Once upon a time in Nome: cronache di una guerra passata e riflessioni per il presente


Il post di oggi è un po’ particolare, si basa su molti se e su una storia molto vecchia ma che minaccia di diventare attuale.

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Nome, 1907

La nostra storia inizia a Nome, una cittadina dell’Alaska che oggi conta circa tremilaseicento persone e nel 1925, anno in cui è ambientata la nostra storia, meno di duemila, di cui quasi cinquecento erano inuit.

Era una cittadina isolata –
anche se rimaneva, pur dopo il tramonto della corsa all’oro, la cittadina più grande del Nord dell’Alaska-: da novembre a luglio il porto ghiacciava, rendendola inaccessibile e l’unica ferrovia portava a Seward -ma all’epoca non esistevano ancora i binari riscaldati come in Svezia-. Gli unici veri collegamenti col mondo esterno, durante il rigido inverno polare, erano i bush flying e i cani da slitta, che portavano cibo e corrispondenza da Seward a Nenana e da Nenana a Nome, il tutto in venticinque giorni.

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Dr. Curtis Welch

L’unico ospedale della cittadina era gestito dal dottor Curtis Welch, aiutato nel suo lavoro da quattro infermiere, che, durante l’inverno di quell’anno, dovettero far fonte ad una vera tragedia.

Il dottor Welch, infatti, possedeva una scorta di siero antitossina per la difterite risalente al 1918 e che proprio nell’estate del 1924 era scaduta e, non essendo consigliabile somministrare medicinali scaduti oggi come allora, spedì un ordine per il rifornimento di antitossina a Juneau. Tale ordine, però, non riuscì ad arrivare prima che il porto chiudesse e che Nome rimanesse isolata dal resto del mondo per il periodo invernale.

Poco tempo dopo, all’ospedale giunse un bambino inuit di due anni, portato lì dal vicino villaggio di Holy Cross, a cui venne diagnosticata la tonsillite: in realtà Welch aveva preso inizialmente in considerazione la difterite, malattia all’epoca molto diffusa che colpiva circa il 10% dei bambini, ma la escluse in quanto nessuno, ad Holy Cross e nella famiglia del piccolo paziente, mostrava sintomi simili. Il bambino morì la mattina seguente.

Dopo il piccolo inuit, a Nome si registrò una vera epidemia di tonsillite durante tutto il mese di dicembre, ma presto fu chiaro che non era come appariva: un bambino morì il ventotto dicembre, seguito da altri due bambini nativi.

Il ventuno gennaio 1925, venne finalmente registrato il primo caso di difterite: si trattava di Bill Barnet, che mostrava le caratteristiche lesioni alla gola e alle membrane nasali.

Il ventidue gennaio 1925 il piccolo Bill, di tre anni, diventava la prima vittima dichiarata dell’epidemia di difterite, mentre Bessie Stanley, di sette anni, veniva ricoverata di urgenza e le veniva diagnosticata la difterite in stadio avanzato. Alla bambina fu iniettato l’antitossina -scaduto l’estate precedente- ma non ci fu nulla da fare: morì quello stesso giorno.

In una comunità di nemmeno duemila abitanti il decesso di sei bambini piccoli rappresentava una vera tragedia, ma, soprattutto, un triste segno, soprattutto se la causa era una malattia come la difterite: Welch, col benestare del sindaco, indisse una riunione di emergenza della cittadinanza e annunciò non solo l’inizio dell’epidemia, ma che le ultime mille unità di antitossina, per altro scaduto, avrebbero dovuto frenare un’epidemia di difterite. Impossibile, visto che solo alla piccola Bessie avevano iniettato seimila unità.

In ogni caso, venne dichiarata la quarantena.

Il giorno seguente, il ventidue gennaio 1925, Welch mandò un telegramma alle maggiori città dell’Alaska e al governatore di Juneau.

“An epidemic of diphtheria is almost inevitable here STOP I am in urgent need of one million units of diphtheria antitoxin STOP Mail is only form of transportationSTOP I have made application to Commissioner of Health of the Territories for antitoxin already STOP There are about 3000 white natives in the district STOP”

Un’epidemia di difterite è quasi inevitabile STOP Ho urgente bisogno di un milione di unità di antitossina per la difterite STOP LA posta è l’unico mezzo di trasporto STOP Ho già fatto richiesta al Commissario per la Salute dei Territori per l’antitossina STOP Ci sono circa tremila bianchi nativi nel distretto STOP“, era questo il messaggio di Welch.

In capo a due giorni si registrarono due nuove decessi, altri venti casi confermati e altri cinquanta a rischio. Era il preludio di una tragedia terribile, se l’antitossina non fosse giunto in tempo: nella zona attorno a Nome risiedevano circa diecimila persone e senza il farmaco, la mortalità era praticamente del 100%.

Un’esperienza molto simile a quella vissuta tra il 1918 e il 1919 con la febbre spagnola, che aveva la falciato metà degli abitati di Nome, circa mille persone nel Nord dello Stato ed il doppio circa in tutta l’Alaska -nella maggior parte dei casi, si parlava di inuit, che non avevano resistenza per questo genere di malattie-.

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Leonhard Seppala

Negli stessi giorni, parecchio più a sud, in una riunione indetta dal sovrintendente della Salute, si discuteva su come spedire l’antitossina a Nome, prima che fosse troppo tardi. Mark Summers propose l’impiego dei cani da slitta divisi in due gruppi, uno proveniente da Nenana e l’altro da Nome, che si sarebbero dovuti incontrare a Nulato. Uno dei suoi dipendenti, il norvegese Leonhard Seppala fu scelto per il percorso da Nome a Nulato, un tragitto di mille kilometri da percorrere in pieno inverno. Seppala aveva dalla sua l’esperienza e la conoscenza, oltre ad un incredibile rapporto coi suoi cani e Togo, il capo della sua muta, famoso per la sua intelligenza e il senso del pericolo, considerato un cane capace ed estremamente affidabile.

Il sindaco di Nome, invece, propose l’invio dell’antitossina via areo: nel febbraio del 1924 il primo volo aereo era riuscito ad arrivare a Fairbanks da McGrath e l’esperimento era stato ripetuto altre otto volte, ma la massima distanza percorsa era di quattrocento kilometri e le peggiori condizioni meteo si attestavano a temperature attorno ai -23°C. Inoltre gli unici aerei in funzione in Alaska erano modelli antiquati che erano stati smantellati per l’inverno e possedevano caratteristiche incompatibili con i voli invernali a bassissime temperature e gli unici due piloti erano tornati negli Stati Uniti continentali -un terzo pilota, l’unico disponibile, per di più, era totalmente inesperto-.

Nonostante il trasporto via aereo fosse potenzialmente più veloce -ed estremamente rischioso-, si scelse il trasporto via terra con mute di cani da slitta e a Seppala venne chiesto di iniziare subito i preparativi per la partenza.

Lo U.S. Public Health Service immagazzinò un milione e centomila unità di siero negli ospedali della costa ovest, che avrebbero dovuto essere spedite a Seattle e da qui avrebbero raggiunto l’Alaska via mare, ma l’Alameda, la prima nave diretta nel quarantanovesimo Stato -e l’ultima ad aver lasciato Nome-, non sarebbe arrivata a Seattle prima della fine di gennaio ed il viaggio fino a Seward avrebbe richiesto circa una settimana.

Per pura coincidenza, il ventisei gennaio, nell’ospedale di Anchorage vennero scoperte trecentomila unità di antitossina dal primario di chirurgia, che aveva sentito della richiesta di aiuto di Welch. Il Governatore diede l’ordine di impacchettare il tutto e di spedire il prezioso farmaco a Nome: il siero arrivò a Nenana il giorno seguente, pronto per la corsa verso il nord. Non era di certo abbastanza per debellare l’epidemia, ma avrebbe potuto tamponare la situazione fino all’arrivo del carico dal continente.

Il vero nemico, a quel punto, era l’inverno polare, oltre che il tempo.

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Non so voi… io con un tempo così non uscirei nemmeno di casa.

A causa di un sistema di alta pressione proveniente dall’Artico, a Fairbanks si registrarono -43°C mentre un altro sistema localizzato nel sud-est dell’Alaska, con venti che raggiungevano i 40km/h e spazzavano la neve in accumuli di anche tre metri, senza contare che il trasporto via mare era un vero e proprio azzardo per le pessime condizioni di navigazione e le comunicazioni nell’interno dello Stato erano praticamente tagliate per via della stagione. Ad aggiungersi a questo scenario, c’erano anche le ore di luce disponibili sensibilmente ridotte dalla notte polare.

Mentre il primo lotto di siero era in viaggio verso Nenana, il Governatore diede finalmente l’approvazione al trasporto mediante slitta, ma ordinò ad Edward Wetzler, ispettore del Sevizio Postale degli Stati Uniti, di organizzare una staffetta dei migliori conducenti di slitte e dei migliori cani del territorio interno dello Stato che avrebbero dovuto viaggiare notte e giorno da Nenana fino a Nulato, dove avrebbero consegnato l’antitossina a Seppala, incaricato di portarla fino a Nome.

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Montagne Kuskokwim

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Northon Sound

La strada che da Nenana portava a Nome era lunga ed impervia: attraversava l’Alaska interna, costeggiando il fiume Tanana nel punto in cui si congiungeva allo Yukon e seguiva quest’ultimo fino a Kaltag. Da qui attraversava le foreste ed i plateau delle montagne Kuskokwim fino ad Unalakleet, sulle rive del Norton Sound, una baia del Mare di Bering per poi proseguire verso nord-ovest lungo la costa sudovest della Penisola di Seward -zona senza alcuna protezione dalle tempeste di neve e le burrasche-, includendo anche un tratto i corsa sul ghiaccio del Mare di Bering. Una corsa di mille kilometri costellata dal rischio di smarrirsi, di perdere componenti delle mute, di ferirsi o di morire o di perdere il prezioso carico.

La partecipazione alla “corsa del siero“, come passerà alla storia il trasporto, fu imponente: Wetzler contattò un agente della Northern Commercial Company, Tom Parson e telefoni e telegrammi avvertirono i conduttori di tornare alle loro taverne -usate come basi-.

Il ventisette gennaio 1925, alle nove di notte, partì da Nenana Wild Bill Shannon, il primo musher, alla guida di una muta di cani inesperti e con una temperatura di -46°C in costante calo. La muta dovette tagliare per il fiume per via della pista distrutta da dei cavalli e Shannon, all’arrivo a Minto, circa sette ore dopo, aveva metà faccia nera a causa dell’assideramento ed era in ipotermia. La temperatura, nel frattempo, aveva raggiunto i -52°C. Shannon scaldò il siero davanti al fuoco, riposò per quattro ore e poi ripartì, lasciando indietro tre cani che morirono, assieme ad un quarto che morì lungo il percorso.

Alle undici del mattino del ventotto gennaio, a Tolovana, Wild Bill Shannon, in pessime condizioni fisiche, passava il carico ad Edgard Kallan. Dopo aver riscaldato il siero, Kallan si apprestò a addentrarsi nelle foreste, mentre la temperatura risaliva a -49°C. Secondo un racconto, il proprietario della locanda di Manley Hot Springs dovette versargli addosso dell’acqua bollente per far sì che le mani di Kallan si staccassero dal manubrio della slitta.

Nel frattempo a Nome non si erano registrati nuovi casi di difterite, ma il giorno seguente, il ventinove gennaio, due nuovi casi vennero diagnosticati nonostante la quarantena e il trenta gennaio una nuova vittima si aggiunse al già tragico bilancio.

Intanto, l’epidemia di difterite nella piccola e sperduta cittadina d’Alaska faceva il giro degli Stati Uniti: era una delle notizie principali sui giornali e alla radio; si tornò alla vecchia proposta di utilizzare degli aerei per trasportare il siero, ma la proposta venne di nuovo rifiutata.

Il Governatore decise di velocizzare la staffetta, autorizzando l’aggiunta di altri musher al tratto di corsa di Seppala, in modo che ogni staffetta potesse viaggiare senza riposo; Seppala, nel frattempo, stava viaggiando verso Nulato e non ci fu modo di avvertirlo del cambio di programma che prevedeva la sua partenza da Shaktoolik: il piano, dunque, faceva affidamento sul fatto che i conduttori avrebbero trovato e fermato Seppala lungo il cammino. Summers contattò ed incaricò vari musher lungo l’ultimo tratto del percorso, tra cui Gunnar Kaasen, un collega di Seppala.

Da Manley Hot Springs il siero fu quasi sempre nelle mani di musher indigeni fino a quando non venne affidato a Charlie Evans a Bishop Mountains il trenta gennaio alle tre di notte. La temperatura si era lievemente alzata, ma arrivata a -52°C, crollò nuovamente. Evans contava sui suoi cani leader, ma aveva dimenticato di proteggere le pance dei due animali, due esemplari a pelo corto, con le pellicce di lepre ed entrambi svilupparono un principio di assideramento e collassarono. La muta concluse il proprio tragitto alle dieci del mattino, entrambi i cani erano morti assiderati.

Il siero passò per le mani di Tommy Patsy, di “Jackscrew” e di Victor Anagick per finire in quelle di Myles Gonangnan sulle coste del Sound il trentun gennaio alle cinque del mattino. Gonangnan notò le prime avvisaglie di una tempesta e decise di non tagliare attraverso la scorciatoia sul ghiaccio della baia; la muta partì alle cinque e trenta e tagliò per le colline. La pessima visibilità andava migliorando mentre si avvicinava alla costa e un vento di burrasca abbassò la temperatura a -57°C.

Gonangnan arrivò a Shaktoolik alle tre del pomeriggio: Seppala non era lì, ma Henry Ivanoff era pronto a partire al suo posto.

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Seppala e Togo

A Nome, nel frattempo, era deceduta un’altra vittima -il ventisette gennaio- e le scorte di antitossina scaduto erano terminate: la sola speranza erano i cani da slitta e con i progressi di Gonangnan, Welch iniziò a pensare che le nuove scorte sarebbero arrivate in febbraio.

Seppala, intanto, aveva percorso centoquarantasei kilometri partendo da Nome in direzione di Shaktoolik tra il ventisette ed il trentun gennaio, tagliando per i ghiacci del Sound e proseguendo verso sud, convinto di avere ancora un centinaio di kilometri da percorrere prima di arrivare a destinazione. Ivanoff, nel mentre, era incappato in una renna e si era fermato poco fuori Shaktoolik, quando Seppala gli passò accanto a tutta velocità. Ivanoff gli urlò dietro di avere il siero e il musher si fermò, tornò indietro e lo prese in carico.

Venendo a conoscenza dell’aggravarsi dell’epidemia, Seppala decise di sfidare ancora una volta la sorte: sfidò la tempesta e tagliò sul ghiaccio della baia, raggiungendo la taverna di Isaac’s Point alle otto di sera. La muta ripartì alle due di notte nel bel mezzo della tempesta, dopo aver riposato qualche ora. Togo, il leader dei cani, aveva percorso in pochi giorni più di cinquecento kilometri ed in solo giorno aveva percorso  circa centotrentacinque kilometri, un vero e proprio record.

Durante la notte la temperatura raggiunse i -40°C ed il vento all’incirca 105 km/h, mentre la muta correva sul ghiaccio seguendo la costa, dove tornarono per oltrepassare Little McKinley Mountain, scalandola per millecinquecento metri. A Golovin Seppala passò il siero a Charlie Olsen alle tre del pomeriggio del primo febbraio. Nello stesso giorno, gli infetti a Nome raggiungevano quota ventotto, mentre il siero era sufficiente a curare una trentina di persone: un ritardo nella consegna avrebbe potuto essere fatale.

Col peggiorare delle condizioni climatiche il dottor Welch decise però di chiedere che la staffetta venisse bloccata, in quanto perdere tutto il carico per colpa del pessimo tempo sarebbe stato molto più grave di un lieve ritardo -in quanto il carico proveniente da Anchorage era l’unico siero disponibile oltre ad una piccola scorta a Juneau e a quello che ancora doveva partire da Seattle-. Il messaggio riuscì ad arrivare a Solomon e Point Safety prima che le linee morissero.

Balto et Gunnar Kaasen-Gunnar Kaasen

Kaasen e Balto

Olsen fu spazzato via dal cammino e riportò un grave congelamento delle mani mentre tentava di coprire i propri cani con delle coperte, mentre la temperatura calava a -57°C e riuscì ad arrivare a Bluff nella sera del primo febbraio in condizioni fisiche pessime. Il siero passò a Gunnar Kaasen.

Kaasen attese fino alle dieci di sera nella speranza che la tempesta finisse, ma questa peggiorò solamente e i cumuli di neve rischiavano di bloccare il sentiero, così il musher partì comunque, sfidando la tempesta in controvento.

La situazione di Kaasen non era facile: stava viaggiando di notte contro una tempesta di neve con venti fortissimi che spiravano contro di lui impedendogli il passo e temperature estremamente basse ed il fiume era esondato. Balto, il cane leader della muta, ritenuto poco affidabile e resistente, conduceva il gruppo nonostante una visibilità tanto ridotta che lo stesso Kaasen non riusciva a vedere dove stessero andando e doveva fare totale affidamento sul cane; solo dopo aver passato di quattro kilometri Solomon si rese contro di dove si trovasse.

Decise comunque di proseguire, ma i venti erano talmente forti che la slitta di capovolse e quasi perse il contenitore del siero quando questo cadde e fu sepolto dalla neve. Kaasen ritrovò il contenitore, ma avendo scavato a mani nude pur di portare il siero a Nome, queste iniziarono a congelarsi.

Kaasen arrivò a Point Safety il due febbraio del 1925 alle tre di mattina, ma colui che avrebbe dovuto dargli il cambio, Ed Rohn, convinto che Kaasen si fosse fermato a Solomon, stava dormendo. Siccome per preparare la muta di Rohn ci sarebbe voluto tempo ed il tempo peggiorava, Kaasen continuò la sua corsa, percorrendo gli ultimi quaranta kilometri fino a Nome e raggiungendola alle cinque e mezza del mattino.

Non una singola ampolla di siero era stata rotta durante il difficile viaggio verso la cittadina.

Le mute e i loro conduttori -venti in tutto- percorsero in tutto milleottantacinque kilometri in centoventisette ore e trenta minuti nonostante le temperature sotto zero -con picchi vicino ai -60°C- ed i venti che avevano raggiunto l’intensità di quelli di un uragano. Molti dei conduttori riportarono casi di assideramento ed ipotermia e numerosi cani persero la vita nella corsa per portare il siero ai malati di Nome.

I morti totali per l’epidemia di difterite furono ufficialmente cinque o sette, ma secondo Welch in realtà esistevano altre cento vittime, tutte facenti parte della comunità indigena. Altri quarantatré casi furono diagnosticati nel 1926, ma grazie al siero furono debellati.

Dove voglio andare a parare?

Molto semplice, voglio fare due conti. Nel 1925 Nome contava millequattrocentotrenta abitanti circa, che per l’Alaska del Nord erano parecchi. L’epidemia di difterite uccise sette persone, lo 0,5% della popolazione totale, ma ne infettò altre ventotto, il 2% e ne mise a rischio altre cinquanta, ossia il 4%. In totale, la difterite mise a rischio o uccise il 6.5% della popolazione della cittadina nell’inverno del 1925 e uccise poi altre circa cento persone -di cui la gran parte bambini- nella comunità inuit fuori Nome, che erano molto meno resistenti alla difterite rispetto alla popolazione di origine europea. Nel 1926 la malattia contagiò un’altra quarantina di persone, ma non ci furono decessi grazie alle scorte di antitossina.

Ma Nome non fu un caso isolato: negli anni Venti si registravano circa centomila-duecento mila casi di difterite all’anno nei soli Stati Uniti e circa tredici-quindicimila morti, di cui la gran parte bambini.

Si poteva evitare, all’epoca, una simile tragedia? Sì e no. In realtà il vaccino per la difterite era disponibile già nel 1920, ma se pensiamo che in Italia venne reso obbligatorio solo nel 1939 -e che vere e concrete politiche in fatto di vaccinazioni furono adottate dai vari Stati occidentali solo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale nonostante il primo vaccino in assoluto, quello per il vaiolo, fosse stato scoperto nel 1796-, risulta chiaro il perché di tanti decessi per una malattia simile. Inoltre i primi vaccini antidifterici potevano risultare tossici a causa dell’alluminio e nello stesso anno, appunto, si registrarono casi di avvelenamento. In ogni caso, se i cittadini di Nome fossero stati vaccinati, bambini e inuit in primis, forse il numero di vittime e la virulenza della difterite sarebbero stati minori.

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Difterite

La difterite non è solo una malattia dolorosa, ma anche mortale -soprattutto se non debitamente trattata- e con gravi conseguenze per chi sopravvive: tra le maggiori complicanze vi sono cose simpatiche come miocarditi, paralisi del nervo glossofaringeo, paralisi dei nervi oculari o insufficienza renale.

Si può evitare una tragedia simile al giorno d’oggi? Certamente, basta vaccinare i propri figli e questo è il punto della questione di oggi. In realtà l’ispirazione per questo articolo, oltre ad essermi venuta per la mia passione per il cartone Balto -dai, i figli degli Anni Novanta con quel cartone ci sono cresciuti-, è nata anche da uno degli ultimi servizi pseudoscientifici de Le Iene, che riguardava i vaccini ed i rimborsi per gli effetti collaterali negli stessi -se avete tempo, guardatelo e segnatevi tutte le frasi dette dal giornalista-.

Ovviamente giornalisti ed autori hanno ben imparato a non sbilanciarsi esplicitamente dal caso Stamina, ma, osservando con attenzione il servizio, si può notare come abbiano velatamente messo in dubbio l’utilità ed i benefici indubbi delle vaccinazioni sparando la più grande minchiata -passatemi il termine- degli ultimi duecento anni: la correlazione tra vaccini ed autismo, il grande spauracchio.

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Andrew Wakefield

Pardon, l’inesistente correlazione tra vaccini ed autismo. Sì, perché questa storia, tirata in piedi da quel genio del marketing di Wakefield, ex-medico inglese radiato dall’Albo ed indagato per truffa proprio a causa di un articolo falso -e di una ricerca ancora più falsa- sull’argomento -che avrebbe dovuto aiutarlo a vendere una sua versione del vaccino esavalente che “non avrebbe causato l’autismo“, furbo, eh?-, non è mai stata provata, anzi, nonostante le decine di studi al riguardo -e l’ultimo ha coinvolto qualche migliaio di persone-, i ricercatori hanno provato esattamente il contrario: non ci sono correlazioni, anzi, le cause dell’autismo sembrano stare altrove -come dico sempre, questo non è un blog di divulgazione scientifica né ha la pretesa di esserlo, perché io non sono un medico né un ricercatore, ma solo una cittadina che ogni tanto i neuroni li usa, per cui più sotto vi linkerò degli articoli sul caso da cui partire se volete informarvi sulla questione-.

E allora perché fare disinformazione? Perché ci si guadagna, signori miei. Ecco perchè.

Eh sì, perché al mondo esiste gente che si beve le balle sui vaccini e gente che ha interesse -spesso economico- nel diffonderle.

Ora, capiamoci, i vaccini possono causare effetti collaterali, è ovvio. Ma anche l’aspirina può farlo. Bene, quanti di voi bandirebbero l’aspirina e cercherebbero di boicottarla perché, in rari casi, può causare dei problemi -e non sto parlando di chi non si legge il bugiardino e la assume anche quando non dovrebbe, quella si chiama stupidità patologica, sto parlando di problemi quali reazioni allergiche, capiamoci-? Ecco, appunto. Però esiste gente che ha interessi nel dipingere i vaccini come il Grande Male e persone che, bevendosi queste panzane, li temono a tal punto da cercare di convincere gli altri a rinunciare ad una protezione verso malattie potenzialmente letali, rifacendosi a studi che non esistono -o che sono stati invalidati-, a dichiarazioni di persone che dalla loro non hanno uno straccio di prova, ma solo illazioni, ad articoli di blog e forum gestiti da gente che ha addirittura meno competenze di me in campo medico o al classico “c’ho un cugggino che…“. Grazie, così son capace anch’io…

In ogni caso, queste persone toccano tasti sensibili come l’autismo o altre disabilità/ritardi/malformazioni/a momenti anche le possessioni demoniache legati a più o meno tutto quello che può contenere un vaccino -come il mercurio, per la precisione l’etilmercurio, che ormai non è quasi più usato o i virus inattivati, idem come sopra, anche se è vero che in Paesi in via di sviluppo sono ancora impiegati, ma per ragioni economiche e, soprattutto, pratiche- o ad ogni genere di scusa irrazionale -tipo iniezione del virus del cancro o microchip e no, non sputatevi un polmone ridendo- per cercare di convincere la gente a pensarla come loro, evitando accuratamente di riferire che se, ad esempio, il vaccino per il morbillo in un caso su un milione può causare effetti collaterali non gravi e passeggeri, il morbillo in uno su mille causa l’encefalite e nel 15% dei casi causa il decesso e in quelli che non muoiono, nel 50% danni permanenti. Okay, io sono un cane in matematica, lo ammetto, ma a me sembra che i numeri parlino da soli e molto bene: un milione è molto di più di mille, il che significa che è molto più probabile morire per il morbillo che non per il vaccino.

Però si sa che io faccio schifo in matematica, la cosa è di dominio pubblico, quindi, evidentemente, a me sfugge qualcosa che a questi “anti-vaccinisti” invece risulta chiarissimo. Oh, sì, e sono anche pagata da BigPharma.

Il problema dei vaccini, però, è che non fanno bene solo noi, ma anche agli altri. Infatti più è alto il numero di persone vaccinare, meno probabile è che quelle non vaccinate -perché hanno genitori idioti o perché non possono essere sottoposte a vaccinazione- si ammalino e contagino altre persone non vaccinate, in particolare bambini piccoli e anziani. Si chiama immunità di gregge e, in soldoni, la storia è così: in uno Stato, quasi tutti i bambini vengono vaccinati, ergo hanno meno possibilità di prendere la malattia Y e sono più resistenti in caso di contagio. Ciò significa che, essendo meno probabile che contraggano Y, è anche meno probabile che contagino bambini non vaccinati ed adulti, ivi compresi quelli che NON possono, per motivi di salute, essere sottoposti a vaccinazione, causando un’epidemia. Se, invece, i genitori di Z bambini decidono di non vaccinare i loro pupi, iniziano i problemi. Infatti, finché si tratta di un numero esiguo, questi sono protetti dalle malattie dall’immunità degli altri bambini, godendo, quindi, dell’immunità di gregge, ma quando la percentuale di non vaccinati cresce, cresce anche la possibilità che questi contraggano Y e contagino altri bambini e adulti, vaccinati e non, causando un’epidemia.

Insomma, non vaccinandosi si rischia di essere un pericolo per la salute altrui ed il principio di un’epidemia, come sta accadendo in Russia con la difterite.

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Uno dei danni permanenti della polio: la paralisi degli arti

Va inoltre ricordato che i vaccini ci stanno aiutando o ci hanno già aiutato a debellare malattie pericolose come la poliomielite ed il vaiolo, che causano/causavano non solo moltissimi morti, ma, soprattutto, tantissimi danni a chi sopravviveva.

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Il vaiolo sfigurava pesantemente le proprie vittime

E qua sorge un altro problema: le vaccinazioni sono in calo e qua e là si registrano focolai di malattie come il morbillo -in Regno Unito e tutto ciò a causa di Wakefield e delle sue bugie- o la difterite -in Russia, come accennato sopra, a causa del crollo dell’URSS, che causò la paralisi della somministrazione dei vaccini antidifterici-: insomma, grazie a certi individui stiamo rischiando il ritorno delle grandi epidemie che portavano via decine e decine di vite e ne rovinavano innumerevoli altre.

Ne vale davvero la pena? Vale davvero la pena morire perché al mondo c’è gente disonesta e gente stupida che va dietro a presunti guru e santoni? No, assolutamente, per questo è importante che la gente sia debitamente informata ed indirizzata a fonti sicure, per loro stessi e per noi tutti.

Perché non ci saranno sempre eroi come i venti musher di Nome a salvarci e allora, forse, prevenire è meglio che curare.

 

Articoli:

Perché vaccinarsi e le bufale sui vaccini: http://www.iflscience.com/health-and-medicine/dear-parents-you-are-being-lied

epidemia di morbillo causata a New York dall’anti-vaccinismo: http://www.iflscience.com/health-and-medicine/measles-outbreak-hits-new-york-city

Mappa dei danni causati dall’anti-vaccinismo: http://www.iflscience.com/health-and-medicine/one-map-sums-damage-caused-anti-vaccination-movement

Epidemia di morbillo negli Stati Uniti e principio di epidemia a Bologna: http://www.corriere.it/salute/pediatria/14_giugno_01/morbillo-picco-infezioni-troppi-non-si-vaccinano-b71dad04-e964-11e3-b53f-76c921903500.shtml

Editoriale sui vaccini in risposta al servizio delle Iene dell’onorevole Elena Cattaneo, Gilberto Corbellini e Michele de Luca: http://www.lastampa.it/2014/05/31/cultura/opinioni/editoriali/iene-e-sanit-vergognose-falsit-trash-LaTMuqDKpMUhbFYFzENuOI/pagina.html

Piccola guida sulle bufale degli anti-vaccinisti: http://www.wired.it/scienza/medicina/2014/05/29/come-rispondere-oppositori-vaccini/?utm_source=wired&utm_medium=NL&utm_campaign=daily

Assenza di correlazione tra autismo e vaccini: http://www.iflscience.com/health-and-medicine/huge-meta-study-vaccines-reveals-no-link-autism

Correlazione tra l’agenesia del corpo calloso e l’autismo: http://www.iflscience.com/brain/agenesis-corpus-callosum-linked-autism

Studio sulla possibile insorgenza dell’autismo durante la gravidanza: http://www.iflscience.com/brain/study-suggests-autism-begins-during-pregnancy

Articolo de La Stampa sulla correlazione tra autismo e vaccini: http://www.lastampa.it/2014/03/28/italia/cronache/lautismo-non-correlato-al-vaccino-colpisce-i-bimbi-quando-sono-ancora-feti-video-pm-di-trani-e-medico-al-convegno-YpTmNi0RwNpPZvxBBAOLjK/pagina.html

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2 risposte a Once upon a time in Nome: cronache di una guerra passata e riflessioni per il presente

  1. Drama Queen ha detto:

    Complimenti per l’impegno nello scrivere il post e nel trovare altri articoli da citare!
    Il tema è molto importante… peccato, però, che per farlo capire a certe persone le parole non bastino. Bisognerebbe… che ne so, impiantare loro un microchip nel cervello, forse…

    • lizzytempest ha detto:

      Naaaa, enorme spreco di risorse per qualcosa che si risolve con due ceffoni correttivi nell’infanzia o mollandoli in qualche Paese del Terzo Mondo sconvolto da un’epidemia.

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