciarla vivere con la possibilità che lei potesse palesare la propria esistenza anche quando, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere morta, almeno secondo le parole dell’uomo? Perché Stefano avrebbe dovuto esitare, se il suo atto avesse dovuto simboleggiare lo stupro? Non avrebbe dovuto essere qualcosa di istintivo, immediato, privo di qualsiasi implicazione emotiva che potesse far pensare a pietà e compassione? Eppure Stefano prova dei rimorsi di coscienza –sta tradendo colei che lo ama per quello che è o, per lo meno, che era e che si fida incondizionatamente di lui-, è incerto prima di colpire la ragazza che gli è stata amica e gli ha dato amore e fiducia e, alla fine, decide di tagliarle le ali e non di ucciderla, che poi sarebbe la ragione che l’aveva spinto ad andare nella Brughiera per cercarla.

Malefica non doveva vivere: Re Enrico aveva ordinato di ucciderla. Stefano le ha solo strappato le ali, ma le ha lasciato la vita e la magia. Io non vedo nessuna allegoria dello stupro, vedo solo un cretino che non ha le palle di liberarsi di una possibile minaccia. Ossia, uno che Il Principe di Machiavelli non l’ha letto. Ma uno stupratore? Andiamo, su… ripeto, che senso avrebbe mostrare uno stupratore che prova rimorso e dolore per quello che fa? Che senso ha indurre lo spettatore e provare un briciolo di comprensione e, alla fine, di pietà anche per Stefano? Nessuno.

“Ma un elemento su tutti è coraggiosissimo: l’uomo è portatore del male in un mondo perfetto e puro femminile. Tanto che il bacio che sveglierà la principessa non sarà quello di un bel principe, che c’è ma è figura secondaria, ma quella di una mentore donna maggiore, Malefica appunto.
Le donne trionfano, la figlia perde il padre cattivo e non versa una lacrima( forte simbolismo sulla morte del patriarcato), gli uomini ci sono ma non hanno più un ruolo prinicipale.”

E qua capiamo l’intendo di questa recensione, ossia l’ormai abusatissimo “teorema nazifemminista” –il primo che lo definisce femminista, le busca-: gli uomini sono il male, l’aggressività, l’imperfezione e la negatività in generale, le donne sono la bontà, la compassione, la perfezione e la positività in generale. Vabbé, sciura, le piace vincere facile, evidentemente, peccato che abbia beccato qualcuno che il film l’ha visto e meglio di lei.

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Una barriera di spine, un trono che nessuno le ha dato e delle guardie del corpo alte come l’Empire State Building e voi me lo chiamate perfetto e puro? A sto punto il fascismo è stato solo lo scherzo di quel gran burlone del Benny… maddai…

L’uomo è portatore del male? Sicuri sicuri? Facciamo un breve riassuntivo di ciò che segue il taglio delle ali: Malefica, tradita dal suo amore e priva di una parte fondamentale della sua persona –le ali-, da di matto ed erige una barriera attorno alla Brughiera, per poi autoproclamarsi signora del regno delle fate e darsi ad un look da dominatrice sadomaso. Un mondo puro e femminile? Magari no, visto che la cara fatina instaura un regno del terrore o qualcosa che si avvicina molto ad uno Stato di polizia, ergo non è proprio una monarca illuminata.

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Stefano capisce che forse ha commesso ‘na cazzata…

Stefano, invece –che nel frattempo, fingendo di aver ucciso la sua vecchia fiamma, ha sposato la figlia di Re Enrico ed è diventato il sovrano del regno degli uomini-, l’ha probabilmente sottovalutata e ne paga il prezzo: la fata, completamente fuori di sé e spinta dal proprio odio, fa irruzione al battesimo della figlioletta del nuovo Re e la maledice: la bambina morirà il giorno del suo sedicesimo compleanno pungendosi il dico col fuso di un arcolaio. Sì, lo so, lo so, in realtà dovrebbe dormire per sempre e svegliarsi col bacio del vero amore –inteso come amore incondizionato-, ma, seriamente, quante possibilità ci sono? E Malefica fa il mio stesso ragionamento: lei, grazie a Stefano, non crede più al vero amore e quindi è sicura che nessuno riuscirà mai a risvegliare la pupattola dal suo sonno eterno. Per di più, vista l’epoca in cui è stata inventata la storia, pungersi con un fuso era comune come oggi sono comuni le code in autostrada a ferragosto, quindi la fata sapeva perfettamente che Aurora non aveva possibilità di scampare al proprio destino.

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L’amore fatto a donna: ha appena maledetto una neonata perché il padre di lei l’ha scaricata, prendendola decisamente per il naso e si è sposato un’altra. Davvero, Madre Teresa di Calcutta è una principiante rispetto a Malefica.

Ma immagino che Malefica sia buona, no? Eh certo, buonissima. Guardiamo in faccia la realtà: se per vendicarti del tuo ex gli ammazzi o cerchi di ammazzargli la figlia appena nata, tanto buona non sei, visto che la bambina non ti ha fatto assolutamente nulla. Quindi Malefica non è un personaggio positivo o, per lo meno, non lo è in toto: è una normalissima donna che fa un errore grande come una casa spinta dalla propria emotività e dall’odio. Lo stereotipo dell’ex-fidanzata imbufalita e gelosa, insomma. Com’era il discorso del sovvertire gli stereotipi?

Per parlare di stereotipi, vogliamo parlare anche delle altre donne del film, ossia Aurora, le fate e la Regina Leila? Partiamo da quest’ultima: compare in una scena e fa la figura della stupida e della piattola. Invece che reagire e provare a salvare la figlia, rimane lì, piantata come un baccalà. Poi scompare nel nulla per il resto del film e sappiamo solo che muore, probabilmente consumata da qualche malattia o dal dolore.

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Hanno tra le mani una povera creatura che piange come una disperata per fame e le danno una carota. Ma perché?

Le fate, invece, sono un inno alla stupidità. Seriamente, per tutto il film avrei voluto picchiarle e ho disperatamente desiderato che mi ridessero indietro quelle del cartone Disney, che non ho mai potuto soffrire nemmeno da bambina, ma che avevano molto più senso di quelle tre teste vuote del film. Sono incapaci di capire la gravità delle situazioni che hanno davanti a loro, per ben quindici anni non si curano minimamente di Aurora, lasciando che la ragazzina si cresca da sé –con il generoso aiuto di Malefica, sul quale tornerò poi- e dimostrandosi più di una volta delle inette incapaci di prestare le più basilari cure parentali ad una bambina –che per poco non lasciano morire di fame-. Forse avrebbero dovuto risultare comiche, ma io le ho trovate solo deprimenti e non poco: più che ciarlare e litigare non fanno, sono la quintessenza del cliché della vecchia zia zitella un po’ svanita.

Aurora, però, ti spiazza. Da una parte l’ho apprezzata: grazie ai doni delle fate è rimasta un’anima candida e quindi si fida istintivamente di Malefica, che riconosce come sua fata madrina. Dall’altra non la potevo tollerare: mi ricordava troppo l’ingenuità di Biancaneve, la sua incoscienza che la porta dritta dritta alla morte. Certo, non è un personaggio negativo: è solo un personaggio molto, troppo dolce, puro e perfetto, un personaggio ingenuo che ancora non sa quanto sia brutto il rs_1024x759-131113070213-1024-1-maleficentmondo fuori dalla sua casetta e che, alla fine del film, nonostante le brutture che ha vissuto, rimane buona ed è in grado di impietosire e riportare Malefica alla ragione. Se fosse stata una ragazza normale, però, con le reazioni di una normale ragazza, non avrebbe potuto farlo: Aurora è una bambina di sedici anni -ha l’innocenza, la purezza, la fiducia istintiva dei bambini- ed è questo che la salva dalla maledizione e dalla cattiveria.

Il mondo di Maleficent non è un mondo puro e femminile, non è pervaso dal potere delle donne: al massimo è pervaso solo da vari tipi di amore e tradimento e dalle loro implicazioni.

Stefano ama Malefica e le strappa le ali ma le risparmia la vita. Malefica ama Stefano ed il suo tradimento scatena un odio talmente irrefrenabile da indurla a condannare a morte certa una bambina. Stefano ama la figlia ed impazzisce nel cercare la sua vendetta. Malefica ama Aurora e, alla fine, la salva –non Filippo, che, povero disgraziato, per Aurora al momento è solo una cotta e direi che è una visione abbastanza realista della cosa. Ve la ricordate da cara, vecchia Elsa che dice ad Anna “Non puoi sposare un uomo che hai appena incontrato?”. Ecco, spero che vi ricordiate anche che fine ha fatto il grande amore di Anna-.

Non è il rapporto maestra-allieva a salvare la principessa: Malefica non è la depositaria di segreti che poi trasmette alla sua discepola. Ciò che salva Aurora è l’amore di una madre, perché, alla fine, Malefica questo è: una madre. Più di Leila, che per Aurora rimarrà sempre una sconosciuta –e che pare morire proprio per il dolore della perdita della sua bambina-, più delle fate, che la amano ma non sono in grado di ricoprire un compito tanto gravoso: Malefica le sta accanto, la nutre, la protegge, la educa e alla fine le mostra il suo mondo.

Malefica salva Aurora perché la ama come se fosse sua, come se fosse la figlia che non ha mai potuto avere dal suo vero amore, Stefano. È intenerita da una povera creaturina indifesa che piange per la fame e la sfama, da una bimbetta che ruzzola giù da un burrone e la salva, dalla bambina che, riconoscendo in lei la figura che ricopre il ruolo di Leila, ormai lontana e dimenticata, l’abbraccia, dalla ragazza che la ritiene la sua fata madrina –e, nelle fiabe, la fata madrina generalmente ricopre quel ruolo di aiutante che, di solito, competerebbe alla madre della protagonista, spesso assente-. Però, che rivoluzione! Una donna cerca di lottare contro la mostruosità che lei stessa ha commesso perché ama la propria figlia! Adesso spiegatemi dove sarebbe la novità… Cos’è, l’ha inventato Malefica l’amore per la propria prole ed il ruolo di insegnante e mentore tipico delle madri di quasi tutte le specie di mammiferi a questo mondo?

È il bacio di Malefica a svegliare Aurora perché si rifà al concetto così osteggiato dalle nazifemministe dell’amore assoluto ed incondizionato di una madre per i propri figli. Tra Aurora e Malefica non vi è tensione amorosa né l’incontro di due persone che si scambiano segreti e nozioni: c’è il rapporto di una figlia con la madre adottiva, argomento che la Jolie conosce bene -e basterebbe solamente lo sguardo tra Malefica/Jolie e la piccola Aurora/Vivienne per capire cosa muove la fata-.

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“Mammà mi ha maledetta. Oh, quanto le voglio bene.” Seriously?

Aurora scappa da sua madre perché scopre la verità: Malefica l’ha maledetta, segnandone il destino per sempre e l’ha separata dai suoi veri genitori. Non importa che lei poi abbia sostituito sua madre, crescendola al meglio delle proprie possibilità: Aurora vede le bugie che hanno condizionato la sua esistenza ed identifica la fata come colei che ha ogni responsabilità. Dai, ammettiamolo, quanti di noi sarebbero felici di avere a che fare con una donna che ha minacciato la nostra vita a causa del proprio odio che eravamo solo dei poppanti e che ha causato il nostro allontanamento dalla nostra famiglia di origine? Quanti di noi sarebbero incazzati come delle bestie nello scoprire che i nostri genitori non sono morti, ma vivi e che sono là, da qualche parte, ad aspettarci mentre la donna che ci ha fatto da madre è la responsabile della nostra separazione? Quanti sarebbero nelle condizioni di amare chi ti ha privato della tua vera madre, della donna che, in teoria, dovrebbe essere morta, della donna che ogni tanto immagini, chiedendoti come fosse, di che colore fossero i suoi capelli, come suonasse la sua voce, come fosse starle in braccio? Ecco, appunto.

Però Malefica, anche se è ferita dalla fuga di Aurora, questa volta va a cercarla. Va da lei, anche se sa che potrebbe morire, perché la deve salvare, perché deve impedire che lei muoia ed il dolore che segue dopo non è quello di una maestra: è quello di qualcuno che ha perso la propria figlia. Il dolore assoluto del genitore davanti alla perdita per eccellenza, che però viene sconfitta dall’amore assoluto per i propri figli. What a cliché!

Ma non era così rivoluzionario? A me sembra la solita, vecchia storia: la madre ama incondizionatamente e assolutamente la propria prole. Condivisibile o meno, la trama, almeno fin qua, non parla di femminismo e siamo alle battute finali.

Il film si conclude con un’epica battaglia finale tra Malefica –aiutata dal famiglio Fosco che, per l’occasione, si è riconvertito in drago. Però, ecco cosa intendono quando parlano di flessibilità sul lavoro!- e Stefano. La fata è in difficoltà, perché il vecchio amante conosce il suo punto debole, ossia il ferro –in effetti un qualunque bambino inglese sa che le fate sono allergiche al ferro, ma dettagli- e ha creato una rete di metallo che la mette in ginocchio, ma Aurora, che ormai si è riappacificata con Malefica e ha capito che al padre manca evidentemente qualche rotella –perse in anni di paranoie-, libera le ali della fata, che Stefano aveva messo letteralmente in gabbia, in quanto, anche se amputate, continuano a vivere e desiderano tornare dalla loro padrona. Questo rovescia le sorti dello scontro e, alla fine, Stefano perisce facendo un volo di non si sa bene quanti metri proprio quando Malefica aveva deciso di non fargli la pelle.

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La paranoia fa danni seri alla salute mentale. Mi raccomando, se soffrite di manie di persecuzione, fatevi vedere da uno bravo.

Aurora non piange, ma ciò non significa che Stefano sia il patriarcato cattivo e lei il simbolo delle bellezze del matriarcato: non piange perché suo padre è pazzo, malvagio e, soprattutto, non aveva nessun legame affettivo con lei, anzi, quando l’ha rivista per la prima volta in anni si è limitato a rinchiuderla. Sì, l’ha fatto per il suo bene, ma di sicuro questo non è un buon modo per riallacciare i ponti con la propria figlia adolescente. Per di più, ha appena tentato di ammazzare l’unica persona che l’abbia mai amata incondizionatamente e che per lei rappresenta l’unica madre che abbia mai avuto, quindi direi che, tutto sommato, capisco l’assenza di lacrime. Stefano erano uno sconosciuto malvagio –fondamentalmente, lo stereotipo del padre violento e assente-, Malefica una madre che ama. Mi dispiace, niente allegorie sociali nemmeno qua.

E le donne hanno per forza di cose un ruolo principale, ma lo ha anche Stefano e lo si capisce bene: è lui ha mettere in moto tutti gli eventi che porteranno alla conclusione in cui Malefica incorona Aurora come regina della Brughiera, sottolineando che lei la riconosce come propria erede e che, assieme agli avvenimenti antecedenti, rafforza la relazione madre-figlia delle due e ristabilisce la ritrovata serenità di Malefica che, fondamentalmente, è guarita dal proprio dolore e dall’evidente umore nero grazie all’amore per la figlia, da migliore cliché.

Fine del film, andate in pace e che Frigga sia con voi.

No, fermi, ho detto una boiata! Sedetevi, che mancano le parti più divertenti.

L’autrice, arrivata a questo punto, dopo tutte queste considerazioni arditissime che si riconducono al teorema di cui sopra secondo cui l’uomo è il male e la donna il bene, decide bene di pararsi le divine terga, asserendo che “Ho scritto che è un film SIMBOLICO quindi non è un film CONTRO GLI UOMINI”.

Aaaaah, hai capito? Deciso che, forse, aveva un po’ calcato la mano col sessismo, decide di correre al ripari con una frase che suona molto come il famoso “non sono razzista, ma…”. Una frasetta buttata là, con evidenti fini politically correct, un po’ per proteggersi da possibili accuse di sessismo, un po’ per accattivarsi ancora un po’ le lettrici, facendosi passare per la paladina della giustizia libera da pregiudizi ma che dice alle nazifemministe esattamente ciò che vogliono sentirsi dire. Sciura, peccato che lei stessa abbia ammesso in maniera implicita che, almeno secondo la sua visione, questo è un film contro gli uomini e, per essere più precisi, ha affermato che “Qui si racconta di un mondo perfetto che viene inquinato dalla presenza MASCHILE”. Ma come? Il simbolismo non doveva essere male-friendly? Eppure più esplicito di così si muore: gli uomini portano distruzione e malvagità, quindi, fondamentalmente, sono un qualcosa di negativo in netta opposizione al mondo femminile, che più volte lei incensa, definendolo “puro”.

A casa mia, questo è sessismo, che va a braccetto con razzismo, omofobia, estremismo politico e religioso, ecc… Perché gli uomini sono un qualcosa che inquina? Eppure nel film è palese la presenza positiva di Fosco o sbaglio? Ma forse non è un problema del film: quello che lei ha scritto è l’esatta trasposizione del suo pensiero, del post-femminismo estremista e sclerotizzante che non vuole la parità tra sessi, ma la superiorità e la supremazia femminile sul genere maschile tramite l’identificazione di un nemico comune, malvagio e onnipresente nel sesso maschile nella sua interezza. I cristiani hanno il demonio, i suoi adoratori e gli infedeli, il Ku Kux Klan i neri che vogliono cancellare la razza bianca dalla faccia della Terra, gli omofobi i gay che vogliono stuprare e traviare i loro figli ed insidiare le istituzioni sociali percepite come “naturali”, le nazifemministe l’uomo-mostro, stupratore, violento, malvagio, oppressivo e pronto a nutrirsi, anche solo in modo figurato, di loro. Il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, ma moltiplicato per ogni singolo uomo sulla Terra, dai neonati ai moribondi: un unico, enorme nemico da combattere instaurando il “matriarcato”.

Ma cos’è il matriarcato? Be’, in teoria è il rovescio del patriarcato, che, per dirla con paroloni, “in antropologia, è un sistema sociale nel quale il potere, l’autorità e i beni materiali sono concentrati nelle mani dell’uomo più anziano dei vari gruppi di discendenza e la loro trasmissione avviene per via maschile, generalmente a vantaggio del primogenito maschio -organizzazione patrilineare-“; quindi il matriarcato dovrebbe trasmettere potere, autorità e beni materiali attraverso la linea femminile, a discapito dei maschi. In realtà, nel femminismo moderno, patriarcato è inteso come sinonimo di androcrazia, ossia di una particolare forma di governo in cui sono gli uomini ad avere il potere, mentre le donne ne sono escluse. Ciò che, fondamentalmente, auspicano queste femministe della domenica è presto detto: un rovesciamento della situazione. Da potere maschile a potere femminile.

Ma è un film modernissimo che annuncia un MATRIARCATO in arrivo e la fine del PATRARCATO. che, come abbiamo detto più volte, SARà BENEFICO PER TUTTE E TUTTI.

Eh, insomma. Il matriarcato dei Powhatan poteva essere benefico –forse- o, forse, il possibile matriarcato pre-Acheo, ma quello che viene proposto da certi elementi assomiglia di più a quello delle amazzoni, le donne guerriero che ammettevano nelle proprie fila solo le figlie femmine, abbandonando i neonati maschi che venivano rispediti al mittente –padri che, per altro, nemmeno erano sicuri di chi fosse figlio di chi-.

Se le premesse del “matriarcato benefico per tutti” sono queste, ossia la malvagità insita nel maschio, io due domande sui benefici che questa potrà portare me le pongo. Perché sarà benefico? Perché il mondo sarà retto da donne? Ma a voi nomi come Agrippina, Boadicea, Cleopatra, Hatshepsut, Semiramide, Lü Zhi, Elisabetta I, Vittoria del Regno Unito, Erzsébet Báthory o Darya Nikolayevna Saltykova vi dicono qualcosa? Non è che si tratti di personcine per bene, carine e pucciose che volevano rendere il mondo un paradiso di putti, nuvole di zucchero filato rosa e cuoricini, sappiatelo: la prime hanno governato su molti e diversi popoli o ci hanno provato. Hanno scalato il potere con intrighi o con botte di fortuna, hanno preso scelte poco condivisibili, hanno tradito, in alcuni casi perfino ucciso –come Lü Zhi, che ha ucciso la propria figlia neonata per ottenere il potere-, hanno condotto guerre e conquiste, attuato politiche a volte poco umane –come la Regina Vittoria- e cercato vendetta –come Boadicea-: hanno ottenuto il potere e l’hanno usato come meglio credevano, a volte a fin di bene, altre per capricci personali, ma né meglio, né peggio dei loro colleghi uomini. E che dire delle ultime due? Due tra gli assassini più prolifici e crudeli della storia: la prima ha ucciso, si stima, seicento ragazzine per farsi il bagno nel loro sangue, la seconda ha ucciso e torturato circa mille persone. Bello, nevvero?

Guardiamo in faccia la realtà: siamo donne, non dio. Non siamo né meglio né peggio degli uomini, a volte siamo buone, altre cattive; a volte agiamo a fin di bene, altre per il nostro tornaconto facendo del male agli altri. Il matriarcato non sarebbe né meglio né peggio del patriarcato, perché uno dei due sessi ci rimetterebbe comunque e visto che gli uomini non sono minorati mentali da accudire –magari possono essere un po’ anime semplici, come dice la saggezza popolare, ma non sono stupidi- e difendere da loro stessi, direi che non è questa la strada da intraprendere, a maggior ragione se la base del ragionamento è la loro supposta inferiorità morale.

Quindi, per concludere, i messaggi sono due: se dovete usare un film tipo “Settimana enigmistica”, assicuratevi di farlo bene e di non piegarlo per ragionamenti che non si reggono in piedi se non con un notevole sforzo di immaginazione e se dovete porvi come eroine moderne, con idee “all’avanguardia” e non vecchie di millenni, vedere di farlo bene. Altrimenti vi consiglio di venie a patti con la realtà delle vostre stesse idee.

 

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16 risposte a Maleficent is a feminist heroi… wait, what?!

  1. pct38 ha detto:

    La recensione della femminista va letta come la risposta ad una domanda aperta in senso psichiatrico. Dimostra solo che l’autrice odia gli uomini e la sua fantasia perversa la porta a dare interpretazioni distorte

  2. charliepersol ha detto:

    Sono sempre più convinto che certe posizioni vengano espresse oltre che per acquisire consenso volto al potere e ai soldi molto più banalmente per rimorchiare.

  3. theninth ha detto:

    Leggere post come questi mi fa sentire meno solo contro queste forme di femminismo tirato per i capelli. Grazie lizzy.

  4. mortozombie ha detto:

    grazie per quello che hai scritto. era ora!!!

  5. Igor ha detto:

    Bellissima recensione: però anche a me il film era apparso decisamente misandrico.

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