Harry Potter rende la mente dei bambini più aperta, ma intanto i fan…


Lo ammetto, questa volta è davvero personale. Ma parecchio. Più che altro perché questo è uno di quei ban che ho ricevuto senza motivi. No, okay, l’unico ban serio e motivato –non è vero, ma fa niente- è stato su MDM, ma questo raggiunge livelli di disagio olimpici. Ma forse, anche per il vostro bene, è meglio fare chiarezza e andare con ordine.

Da qualche giorno circola la notizia secondo cui –cito da Life is a Book– “Uno studio pubblicato harry-potter-series1627sul Journal of Applied Psychology Social ha dimostrato che i libri di J.K. Rowling hanno aiutato la lotta contro i pregiudizi.” Dai però, figo: un libro per bambini rende il mondo migliore, no?

Ma andiamo avanti a leggere la notizia riportata dal sito: “Ad esempio: nel primo studio, 34 studenti delle scuole elementari italiane hanno compilato un questionario per determinare i loro atteggiamenti verso gli immigrati. Gli studenti hanno poi frequentato un corso di sei settimane in cui si leggevano e discutevano brani tratti dai romanzi di Harry Potter e hanno affrontato questioni sui pregiudizi. Quando il corso si è concluso, tutti i 34 studenti hanno completato un secondo questionario sulle loro opinioni sugli immigrati.
I ricercatori hanno scoperto che gli studenti che hanno letto e discusso la questione del pregiudizio nei romanzi avevano “migliorato il loro atteggiamento verso gli immigrati”. I bambini hanno anche notato le somiglianze tra la difesa di Harry dei “mezzosangue” ed i pregiudizi sleali detenuti nei confronti degli immigrati.
” Tutto molto bello, davvero… ma siamo sicuri sicuri che sia proprio la realtà? Che ciò che dice l’articolo sia proprio questo? Oh, non metto in dubbio che l’articolo parli dell’influenza di Harry Potter, ma siamo di ciò che viene espresso?

Non do la colpa al sito: la notizia gira su testate ben più serie ed il contenuto dell’articolo è quasi sempre lo stesso, parola più, parola meno, quindi presumo che abbiano ricavato la notizia da qualche giornale online e poi l’abbiano condivisa perché fan della saga e, dopotutto, queste son notizie che fan piacere. Qua, però, iniziano le beghe: la sottoscritta fa notare che molti Potterhead sono dei fascistelli di prima categoria -inutile raccontar storie, è vero e come fan della saga mi vergogno da morire nel vedere come una storia che, alla fine, parla di tolleranza e soprusi venga usata per dar contro agli altri. Seriamente, è come se i fan di Il buio oltre la siepe, in nome del libro, facessero i razzisti contro i bianchi…- e che bisogna vedere se la notizia riportata è vera o, come succede quasi sempre, il giornalista ha letto il riassuntino dello studio e ci ha scritto sopra un articolo atto ad attrarre lettori. E non lo dico tanto per dire: lo dico perché, come ormai si è ben notato, sono appassionata di scienze e questo succede puntualmente con TUTTO, figuriamoci con un articoli di psicologia, che non è la disciplina più semplice del mondo, che parla di un fenomeno letterario come Harry Potter. Voilà, l’articolone del giorno è servito.

Be’, la conclusione della storia è questa: l’admin mi banna dalla pagina Facebook di Life is a Book, evidentemente infastidita da un commento magari non condivisibile, ma non offensivo e, per ripicca, riposta l’articolo commentando: “Chiarimento per chi deve fare sempre polemiche: Non venitemi a dire che alcune persone che amano HP sono montati etc etc perchè LE ECCEZIONI CI SONO SEMPRE, ma questo non smentisce gli studi”. Va bene, okay, sono d’accordo che i montati possano essere delle eccezioni, ma sono meno d’accordo sul mio ban e su tutta questa tua certezza nel parlare di uno studio che scommetto, quello che vuoi, non hai letto –oltre al fatto che, evidentemente, tu non sai leggere-.

E quindi niente, se già volevo leggere l’articolo, perché mi pareva una cosa interessante –dopotutto se basta così poco a combattere i pregiudizi, io direi di rendere obbligatorio leggere quel dannato libro e si chiude il discorso “razzismo” una volta per tutte- e mi puzzava anche un po’ –questione di precedenti, capita-, il ban e la boria dell’admin mi hanno dato la forza di leggermi undici pagine di articolo scientifico scritto piccolo piccolo, ergo ho aperto Wiley e ho cercato il pezzo. Il risultato è interessantissimo e la dice lunga su quanta disinformazione possa essere fatta.

C’è da dire che non tutta la notizia è completamente falsa: Harry Potter può aiutare. Ma chi? E perché? E quali sono le conclusioni effettive dello studio? Vediamole assieme, perché è questo il punto focale della questione.

N.B.: Le traduzioni che seguono sono opera mia, dato che l’articolo originale era in inglese. Nonostante capisca bene l’inglese, sono meno brava nelle traduzioni, quindi se doveste trovare errori o avere traduzioni da suggerire, fate pure.

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“Recenti ricerche dimostrano che un prolungato contatto –presumo che si riferisca al contact hypothesis, a voi l’onore di leggervi la spiegazione– tramite la lettura di storie è una potente strategia per migliorare gli atteggiamenti di esogruppo –per la vostra cultura, ecco a voi la spiegazione di ingroup e outgroup, in ogni caso outgroup o esogruppo è un gruppo sociale in cui una persona non si identifica-. Abbiamo condotto tre studi per testare se un prolungato contatto attraverso la lettura dei popolari libri best-seller Harry Potter migliori gli atteggiamenti verso gruppi stigmatizzati –immigrati, omosessuali, rifugiati-. I risultati di un intervento sperimentale con bambini delle scuole elementari e da due studi a sezione trasversale  con studenti delle superiori e dell’università –in Italia e Regno Unito- supportano la nostra ipotesi principale. L’identificazione con il personaggio principale –per esempio Harry Potter- e la disidentificazione da un personaggio negativo –per esempio Voldemort- regolano l’effetto. La capacità di immedesimarsi emerge insieme al processo che permette il miglioramento dell’atteggiamento. Le implicazioni pratiche e teoriche della scoperta sono trattate nel contesto di un ampia teoria sull’ intergroup contact e la cognizione sociale.”

Ah, ecco, le cose iniziano ad essere un pelino più chiare. Cosa volevano dimostrare questi ricercatori italiani e britannici? Molto semplice: è possibile che la lettura di storie come Harry Potter, in cui viene fatto, come tutti sappiamo, un allegro ritratto di una società preda di pregiudizi e discriminazioni, possa aiutare a migliorare le relazioni con l’altro e quindi ad eradicare i pregiudizi verso categorie notoriamente stigmatizzate attraverso l’identificazione dei campioni studiati –bambini, adolescenti e giovani adulti- con il personaggio principale? Eh, allora le cose non sono proprio come ce le hanno vendute: non è il libro in sé a salvarci dai pregiudizi –hanno scelto Harry Potter per ragioni che spiegherò poi-, ma i meccanismi psicologici che possono o non possono attivarsi nel lettore, che, apparentemente, possono variare con l’età –o non avrebbero scelto soggetti di età diverse facenti parte di quella parte della popolazione che leggono o sono fan del libro-.

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Nel paragrafo precedente, chi ha scritto l’articolo faceva un breve riassunto della storia del libro e del suo successo, ma mi risparmio la pubblicità gratuita alla Rowling e finiva per accennare ai vari dibattiti di carattere etico, morale, religioso, ecc… che hanno seguito la fama della serie –come succede sempre in questi casi-. Quindi qui si puntualizza sul fatto che sia stato suggerito che Harry Potter possa avere il potenziale per avere un impatto sociale positivo –ora, non voglio essere infame, ma ricordo a coloro che si sono gasati come belve in calore per questa notizia che l’uso della letteratura a scopi didascalici per insegnare valori etico-morali è vecchio quanto l’Iliade se non di più-, poi si spiegano i benefici educativi della lettura e si rimarca che l’attrattiva di questa lettura in particolare è importante, visto che i bambini spesso non riescono ad identificare i libri come qualcosa di interessante –e questo, chiunque abbia bambini piccoli in casa lo sa-. Si ricorda poi che i libri [di Harry Potter] affrontano importanti temi sociali, culturali e psicologici e sottolineano una struttura sociale dove il conflitto tra differenti gruppi sociali è uno dei temi salienti.

Okay, a questo punto sappiamo che questa ricerca è solo una di quelle svolte su Harry Potter –che ci crediate o no, si fa ricerca su tutto e tutti- e che ad attrarre non è stato tanto il mondo fighissimo fatto di scope volanti, boccini d’oro, gente che s’ammazza con incantesimi, ecc…, ma la struttura del romanzo ed i temi trattati. Ora, facciamo una dovuta precisazione: la Rowling non ha inventato nulla di nuovo. In realtà questi temi si ritrovano in tremilaseicento altri libri, ma ha il merito di aver creato un libro che i bambini, per ovvie ragioni, trovano attraenti. Alzi la mano chi di voi, a otto anni, ha letto Huckleberry Finn, il Diario di Anne Frank, Heidi, In famiglia o altri classici per ragazzi? Ecco. Eppure Huckleberry si trova ad affrontare il razzismo e la schiavitù, Anne Frank… be’, sappiamo tutti che fine ha fatto ed i suoi diari sono carichi delle emozioni che può provare una ragazza della sua età davanti alla consapevolezza che qualcuno vuole che tu e tutti quelli come te siate cancellati dalla faccia della Terra; Heidi, invece, ha a che fare con i pregiudizi e le disuguaglianze sociali –anche se l’argomento cardine della storia è la bruttura e la crudeltà del mondo ignorante in cui la bambina passa i primi anni di vita, quindi no, niente amicizia con le caprette come tema portante, mi dispiace-, In famiglia di come una ragazzina, Perrine, rimasta sola, debba cavarsela e riuscire ad inserirsi nel contesto familiare del nonno che odia la madre della nipote, ecc…

Fondamentalmente, insomma, i vecchi libri per ragazzi –ma nemmeno troppo vecchi, perché abbiamo perle simili che risalgono ad una ventina di anni fa e che io, classe 1993, ho letto- parlano di temi che, oggi come allora, hanno una forte valenza morale –esempio su tutti il libro Cuore, che fu scritto per “fare gli italiani”-. Il problema è che, al momento, i bambini leggono –quando e se leggono- Geronimo Stilton o, nei casi peggiori, Twilight e la letteratura per l’infanzia è scaduta in una serie di allegri racconti su gattini che cercano la mamma e bambine che giocano a fare le principesse, mentre i mostri sacri sono stati dimenticati insieme allo scopo educativo della letteratura, in particolare quella per l’infanzia. Non so, forse non vanno più di moda, forse non sono abbastanza fighi… ma –e questo bisogna ammetterlo- grazie al cielo è uscito Harry Potter ed i bambini hanno ripreso a leggere, anche solo per il gusto di sapere come andasse avanti la storia prima di avere i film ed hanno iniziato a parlarne, a scambiarsi idee, a desiderare di essere Harry e boom, fenomeno mediatico.

Ricapitolando: Harry Potter non è stato il primo libro a trattare tematiche di una certa importanza nonostante fosse rivolto ad un pubblico giovane, ma di sicuro è stato quello che, in epoca moderna, ha avuto più successo e per ciò è stato studiato. Direi che già arrivati a questo punto, la notizia perde un po’ di quella patina sbrilluccicosa con cui ce l’hanno venduta.

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CVD:Dato l’impressionante successo di Harry Potter nel mondo intero e l’importanza del tema dell’intergruppo trattato nei romanzi, puntiamo a testare se hanno effettivamente il potenziale per raggiungere effettivamente scopi sociali come migliorare le relazioni intergruppo. Nello specifico, la presente ricerca è stata progettata per testare se i romanzi di Harry Potter possono essere usati come uno strumento per migliorare gli atteggiamenti verso i gruppi stigmatizzati”. Ah, ecco. Usano Harry Potter perché è un libro di successo, non perché la Rowling sia meglio di qualcun altro –senza nulla toglierle come autrice, sia chiaro- e abbia inventato un argomento assolutamente nuovo al mondo e questa ricerca serve come trampolino di lancio per l’uso di romanzi fantasy come mezzo per insegnare ai bambini l’apertura verso gli altri e la tolleranza.

Dopo aver puntualizzato queste cose e aver riassunto la trama della saga per coloro che non la conoscono, gli autori spiegano che l’approccio con più successo per migliorare gli atteggiamenti verso gli altri è l’intergroup contact, ma che, per ragioni che spero siano ovvie a tutti, questo non è sempre realizzabile e quindi i ricercatori stanno studiando l’efficacia di metodi indiretti e viene spiegato che, secondo l’extended contact hypothesis, già solo sapendo che in un endogruppo –o ingroup- uno dei membri ha conoscenti outgroup è sufficiente a ridurre il pregiudizio, ma non si hanno grandi prove dell’efficacia di questa teoria sia nei bambini che negli adulti. Vediamo se arrivate a capire cos’è successo poi…

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Il contatto prolungato è stato usato in ambienti educativi mediante storie ad hoc –create per quello scopo, se qualcuno si sta chiedendo che significhi- che coinvolgono contatti tra personaggi ingroup e outgroup. Cameron e colleghi –che hanno pubblicato precedentemente un articolo sull’argomento- hanno condotto una serie di studi dove bambini inglesi tra i cinque e gli undici anni leggevano piccole storie sull’amicizia tra personaggi ingroup e outgroup. Le storie sono state trovate in grado di migliorare gli atteggiamenti verso vari gruppi stigmatizzati, come i rifugiati e i disabili. Nonostante la loro efficacia, i succitati studi sono basati su storie create dai ricercatori e focalizzate su specifici gruppi target. Crediamo che sia importate esplorare gli effetti di un reale romanzo pubblicato in una relazione a sezione trasversale. Le ragioni sono che i libri pubblicati sono facilmente accessibili per tutti e, da un punto di vista pratico, possono essere facilmente inclusi nei curricula scolastici.”

Ah, ecco #nonmiricordoaquantosiamoarrivati. Non è che Harry Potter sia meglio di altri libri o delle storielle che hanno usato nei precedenti studi, semplicemente è più versatile –effettivamente i perseguitati sono una categoria di persone che non esiste e che possono essere identificati con varie categorie reali- e veri libri stampati sono accessibili a chiunque in qualsiasi parte del mondo e si possono studiare a scuola, dandoli come lettura ai bambini o inserendo estratti nelle antologie. Ergo, non gioite inneggiando alla superiorità della saga della Rowling, perché non è affatto per la sua presunta superiorità letteraria che è stata scelta: Harry Potter è famoso e diffuso, ecco tutto.

Andiamo avanti.

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Arrivati a questo punto, i ricercatori che si sono occupati di questa ricerca hanno tirato fuori le prove del ruolo di certi tipi di libri –ossia di libri che trattano di specifiche tematiche sociali, non di Harry Potter e basta- nel migliorare le attitudini outgorup –esperimento precedente risalente al 2012-.

“Significativamente, l’efficacia sia delle storie create ad hoc sia dei libri pubblicati che coinvolgono amicizie miste può essere limitata a causa di a) i loro focus e contesti specifici e b) il –forse limitato- fascino che hanno sui lettori. Specificamente, sosteniamo che queste storie probabilmente migliorano l’atteggiamento solo verso il gruppo target coinvolto nelle storie stesse e potrebbero essere percepite non –o meno- attraenti dal pubblico, riducendo così il loro impatto potenziale. Suggeriamo che la lettura di romanzi fantasy popolari come quelli di Harry Potter potrebbero aiutare a superare le deficienze sopra riportate e produrre un miglioramento degli atteggiamenti verso varie categorie stigmatizzate per le seguenti ragioni.”

Stop, fermiamoci un secondo e analizziamo quello che è stato detto. Dopo aver detto che delle storie o dei libri che trattano di X tematiche possono avere una certa utilità nel migliorare gli atteggiamenti verso categorie perseguitate o bistrattate, ci dicono anche che, però, questi strumenti possono risultare poco efficaci da un punto di vista pratico, in quanto troppo specifici o non affascinanti. Per questo e solo per questo si ricorre a “fantasy popolari come Harry Potter”, ossia hanno scelto un libro famoso, in cui l’outgroup non è un gruppo sociale reale preciso –mezzosangue, nati babbani, maghinò e babbani, fondamentalmente, non sono persone vere e ci si può vedere chi si vuole lì dentro- e che risulta attraente, in linea di massima, per persone la cui età va dai bambini in età scolare agli universitari. Ecco, adesso i conti iniziano a tornarmi.

Harry Potter non è un libro che “ha aiutato la lotta contro i pregiudizi”. Per niente. Harry Potter è un libro che ha la potenzialità, se inserito in contesti adatti come quello educativo –che sia nelle scuole, in gruppi giovanili, a casa con mamma e papà-, per aiutare i bambini a combattere i pregiudizi e non è stato scelto per motivi di superiorità qualitativa o di innovazione delle tematiche trattate, ma solo perché il gruppo di poveracci che vengono perseguitati non ha un riscontro nella vita reale e quindi possono essere identificati con vari gruppi sociali, sia da chi spiega la storia, sia dal bambino stesso. Harry Potter non ha aiutato: ha le potenzialità e finisce lì. Ragazzi, ogni libro scritto bene ha le potenzialità per spiegare qualcosa, ma tra averle ed essere effettivamente di aiuto ce ne passa di acqua sotto i ponti, perché la seconda opzione implica che sul testo venga fatto un lavoro di riflessione, autonomo o guidato che sia, ma su questo torneremo dopo. Per ora abbiamo capito che dire che la saga abbia avuto una pregressa influenza benefica sulle menti dei bambini che l’hanno letto è un’inesattezza: può averla avuta come può non averla avuta, ma, in effetti, prima non si conosceva il potenziale di queste storie –le date delle ricerche sono abbastanza recenti, Harry Potter è uscito negli anni Novanta, invece e, come chi è appassionato di scienza sa, tra la data di pubblicazione di una ricerca e l’uso effettivo delle conclusioni può passare molto tempo- e quindi non sono state usate in maniera sistematica per insegnare ai bambini a comportarsi come esseri civili. Visto cosa si scopre a leggere gli articoli originali?

Ma quali sono le ragioni addotte dagli studiosi nella scelta di Harry Potter? Semplice:

  • È già stato pubblicato, ergo non deve essere create ad hoc ed è più facile inserirlo nei programmi scolastici;
  • La popolarità del libro affascina. È ovvio che, hipster a parte, una persona è più bendisposta a leggere un libro conosciuto e di cui ha sentito parlare bene, che magari ha dietro anche un merchandising solido ed accattivante –tipo i film- che a leggere un libro che non conosce, di cui non ha sentito nessuna opinione favorevole e che magari ha incontrato in un angolino abbandonato di una libreria.
  • In un libro fantasy, il lettore può associare chi vuole ai personaggi di cui sta leggendo, perché non sono reali, non si rifanno a figure precise e quindi sono più “adattabili” alle necessità del lettore.

Insomma, non mi pare che venga specificata una presunta innovazione o superiorità, ed infatti…

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Insomma, sono i ricercatori a proporre un nuovo tipo di extended contact in cui i membri in-group sono sostituiti da un personaggio che percepiamo come simile a noi stessi e che è in contatto con un gruppo di stigmatizzati fittizio –che, come abbiamo già detto, è facilmente adattabile a ciò che si vuole insegnare-. To’, ma pensa un po’… questo non è quello che diceva l’articoletto!

Chi ha indovinato tutto ciò ha vinto un peluche, sappiatelo.

A questo punto vi faccio una brevissima sintesi di com’è stato condotto l’esperimento, tanto per capirci.

I ricercatori hanno deciso di testare la loro ipotesi su un campione composto da persone che andavano dall’infanzia ai primi anni dell’età adulta che poi sono stati divisi in tre studi. Durante il primo, i soggetti erano dei bambini italiani delle elementari, mentre il secondo ed il terzo erano a sezione trasversale, condotti su studenti delle superiori in Italia e su studenti universitari non laureati nel Regno Unito. Poi hanno deciso di focalizzare l’attenzione dei soggetti su tre categorie sociali precise: immigrati, omosessuali –quindi, oh voi Potterhead che andate giù di insulti omofobi, sappiate che fate rivoltare nella tomba Silente- e rifugiati, in quanto, da ricerche precedenti, risulta che l’odio razziale verso gruppi o minoranze etniche e omosessuali sia molto radicato in Europa –ed in Italia risultano picchi di omofobia ragguardevoli-. Inoltre, per ogni studio, è stato calcolato staticamente il numero di film di Harry Potter visionato dalle cavie. A questo punto inizia il bello.

Studio 1

Chi: bambini italiani delle elementari.

Come: leggere passaggi di Harry Potter e discuterne con il ricercatore in sei sessioni.

Dei bambini delle elementari, assieme ai ricercatori, hanno letto, durante sei sessioni, dei passaggi del libro collegati all’argomento di ricerca –gruppo sperimentale- e non collegati –gruppo di controllo-. Una settimana dopo l’ultima sessione, ai bambini è stato dato un questionario –i comportamenti verso gli immigrati precedenti all’esperimento erano stati registrati-. Sono stati statisticamente controllati il numero di film e libri di Harry Potter visti e lette ed il genere dei bambini è stato incluso come un’ulteriore variante.

Risultati

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“I risultati hanno rivelato che un intervento strutturato basato sulla lettura di passaggi relativi ai pregiudizi e condotto tra i bambini italiani delle scuole elementari , ha migliorato l’atteggiamento verso gli immigrati –comparati ad un gruppo di controllo in cui i bambini leggevano passaggi non collegati ai pregiudizi- per i bambini che più si identificavano nel principale personaggio positivo. […] L’identificazione con il personaggio negativo non ha agito come limitatore. Probabilmente, la percepita somiglianza con il personaggio positivo principale –che ha un età simile a quella dei personaggi-  e una diversità dal personaggio negativo –che è dipinto come un adulto- può aver giocato un ruolo. […] inoltre, le storie presentate nel gruppo sperimentale –avvenuto tra il 2009 ed il 2010- erano basate sul contatto di Harry coi gruppi stigmatizzati, piuttosto che sulle azioni di Voldemort, quindi non è sorprendente che il comportamento dei partecipanti sia migliorato solo quando si identificavano con Harry Potter.”

Studio 2

Scopo: replicare i risultati dello Studio 1.

Chi: studenti delle superiori residenti nel Nord Italia.

Lo scopo dello Studio 2 era di replicare i risultati dello Studio 1, nonostante dei soggetti di età diversa e un gruppo target diverso, gli omosessuali. Come variabili di controllo sono stati considerati età e sesso, numero di libri letti all’anno –esclusi quelli di Harry Potter- e numero di ore al giorno passate davanti alla televisione -, in quanto volevano sapere quanto il miglioramento dell’atteggiamento fosse una conseguenza del leggere in genere o se fosse specificamente collegato ad Harry Potter, di conseguenza l’esposizione alla tv –a meno che non si trattasse della visione dei film di Harry Potter- poteva affettare il comportamento out-group. I partecipanti, centodiciassette tra ragazzi e ragazze del Nord Italia, avevano un’età compresa tra i sedici e i vent’anni. Ai partecipanti sono stati dati due questionari durante le lezioni visibilmente non relazionati agli studi –il primo riguardava il grado di gradimento della saga, il secondo è stato presentato come una ricerca sui comportamenti sociali, in particolare per ciò che concerneva il rapporto con gli omosessuali-, in seguito è stato replicato lo studio precedente.

Studio 3

Scopo: accrescere la validità dei risultati.

Chi: studenti universitari inglesi non laureati.

Come: studio online.

Lo studio è stato condotto su un campione di studenti universitari inglesi non laureati –di età compresa tra i diciotto ed i quarantaquattro anni- mediante un questionario online considerando un altro gruppo di stigmatizzati: i rifugiati. Uno degli scopi dello studio, oltre ad accrescere la validità dei risultati precedenti, era quello di capire i fattori sottostanti i potenziali effetti di Harry Potter sui comportamenti outgroup. Come nello Studio 2, sono stati staticamente controllati età, sesso, numero di libri letti in un anno –esclusi quelli di Harry Potter-, quantità e qualità dei contatti coi rifugiati,  numero di ore passate davanti alla televisione, numero di film guardati.

(Ho volontariamente saltato le conclusioni degli Studi 2 e 3.)

Se non ci avete capito un tubo, andate tranquilli, a me c’è voluto parecchio per capire la parte delle statistiche –che ho saltato o saremmo rimasti qua fino a domani- e pure le parti che vi ho riportato mi hanno preso qualche momento. Ma, alla fin fine, che cavolo significa tutto questo? L’articolo aveva ragione? Aveva torto? Bo’?

Allora, come abbiamo già detto, studi precedenti dimostravano l’utilità di un contatto tra diversi gruppi umani, mentre altri dimostravano l’utilità di storie ad hoc in cui si parla di contatti tra i suddetti gruppi. I ricercatori che hanno portato avanti lo studio sotto analisi, però, sono voluti andare oltre, dimostrando l’utilità di libri già pubblicati.

Ora, preferisco saltare il paragrafo delle conclusioni teoriche, perché sapete che non sono una scienziata –non ancora-, quindi andrei ad impantanarmi in nozioni che conosco in parte o superficialmente e che quindi non sarei in grado di spiegare in modo comprensibile e di andare direttamente alle implicazioni pratiche, che poi sono quelle che ci interessano.

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“Interventi educativi basati sulla lettura di libri fantasy che hanno caratteristiche simili a quelle della serie di Harry Potter possono migliorare le relazioni con diversi tipi di gruppi stigmatizzati. Il ruolo degli educatori è particolarmente importante per i bambini piccoli, per i quali potrebbe essere più difficile leggere individualmente e comprendere il significato di libri complessi. In questo caso, gli educatori possono focalizzarsi su specifici passaggi fortemente relazionati alle tematiche del pregiudizio, come abbiamo fatto nello Studio 1. Per gli adolescenti e i giovani adulti, il semplice incoraggiamento alla lettura di questo tipo di libri potrebbe essere sufficiente a migliorare i comportamenti outgroup. Infine, gli educatori possono organizzare discussioni di gruppo subito dopo le letture per rinforzare il loro effetto. Questo modo, incoraggiando la lettura di libri ed incorporandolo nei curricula scolastici, potrebbe non solamente incrementare il livello di alfabetizzazione degli studenti, ma anche accrescere le loro attitudini ed i loro comportamenti prosociali. Dovrebbe essere evidente che le differenze individuali variabili potrebbero giocare un ruolo nel determinate l’efficacia della lettura di un libro.”

Ergo, la lettura di Harry Potter o di un qualsiasi altro libro con caratteristiche simili –che abbiamo già visto precedentemente-, per ciò che riguarda i bambini, deve essere fatta con l’ausilio di un educatore se si vogliono ottenere risultati, perché, per un bambino, può risultare non automatico collegare i Babbani agli immigrati marocchini dietro l’angolo e perché si tratta di argomenti e ragionamenti complessi, esattamente come il libro, che va capito. Perché è questo l’unico modo per fare buon uso di un libro: non leggerlo e dire di averlo fatto –come per altro fanno tanti fan di Harry Potter-, ma capirlo, ragionarci sopra e giungere ad una soluzione. È inutile leggere Harry Potter o Guerra e Pace se poi non capisci il significato ed è inutile dire che i bambini che hanno letto Harry Potter abbiano automaticamente imparato la tolleranza, perché non è vero. I bambini dell’articolo non hanno notato il comportamento contro gli immigrati di loro spontanea iniziativa: sono stati indotti dagli educatori a riconoscerlo, analizzarlo ed esprimere le loro critiche.

È questo il succo del discorso ed è questo che non traspare dall’articolo –o meglio, traspare solo in parte- né da chi l’ha pubblicizzato: prima non si è fatto nulla. Harry Potter era un libro da bambini e solo una persona con un minimo di maturità mentale avrebbe potuto capire qual è il messaggio di fondo e fare i dovuti parallelismi e, anche nel caso di un adulto, non è automatico capire un libro e farne buon uso.

Harry Potter rappresenta uno dei tanti libri che possono essere usati per combattere il pregiudizio, ma, come ricordano i ricercatori, le caratteristiche degli individui –come la reattanza- possono diminuire o vanificare l’effetto della lettura, senza contare le limitazioni dello studio stesso –ammesse nel penultimo paragrafo dello studio e che vanno dalla percezione generale che si ha dei libri come Harry Potter, all’impossibilità di differenziare, nello Studio 1, gli effetti generati dalla lettura e quelli generati dagli educatori, ecc…- che, per altro, è uno solo ed è stato pubblicato il ventitré luglio, ergo è fresco fresco e, probabilmente, non è ancora stato sottoposto a peer review né a critiche del mondo accademico perché no, non basta un articolo per affermare una cosa: questo deve essere revisionati e discusso e l’esperimento deve essere replicato dando gli stessi risultati.

Quindi, per tornare all’articolo: “Uno studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology Social ha dimostrato che i libri di J.K. Rowling hanno aiutato la lotta contro i pregiudizi”. No, lo studio non ha dimostrato che Harry Potter ha aiutato la lotta contro la discriminazione: ha dimostrato che è possibile utilizzare Harry Potter e, in generale, i libri come mezzo nella lotta ai pregiudizi in ambito educativo.

“Ad esempio: nel primo studio, 34 studenti delle scuole elementari italiane hanno compilato un questionario per determinare i loro atteggiamenti verso gli immigrati. Gli studenti hanno poi frequentato un corso di sei settimane in cui si leggevano e discutevano brani tratti dai romanzi di Harry Potter e hanno affrontato questioni sui pregiudizi. Quando il corso si è concluso, tutti i 34 studenti hanno completato un secondo questionario sulle loro opinioni sugli immigrati. I ricercatori hanno scoperto che gli studenti che hanno letto e discusso la questione del pregiudizio nei romanzi avevano “migliorato il loro atteggiamento verso gli immigrati”. I bambini hanno anche notato le somiglianze tra la difesa di Harry dei “mezzosangue” ed i pregiudizi sleali detenuti nei confronti degli immigrati.” Vero, ma in parte, perché l’articolo lascia intendere che il lavoro sia stato fatto in autonomia -e durante un corso, mentre, in realtà, si trattava di sei sessioni, esattamente come le lezioni speciali che si fanno con psicologi, sessuologi, operatori della Croce Rossa, ecc…-, mentre i bambini –ma anche gli adolescenti- erano guidati nei vari dibattiti ed i soggetti di riflessione erano proposti dai ricercatori, non sono stati i ragazzini a trovare automaticamente una relazione tra Mezzosangue e immigrati o Babbani e omosessuali.

Quindi Harry Potter aiuta i bambini ad essere persone migliori? Nì. Purtroppo questo studio non mirava a dire quale sia la reale influenza del singolo libro: puntava a studiare quella di una storia con determinate caratteristiche. Inoltre non è chiara, almeno a questa lettura, quali siano i background culturali e sociali dei bambini e si sa che l’ambiente ha una forte influenza sul comportamento sociale delle persone.

La notizia, dunque, non è del tutto falsa, ma è molto imprecisa e direi che il comportamento di chi mi ha bannata la dice lunga su quanto la sola lettura di un libro possa rendere più tolleranti… se dovessimo basarci sull’admin di Life is a Book, direi che, più che altro, il troppo amore per un libro rende intolleranti e permalosi. Punti di vista, presumo…

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3 risposte a Harry Potter rende la mente dei bambini più aperta, ma intanto i fan…

  1. aibelldevereux ha detto:

    Hallelujah!
    Innanzitutto grazie per esserti sciroppata l’articolo.
    Io alle elementari lessi ”L’amico ritrovato” e anche noi facemmo tanti bei discorsi sui pregiudizi.
    Non essendo razzista, potrei quindi affermare che succitato libro elimina i pregiudizi.
    Il discorso che hanno fatto loro è esattamente quello. Peccato che la maestra avesse scelto quel libro semplicemente perché andava di moda (Harry Potter no, sorry Potterhead).
    Idem con Harry Potter. È famoso, è per bambini (Sì è per bambini. Non rompete le palle), parla di pregiudizi.
    Ok, proviamo a farglielo leggere.
    Stop, tutto lì. E tu questo lo hai spiegato egregiamente.
    Come già accennavi, gli avessero fatto leggere Il buio oltre la siepe o La capanna dello zio Tom avrebbero dimostrato le stesse cose. Idem se gli avessero fatto vedere Mississippi Burning o Hotel Rwanda (sempre se lo scopo era traumatizzarli, nello specifico).
    Aggiungerei che da piccola uno dei miei cartoni preferiti era Fiocchi di cotone, cartone che parlava del colonialismo. Insomma, antirazzista.
    Posso dire che mi abbia aiutato a non essere razzista? Forse sì o forse no.
    Perché appunto come dicevo altrove, il libro può aiutarti ma non basta.
    Se i tuoi genitori hanno pregiudizi razziali potrebbero influenzarti con buona pace di Harry Potter.
    Ecco, questa era una cosa che tenevo ad esplicitare.
    Io ho coetanei con cui ho fatto le elementari e hanno analogamente letto il libro do Hullman e visto quel cartone. E che sono attualmente pieni di pregiudizi.
    Se in famiglia si fanno discorsi discriminatori e li assorbi, non approfondendo poi il discorso al di fuori, puoi buttare il libro alle ortiche perché se nell’immediato può servire, in futuro può essere accantonato.
    Dire che Harry Potter elimina i pregiudizi è come dire che Sailor Moon fa diventare gay, Doom ti fa diventare psicopatico (Columbine docet) e Kenshiro ti spinge a gettare sassi dal cavalcavia (ecco, proponiamo l’amore tra Hales e Milena per combattere l’omofobia).
    Non è vero. Magari se giochi a Doom ti scatta la passione per le armi eccetera, ma non hai disturbi mentali non ti metti a sparare in una scuola.
    Allo stesso modo se leggi Harry Potter capisci che non è carino discriminare gli altri, ma se tuo padre continua ad inveire contro gli zingari di merda e tu non ti informi, in futuro potresti a tua volta fare lo stesso.
    I ricercatori lo sottointendono, io volevo esplicitarlo.
    Non è il libro, ma l’analisi dei contenuti. Tenendo però ferme le variabili classiche del contesto sociale.
    Ma vallo a far capire ai Potterhead!
    Fanno tanto i fighi ma i sono i primi a chiamare ‘sporco babbano’ chi si permette di dire ‘quella saga mi fa schifo’. Serve a nulla dire che stai scherzando perché è come dire ‘non sono razzista ma…’.
    A me non passa per l’anticamera del cervello di aggredire uno perché non gli piace il libro e trova infantile il fantasy.
    Per cui mi sa che non è affatto vero che HP elimina i pregiudizi. Ti dá una nuova prospettiva se lo analizzi a dovere e ci lavori su, ma se dici solo ‘oh guarda, ammazzano i babbani. Che cattivoni’ non basta.
    Scusa il papiro ma non ho possibilità di scrivere un articolo a mia volta. ..
    Ah dimenticavo che alle medie mi fecero ascoltare Sunday bloody sunday. Sarà per questo che non son razzista?

    • lizzytempest ha detto:

      Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa! Mi son dimenticata La Capanna dello zio Tom e L’amico ritrovato, e sì che pure all’epoca era un libro che andava di moda… Comunque, Aibell, ti pare che certi esagitati possano arrivare a capirlo? Ma’…

  2. Pingback: Precario il mondo – Diritto d’offesa | LiberaMente

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