I deliri del ragioniere: quando anche il diritto e l’economia danno torto alle teorie del complotto.


Vabbé, ormai ho capito: per giustificare le proprie teorie ci si può attaccare a tutto pur essendo dei caproni ignoranti. Cioè, ragazzi, va anche bene, il problema è che correte il rischio di trovare qualcuno che ne sa più di voi e che ve la metta nel deretano senza lubrificante, però oh, contenti voi, contenti tutti.

Okay, vi starete chiedendo di cosa parlo e, soprattutto, se sono ammattita del tutto –perché, c’è ancora gente che crede che sia sana?-, quindi ecco a voi, in tutta la sua magnificenza, il caprone del giorno:

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Sì, lo so, lo so, sono fissata con l’SA e con la scienza, ma cosa ci volete fare? Io vivo per queste cose. Oggi, però, non intendo scrivere un articolo dai contorni scientifici: intendo scriverne uno economico. Perché? Molto semplice, sono al quarto anno di ITE –istituto tecnico economico– e l’anno prossimo otterrò il mio diploma da ragioniere per poi provare a proseguire gli studi come medico e leggere certe cose mi disturba profondamente la digestione e questa volta non tanto per i toni polemici contro la SA e la ricerca in generale, ma per il fatto che, pur di darsi ragione, si inventano una specie di universo parallelo in cui le cose funzionano al contrario.

Fermiamoci un secondo a ragionare sulle teorie del complotto che riguardano l’industria farmaceutica, collusa, secondo i complottisti, col mondo scientifico e, più nello specifico, su ciò che viene espresso in questo post tratto da Facebook: le cure per le malattie esistono già, ma vengono occultate perché le case farmaceutiche hanno interessi nel far morire la gente e quindi la SA è inutile, visto che, come abbiamo appena affermato, le cure sono già conosciute ma non vengono divulgate.

Ora, posto che ieri hanno scoperto nei topi un gene che, una volta riattivato, permette di sconfiggere o rallentare la leucemia –link qui-, quindi col piffero che hanno già scoperto le cure ad ogni male, perché ciò presupporrebbe anche una conoscenza quantomeno perfetta di tutto ciò che è all’interno non solo del corpo umano, ma anche degli altri animali e, più in generale, l’onniscienza, la cosa che mi fa sganasciare è ben altro: le case farmaceutiche hanno l’interesse ad uccidere o comunque far ammalare in maniera grave e potenzialmente irreversibile dei potenziali clienti. Are you serious?

Mi sa che per capire le falle di questa teoria, nonostante siano evidenti, dobbiamo andare a monte e capire cosa sia una casa farmaceutica. Ora, aprendo Sua Maestà Serenissima Google  ed inserendo la stringa “case farmaceutiche”, Sua Altezza Reale Wikipedia mi dice che esse sono –cito- “aziende dell’industria farmaceutica che si occupano della ricerca, della produzione e della commercializzazione dei farmaci”. In realtà anche su questo avrei da ridire, perché le case farmaceutiche, in diritto, non sono aziende, ma imprese, nonostante nel linguaggio comune i due termini siano intercambiabili. Qual è la differenza?

Secondo il nostro codice civile –art. 2082– un imprenditore è colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi. Da questa definizione possiamo dunque ricavare  i requisiti fondamentali che qualificano giuridicamente un’impresa, ossia la professionalità, l’economicità, l’organizzazione e la produzione o scambio di beni e servizi –attività produttiva-, però a noi interessano solo la prima e l’ultima, per ora.

Per economicità intendiamo che l’attività esercitata dall’imprenditore debba essere idonea almeno a coprire i costi della produzione con i ricavi delle vendite e a ricostituire, in questo modo, il capitale investito nell’impresa –ma ciò non obbliga l’impresa ad essere a scopo di lucro, anche se questo lo vedremo dopo-; per attività produttiva, invece, intendiamo che l’attività svolta deve essere rivolta alla produzione o allo scambio di beni e servizi –produzione fisico-tecnica e produzione economica-, in particolare tale produzione deve essere sempre rivolta a soddisfare i bisogni altrui.

Ora, dopo aver imparato cos’è un’impresa, chiariamo perché il termine azienda, pur essendo giusto in economia aziendale, è totalmente errato in diritto: l’azienda è, in diritto, il complesso dei beni organizzati da un imprenditore per l’esercizio dell’impresa. Puntualizzo perché, d’ora in poi, non parlerò mai di azienda, ma di impresa o, al massimo, di società.

Bene, andiamo avanti e diciamo subito che esistono, per il codice civile, solo due tipi di impresa: agricola e commerciale. L’impresa agricola, vabbé, si capisce, mentre l’impresa commerciale è tutto ciò che non riguarda la produzione agricola -ivi compresi, quindi, il panettiere all’angolo, l’agenzia viaggi di vostra cugina, la Vodafone, l’Ilva e pure le nostre care case farmaceutiche-.

Non starò qua a spiegarvi cosa sia la pubblicità commerciale o il marchio né tutta la rava e la fava, non vi interessa, quindi propongo di andare subito al sodo: le società.

Perché le società? Molto semplice: tutte le case farmaceutiche sono società e per aver chiari un paio di punti, è assolutamente necessario sapere cosa sono e come si mantengono.

Ora, noi sappiamo cosa sia un’impresa, no? Ve l’ho appena spiegato; bene, adesso bisogna imparare che un’impresa può essere individuale o collettiva ed è soprattutto l’ultima che ci interessa, poiché un’impresa collettiva è tale quando più persone partecipano insieme alla gestione e alla divisione dei risultati, siano essi positivi –utile– o negativi –perdita– e la più importante di queste imprese è proprio la società.

Ora, secondo l’art. 2247 del codice civile, la società si costituisce con un contratto con il quale “due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili”, quindi, a meno che non si parli di società unipersonali, gli elementi essenziali di tale contratto sono la pluralità di persone –da due soci in poi-, il conferimento di beni o servizi, l’esercizio in comune di un’attività economica e lo scopo di divisione degli utili –ergo, esiste uno scopo di lucro a meno che non si tratti di società mutualistiche, nella quale tale fine è sostituito dallo scopo di fornire ai soci beni o servizi oppure occasioni di lavoro a loro favorevoli-. Ma cosa significa?

Guardando all’aspetto che ci interessa, significa che io, praticamente, pago o offro il mio lavoro, sia esso manuale o intellettuale, per fare parte della società attendendo un ritorno economico –non a caso, il contratto è a titolo oneroso-. Quanti di voi, quindi, investirebbero in qualcosa che non rende? Su le mani, non siate timidi! Proprio nessuno? Eh, fate bene!

Detto ciò, bisogna parlare delle principali classificazioni delle società. Eh, che vi pensavate, che fosse finita? Vi piacerebbe: le società, infatti, sono state classificate a seconda dello scopo, dell’oggetto sociale e del grado di autonomia patrimoniale.

Partiamo col dire che, in Italia, esistono solo sei tipi di società: società semplice –rarissima e utilizzabile solo per imprese agricole-, società in nome collettivo –s.n.c.-, società in accomandita semplice –s.a.s.-, società per azioni –s.p.a., che è una delle più note al pubblico-, società in accomandita per azioni –s.a.p.a.- e società a responsabilità limitata –s.r.l.-; inoltre vi sono due tipi di società mutualistiche, ma queste non ci riguardano affatto.

Bene, abbiamo detto che le società sono state classificate secondo determinati parametri, quindi vediamoli.

Le società, a seconda del loro scopo, si dividono in lucrative e mutualistiche. Cos’è una società lucrativa? Essa è una società il cui scopo, come visto in precedenza, è la suddivisione dell’utile –e della perdita, se l’anno gira male-; invece, a seconda dell’oggetto sociale, possono essere commerciali e non commerciali –ossia agricole- ed, infine, a seconda del grado di autonomia patrimoniale –ossia la separazione tra patrimonio della società e patrimonio dei soci-, in società di persone –dotate di autonomia patrimoniale imperfetta e prive di personalità giuridica- e società di capitalidotate di autonomia patrimoniale perfetta e dotate di personalità giuridica-.[1]

Ora, a questo punto sappiamo un po’ di cosine sulle società, quindi direi di analizzare quella che più si avvicina al modello delle case farmaceutiche che, purtroppo, sono tutte straniere: la s.p.a.

Alzi la mani chi non l’ha mai sentita nominare? Appunto: si tratta della società di capitali più conosciuta. Ma che cos’è? Secondo l’art. 2325 del codice civile è quella società in cui “per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società col suo patrimonio” ed in cui “la partecipazioni sociale è rappresentata da azioni” ed è proprio questo punto ad interessarci: la partecipazione è rappresentata da azioni.

Ma cos’è un’azione? Okay, tutti le abbiamo sentite nominare, come sentiamo nominare obbligazioni, titoli di Stato, ecc…, ma quanti sanno cosa sia effettivamente? Pochissimi, credetemi, eppure è molto importante per capire come mai i nostri amici anti-SA dicano boiate, quindi va spiegato.

Le azioni sono “quote di capitale sociale che vengono assegnate ai singoli soci”, ossia, il patrimonio sociale –che, vale la pena ricordarlo, è rappresentato dai conferimenti che i vari individui fanno per diventare soci, ossia quanto paghi per far parte della società, visto che, in questo mondo, l’unica cosa gratuita è la morte-  di una s.p.a. viene suddiviso idealmente in X numero di quote o frazioni che devono possedere il medesimo valore –art. 2348-: ergo, se la TaldeiTali s.p.a. emette cento azioni, tutte le cento azioni devono valere allo stesso modo, ossia tutte varranno uno, dieci, venti, cinquanta o cento euro e non ci saranno mai, per nessuna ragione, alcune azioni che valgono dieci euro e altre che valgono venti nello stesso momento. Le azioni possono essere ordinarie o particolari, ma è interessante notare che queste danno ai soci dei diritti –a fronte di obbligazioni, ovviamente-: diritto agli utili e alla quota di liquidazione, diritto di opzione, diritto di intervento e voto nell’assemblea, diritto di ispezione e di controllo.

Il diritto agli utili e alla quota di liquidazione rimane quello più importante per il nostro scopo, ossia smentire le teorie sopra proposte. In cosa consiste?

Secondo l’art. 2350 del codice civile –sempre lui, sì, è come il prezzemolo-, ogni socio ha diritto, in proporzione alle proprie azioni –ossia, se io ho due azioni e Pinco Pallino cento, probabilmente io prenderò una miseria mentre lui prenderà molto più di me- ad una parte degli utili netti –meglio detti dividendo– risultanti dal bilancio annuale della società e ad una parte del patrimonio netto risultante dal bilancio finale di liquidazione, ma visto che non stiamo liquidando la Bayern, non ci riguarda. Ergo?

Semplice: se a fine anno, grazie alla mia attività economia, io società ottengo degli utili –ossia la differenza tra costi e ricavi-, devo dare a tutti quelli che finanziano la mia attività, siano soci –che è il caso che stiamo analizzando- o creditori –vabbé, ragazzi, i debiti li dovete pagare, non ci sono storie-, una parte di questi, sempre in proporzione a ciò che mi danno come finanziamento. Semplice, no? Eh, e già qua sorge un problema: se le case farmaceutiche hanno questi medicinali miracolosi e li tengono in saccoccia, come fanno a realizzare utili? Perché fare ricerca costa e costa pure produrre su scala industriale dei farmaci e quindi, non vendendoli ma lasciandoli in magazzino a scadere, io avrò dei costi non coperti da dei ricavi, ergo realizzerò una perdita. Capito?

Bene. A questo punto, però, bisogna capire perché e per come si produce e per farlo dobbiamo introdurre il concetto di bisogno. Sì, lo so, lo so, sapete tutti cos’è un bisogno, ma è meglio dare una dimensione economica al tutto, così siamo sicuri di capirci: patti chiari, amicizia lunga, no?

Allora, il bisogno è generalmente definito come quella “sensazione penosa di insoddisfazione, dalla quale è possibile liberarsi per mezzo di strumenti idonei: i beni ed i servizi” e possono essere primari, quando dal cui soddisfacimento dipende la sopravvivenza stessa o secondari, quando tendono ad un miglioramento della vita. Da questo ricaviamo il problema della scarsità, ossia, a fronte di molteplici bisogni abbiamo una scarsità delle risorse, vale a dire che i mezzi a disposizione non sono sufficienti a soddisfarli tutti, sia a causa dei beni materiali, sia per il tempo a disposizione alle persone –non scherzo-, sia per il denaro che gli individui hanno a disposizione per pagare il soddisfacimento dei propri bisogni, senza contare che più la società progredisce, più aumentano le necessità. Alla scarsità si collega, dunque, il valore che viene attributo a X bene o a Y servizio, che cresce a seconda della loro rarità e dalla medesima nasce anche una domanda: ma qual è la scelta economica migliore? Insomma, ragione vuole che, avendo a disposizione dei mezzi molto scarsi, si cerchi un equilibrio tra ciò che vogliamo e ciò che possiamo ottenere, mirando ad ottenere la migliore condizione possibile in modo razionale cercando di non dilapidare un patrimonio o uccidersi di fatica, no? Questo si chiama principio del tornaconto: “dato un certo risultato da ottenere, ciascun individuo cercherà di raggiungerlo con il minimo impiego di risorse possibili”.

A questo punto va introdotto anche il principio edonistico, che afferma che “le scelte del soggetto economico sono essenzialmente egoistiche e utilitaristiche essendo dirette essenzialmente al raggiungimento del massimo piacere individuale”. Quindi, nel comportamento economico dell’individuo non c’è posto per gli alti ideali, ma piuttosto per un umanissimo “ognuno per sé e Dio per tutti” e, tanto per citare Adam Smith, “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma al fatto che essi hanno cura del proprio interesse”. Più chiaro di così…

Ma cerchiamo di collocare queste cose nel quadro della teoria che stiamo andando a smantellare, va bene? Okay, noi abbiamo una casa farmaceutica, per esempio la svizzera La Roche, che produce medicinali. Perché produce medicinali? Perché la gente, dopo aver salvato la pelle da malnutrizione, guerre e selezione naturale ha iniziato a guardare al proprio benessere e a desiderare di essere in salute e vivere più a lungo, quindi si rivolge alla medicina. Ma La Roche di sicuro non produce per altruismo: l’abbiamo visto, è una società di capitali a fini di lucro –una società anonima, che in Italia è a metà tra una s.p.a. e una s.r.l.-, quindi produce semplicemente per portare a casa la pagnotta e pagare dei debiti e produce qualcosa che sa avere un alto valore, perché, dopotutto, noi umani stimiamo molto la nostra vita, soprattutto in termini di lunghezza e qualità, quindi generalmente sentiamo il desiderio di curarci tanto dal semplice raffreddore quanto dal cancro. Se non avessimo questo desiderio e non fossimo disposti a pagare, La Roche produrrebbe altro, molto semplicemente.

Ma andiamo oltre: questi vari principi ci portano alle tre questioni fondamentali: cosa e quanto produrre, come produrre e per chi produrre. Risposte non facili da trovare, ma proviamo a tornare alla nostra La Roche: per chi produrrà? Ora, poniamo che il target siano i malati di un determinato tipo di leucemia, a questo punto la società deve produrre medicinali e trattamenti che siano indicati per questi malati, quindi produrrà, ad esempio, farmaci chemioterapici –cosa produrre-. Quanti ne produrrà? Se si tratta di una malattia rara, la produzione di farmaci –ed i fondi per la ricerca in quella direzione- sarà certamente minore di quella per tipi di cancro più diffusi. E come produrre? Molto dipende dal capitale e dal lavoro, ma non solo.

Arrivati a questo punto, bisogna capire come si produce.  Ora, presumo che tutti, chi più, chi meno, abbia in mente la catena di montaggio di un’impresa automobilistica, no? Ci sono le macchine, ci sono gli operari, ci sono gli ingegneri che controllano che la macchina sia costruita come si deve, ci sono i crash test, ecc…, no? Bene.

Il processo produttivo, in linea teorica, è una cosa facile da afferrare: ci sono gli input –capitale, terra e lavoro, ossia i fattori produttivi-, c’è una fase di trasformazione economica o fisico-tecnologica –in cui intervengono conoscenze e tecnologie applicate– e c’è un output, ossia il prodotto finito. Semplice e lineare, detta così.

In realtà, non è così facile. Già solo per i fattori produttivi dobbiamo distinguere quelli fissi, ossia quelli utilizzati più volte nel ciclo produttivo e che contribuiscono alla produzione di più prodotti e quelli variabili, che sono impiegati una sola volta nella produzione e che finiscono per essere assorbiti interamente nel prodotto realizzato –per intenderci, con una tavola di legno ci puoi fare un tavolo e quando l’hai utilizzata, non puoi utilizzarla per produrre il tavolo successivo-. I fattori fissi, per di più, presentano dei grossi inconvenienti, ma ragioniamo per esempi, che è più facile capire: prendete un macchinario, ad esempio un telaio.

Ora, per comprare un macchinario si affronta una grossa spesa, com’è ben comprensibile, ma noi fingiamo che siano mille euro: questi mille euro rappresentano un costo per l’impresa e vanno a gravare sul bilancio. Come facciamo ad azzerare questo costo? Lo si ammortizza, cioè pian piano, durante la vita utile del macchinario, grazie ai beni che ci aiuta a produrre, ci tornano indietro quei soldi che noi abbiamo speso per comprarlo e che continuiamo a spendere per mantenerlo. È ovvio che se si tratta di un macchinario impiegato frequentemente, questo si usurerà più velocemente di uno usato due volte al mese ed è altrettanto ovvio che se la manutenzione non è ottimale, farà la stessa fine, quindi è un bel costo mantenere questo telaio, ma questo, assieme alle altre attrezzature, determina la capacità produttiva di un’impresa, ossia quanto un’impresa può produrre. Si può variare questa capacità? Sì, ma solo nel lungo periodo e bisogna ricordare anche che le macchine vanno incontro a vetustà, ergo diventano vecchi e logori e ad obsolescenza, ossia vengono superati da macchinari più avanzati ed efficienti, quindi può essere necessario cambiarli per mantenere la competitività –o sei competitivo o sei fuori dai giochi, ecco la triste verità-.

Insomma, produrre non è semplice già così, senza andare a tirare in ballo la questione lavoro –diritti e richieste dei lavoratori, effettiva voglia di lavorare di certa gente e formazione professionale, ad esempio-, le infrastrutture, le leggi, la pressione fiscale, l’organizzazione, le conoscenze -il cosiddetto know how-, i finanziamenti, ecc… quindi è possibile che si produca solo per lasciare in magazzino? Mi sembra dura.

Ma fingiamo che questi supposti farmaci non siano stati prodotti: sono semplicemente stati progettati. Okay, cambia poco. Ora, chi ha un grammo di cervello –ergo, non chi ha scritto il post incriminato- sa che ci possono volere dai dieci ai quindici anni –la media è dodici- per progettare un farmaco, studiarlo, testarlo ed immetterlo sul mercato. In questi dodici anni bisogna impiegare mezzi per la ricerca –laboratori, macchinari, sostanze varie, computer e tanta, tanta, ma proprio tanta carta-, pagare i ricercatori –che sono il meno del male, visto che prendono una miseria a dispetto del lavoraccio infame che fanno, a meno che non siano superstar del settore, i Mick Jagger della situazione, insomma-, procurarsi e mantenere gli animali –e, visto quanto sono rigide le leggi europee, questi devono avere una qualità di vita alta e ciò comporta anche grandissimi costi-, ecc… costi a non finire insomma per ottenere dei r… ah, no, dimenticavo, secondo il genio in questione, le case farmaceutiche non vogliono ottenere nulla da questi miliardi.

Praticamente, visto che a loro i soldi puzzano e li trovano sugli alberi, i dirigenti della Pfizer piuttosto che della Hoffmann-La Roche o della Novartis o della Sanofi-Aventis, che sono tutte società di capitali a fine di lucro i cui soci sono in possesso di azioni che, come abbiamo visto, da loro diritto alla ripartizione del dividendo, decidono di investire miliardi –perché si parla di miliardi, qua- nella ricerca di farmaci che in molti casi hanno una grande richiesta, per poi mettere i risultati in cassaforte e non sfruttarli o, peggio ancora, per produrre farmaci che verranno nascosti nei magazzini, creando un bel buco nel bilancio –molti costi ma nessun ricavo- che difficilmente potranno riempire del tutto con i ricavi provenienti da altre produzioni e ricerche e che, a fine anno, dovranno giustificare –che, pensavate che i bilanci non andassero spiegati? Illusi, se il Fisco vede che c’è qualcosa che non funziona, vi fa un fondoschiena tale che nemmeno la Venere Ottentotta ed in ogni caso esistono organi di controllo interni all’impresa per controllare che tutto vada come deve andare-, perché sono brutti e cattivi e probabilmente affiliati ai rettiliani e lucrano sulla morte di potenziali clienti a cui, invece, avrebbero potuto vendere i trattamenti facendoci un bel ricavo e generando degli utili extra da usare per pagare i propri debiti e da ripartire tra gli azionisti.

Ammettiamolo, ha senso, no?

 

 

 

[1] In caso di autonomia patrimoniale imperfetta,  per le obbligazioni –comunemente dette debiti o beghe- sociali, in primo luogo, è responsabile la società e poi, in caso il patrimonio sociale sia insufficiente, il socio, mentre per le obbligazioni del singolo socio i creditori possono rifarsi anche sulla sua parte di patrimonio sociale. In caso di autonomia patrimoniale perfetta, invece, i creditori della società possono rifarsi solamente sul patrimonio sociale e quelli dei soci solo su quello dei singoli debitori, perché essendo l’impresa dotata di personalità giuridica, essa viene considerata come un soggetto del diritto a sé stante. Per capirci, se io divento socia della Vodafone e questa fa debiti, i debitori possono rifarsi solo sulla società perché risulta essere un entità a sé diversa dalla signora Lizzy.

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