Tallulah’s Falls


Spesso, anche se non ce ne rendiamo conto, le nostre città, i nostri paesini, sono popolati da personaggi particolari che, ancora più dei profumi, dei colori, dei paesaggi, delle cadenze e delle inflessioni particolari della parlata e dei gesti caratterizzano con la loro presenza e il loro modo di fare ciò che ci circonda. Sono persone a volte molto originali, altre volte invece hanno un’apparenza più modesta e passano quasi sotto silenzio, eppure la loro assenza, in qualsiasi caso, pare modificare profondamente l’ambiente circostante, come se ormai ne facessero talmente parte da esserne un elemento imprescindibile.

Del resto, chi fa più caso alla grande quercia nella piazza del paese in cui nasciamo e cresciamo, se non quando viene abbattuta, lasciando, al suo posto, un enorme vuoto?

A Tallulah’s Falls di originali ce n’erano ben pochi e tutto pareva rientrare nello schema della brava cittadina di provincia, come se, al momento della sua fondazione, fosse stato imposto per legge che nulla potesse essere considerato strano o fuori posto e perfino le situazioni di disagio -un padre alcolizzato qua, una famiglia di disoccupati là, un paio di ragazze anoressiche a destra, due o tre depressi a manca e qualche drogato a dare l’ultimo tocco- erano state distribuite secondo uno schema preciso che qualcuno avrebbe definito cliché.

Se un forestiero avesse chiesto di vedere qualcosa di caratteristico o originale, avrebbe potuto visitare il monumento dei caduti della guerra di Secessione o un busto intitolato ai padri fondatori della città o assaggiare la torta di mele di Maddie Hill o ammirare una casa vittoriana appartenente ad una delle famiglie più antiche o forse conoscere la vecchia signora Deepwood -signorina, come ricordavano le malelingue, dato che si era mai sposata-, una vecchietta un po’ snob e amante di gatti e libri, discendente ricca di uno dei fondatori. Insomma, ciò che può essere definito originale e caratteristico in qualsiasi cittadina di provincia.

Ma Maddox, diciassette anni, curriculum scolastico e fedina penale da non invidiare, entrato ed uscito dal riformatorio con la naturalezza con cui chiunque altro si cambierebbe le mutande ed autore di tale, fantasiosa teoria, sapeva che il vero emblema di Tallulah’s Fall era un altro: Dillon O’Connor, un vecchio irlandese arrivato in America ai tempi dei dinosauri, probabilmente, con la pelle tanto rugosa da sembrare il tronco di un albero e le mani ridotte ad artigli dall’artrite, una bella pelata tra i capelli bianchi che pareva una tonsura e abbigliato in eterno con un completo verde che lo faceva assomiglia ad un lepricano in pensione.

Dillon O’Connor era l’elemento tipico della cittadina e Maddox lo sapeva bene: nelle lunghe mattinate di bigiate, lo aveva osservato ed era giunto alla conclusione che, se fosse scomparso, Tallulah’s Falls non sarebbe più stata la stessa.

Il vecchio Dillon usciva di casa ogni giorno in vestaglia -una cosa orrida gialla e sbiadita-, con la puntalità di un orologio svizzero, alle sette e mezza per prendere il giornale che il ragazzo dei giornali -un moccioso pelle e ossa di nome Chris a cui un paio di volte aveva rubato la bicicletta per abbandonarla vicino a Rapid Creek, godendosi, ben nascosto tra le piante, la sequela di improperi che il ragazzino, conosciuto per essere una specie di angioletto in Terra, lanciava contro il ladro- lasciava davanti alla porta della sua villetta dal praticello curato e con le persiane verde pino, poi rientrava per fare colazione, finire di vestirsi e guardare un po’ di TV -sempre e comunque canali come History Channel o Nat Geo, mai visto guardare Good Morning America o merda simile, avrebbe precisato con una sorta di orgoglio-.

Alle otto e mezza usciva di casa accompagnato dal suo cane, un bastardino che pareva essere un mix indefinito tra uno Yorkshire Terrier ed uno Schnauzer nano dal pelo nero striato di fili grigi per l’età avanzata che rispondeva al nome di Charlie e percorreva Primrose Street, chiamata così in onore della prima moglie di John Deepwood, il fondatore della città, una donna dalla proverbiale indole di ferro morta in circostanze poco chiare, probabilmente uccisa dal vecchio John dopo averla trovata con l’amante, la cui identità era oggetto di silenziose illazioni a quasi più di trecentocinquant’anni di distanza -la proverbiale curiosità delle cittadine di provincia, avrebbe commentato Maddox con un sorrisetto sarcastico-, ma che, ironicamente, veniva indicata come esempio di donna e matrona da seguire assieme alla sua succeditrice Catherine Grayson, seconda, infelice moglie di Deepwood, morta, a quanto si diceva, di appendicite -ma in famiglia giravano storie un poco differenti, che parlavano di veleno e di eredità.

Ai lati di Primrose Street si raccoglievano graziose villette dai giardini curati come quella del vecchio irlandese, costruite in gran parte durante l’ambizioso piano di urbanizzazione del sindaco Pike del millenovencentocinquanta che puntava a rendere la cittadina moderna e attraente e che invece aveva creato solo due vie di villini moderni -Primrose Street, per lo appunto e Grayson Street, intitolata ad un pronipote di Catherine Grayson che aveva combattuto con onore durante la guerra di Secessione, anche se dal lato sbagliato-, che Dillon O’Connor ed il vecchio ed asmatico Charlie percorrevano in tutta calma per arrivare fino ad High Street, fermandosi a chiacchierare con Maddie Hill, la proprietaria della tavola calda Tallulah’s Dinner, una donna sui trentacinque con un caschetto di capelli neri e un rossetto rosso fiamma eternamente spalmato sulla bocca troppo larga per il suo viso.

Maddie era famosa per la sua torta di mele quanto per lo scandalo che suo fratello Sam aveva causato con la sua omosessualità cinque o sei anni prima. La bella e ridente Tallulah’s Fall, con la sua brava mentalità da cittadina di provincia del Sud, aveva praticamente messo alla porta Sam ed il suo fidanzato, un californiano tanto abbronzato, biondo e palestrato che chiamarlo cliché vivente era poco quando i due poveracci avevano deciso di portare una ventata di novità in città, affittando una casa proprio in Primrose Street, a pochi passi da quella del vecchio Dillon e cercando di inserirsi nel bravo, caro, vecchio vicinato WASP. L’esperimento, che Maddox aveva annotato nel suo quadernetto nero su cui scriveva le sue osservazioni sulla cittadina di provincia in cui si sentiva intrappolato, era durato, in tutto, otto mesi, tre settimane e sei giorni, al termine dei quali la coppietta aveva riparato in località più gay-friendly, con il sollievo dei bravi cittadini timorati di Dio. Da allora, Maddie Hill non aveva più accennato a Sam e il tribunale segreto di Tallulah’s Fall pareva averle condonato la pena: la reputazione della proprietaria del dinner era stata ristabilita, anche se l’ombra del disonore era rimasta.

Le chiacchiere duravano circa una decina di minuti, massimo quindici, poi Dillon O’Connor proseguiva la sua passeggiata fino alla piazza del municipio, dove la statua di John Deepwood di bronzo ormai verdastro faceva bella mostra di sé. Il piedistallo recava una scritta in latino e gli occhi del grande padre fondatore guardavano i bravi cittadini di Tallulah’s Fall con severità. Maddox lo aveva sempre trovato seccante, con quell’espressione da giudice -e a lui i giudici stavano proprio “sul cazzo”, per usare le sue parole- e quella frase in latino da snobbone.

E gli stava “sul cazzo” anche perché di cognome, Maddox, faceva Deepwood e non sopportava che tutti lo associassero a quella rottura di palle del suo antenato o alla prozia Dorothy, la proprietaria della grande villa vittoriana al Village -la zona residenziale ed in della città che si trovava un attimo discosta dal resto del mondo dei comuni mortali- con le sue eterne critiche a sua madre Celia, la “pecora nera” della famiglia che aveva macchiato il buon nome della dinastia Deepwood piantando gli studi, scappando a New York e tornando con un marmocchio che aveva scodellato sul taxi che la stava portando in ospedale, mentre il padre di Maddox se l’era data a gambe quando aveva realizzato che il test di gravidanza di Cece era davvero positivo.

C’era da dire che la fuga di Celia non era stata una gran sorpresa per la prozia Dorothy né per il fratelli perfettino di sua madre, lo zio Edward, dato che ogni famiglia che si rispetti ha una o un ribelle pronto a mandare alle ortiche decenni di buona reputazione, ma di certo le chiacchiere che si erano scatenate le avevano fatte girare ad entrambi. Soprattutto quando Celia aveva rifiutato il loro aiuto, decidendo di tirar su Maddox da sola. Con risultati pessimi, ma perfino lei si era arresa, arrivando alla decisione che lasciarlo fare e aspettare che maturasse pestando il muso contro i suoi errori fosse l’unica scelta saggia che potesse fare.

Per tornare a Dillon O’Connor, l’uomo arrivava davanti al municipio, faceva il giretto della piazza e poi proseguiva per raggiungere il negozio d’antiquariato di Alfred Johnson, dove entrava lasciando Charlie legato fuori. Alfie era un uomo alto, sulla cinquantina, che Maddox trovava simpatico, nonostante il suo carattere burbero ed i suoi modi militareschi: aveva combattuto in Vietnam, dove aveva perso parecchi amici e compagni e da cui era uscito sano nel corpo, ma martoriato dentro. L’odio per gli asiatici che si portava dietro era di pubblico dominio, esattamente come i problemi di alcolismo, l’intolleranza ai rumori forti, che gli causavano crisi di panico o attacchi di aggressività ed il matrimonio burrascoso con la sua defunta moglie Anna Marie, morta qualche anno prima di cancro, da cui aveva avuto due figli: Richard, diventato a sua volta soldato e morto in azione in Iraq e Laura, che insegnava alle scuole elementari di Tallulah’s Fall -e che Maddox Deepwood odiava cordialmente.

Aveva anche una nuora, Amanda e due nipoti, Lacy -Maddox se la ricordava come una rompipalle di prima categoria con l’apparecchio ai denti e una vocina stridula simile a quella di sua zia Laura- e Simon, che dovevano avere circa quindici e otto anni, ma non li si vedeva mai a causa del cattivo sangue che correva tra Amanda e Alfred: la prima, infatti, era di sinistra e antimilitarista nonostante avesse poi sposato Richard Johnson, nonché sostenitrice dei diritti per i gay e femminista convinta, il secondo considerava la caccia alle streghe di McCarthy una delle cose migliori capitate al Paese, odiava tutti i “bolscevichi” e gli “scherzi della natura”, oltre ad essere convinto che le donne dovessero stare al proprio posto e comportarsi come tali e che ogni brava famiglia americana dovesse possedere almeno un fucile. Maddox ricordava che l’ultimo Natale che la famiglia aveva passato assieme, due anni prima, era finito in una lite di proporzioni bibliche e nella fuga di Amanda e dei due figli, che da allora non si erano più fatti vivi.

Una ventina di minuti per parlare ed osservare qualche oggetto bizzarro o chiedere pezzi nuovi per la sua collezione di francobolli e poi il vecchio O’Connor usciva per andare al supermercato di Sonny Phan, il figlio di quello che era stato il primo asiatico a sconvolgere la tranquillità venata di razzismo -e Alfred Johnson, dato che il vecchio Phan, sua moglie e i loro tre figli avevano l’aggravante di essere non solo “dei fottuti musi gialli”, ma anche dei “maledetti Viet Cong”-, un ometto basso, cicciottello e calvo furbo come una volpe ma che trattava il vecchio irlandese con cordialità, forse accomunati da un passato di immigrati di prima generazione. Phan, in realtà, era una delle persone più oneste di Tallulah’s Fall, nonostante il suo mestiere -certo, un commerciante doveva barare un po’, per tirare avanti… ma del resto, chi non doveva farlo, al mondo? Essere troppo onesti era come essere troppo bugiardi: la ricetta perfetta per finir male-, anche se il suo occhio attento si fissava sempre su quel piccolo teppista di Maddox ogni volta che entrava nel negozio.

La moglie di Phan, invece, era più rilassata con lui, anche se era una vera dittatrice nei confronti di Denise, la loro unica figlia nonché la secchiona della scuola e unica erede della famiglia per la quale i genitori desideravano un futuro migliore che essere relegata alla vita di provincia del Sud, magari a gestire il negozio di famiglia. E Denise, cliché a parte -una secchiona asiatica? E quando mai…-, era abbastanza furba e sveglia da potersela davvero cavare… Maddox un po’ la invidiava e la rispettava: lei aveva un futuro lontano da quella cittadina di plastica, lui, invece, l’unico futuro che non comprendesse Tallulah’s Fall che in quel momento avrebbe potuto avere, era in un carcere federale. La cosa non lo attraeva particolarmente, a ben vedere, anche perchè non gli sarebbe piaciuto condividere la cella con qualcuno.

Dillon O’Connor si tratteneva giusto una ventina di minuti, lasciando fuori il povero Charlie e comprando quelle poche cose che gli servivano per cucinarsi dei modesti pasti da vedovo -sua moglie Sally era morta quando Maddox era un poppante e nessuno ne parlava troppo volentieri, visto che era stata vittima di un pirata della strada mai preso, ma che si mormorava fosse proprio Edward Deepwood alla guida della sua costosa macchina europea, che quella sera ci dava pesante di acceleratore per evitare che sua moglie Connie si insospettisse troppo per il suo ritardo. Lavoro, aveva detto lui quella sera, sesso sfrenato avrebbe potuto ribattere la sua segretaria, Sophie Blanchard-, pagava, scambiava quattro parole con Sonny, generalmente sulla politica e l’economia del Paese e da che Maddox potesse ricordare, era l’unico con cui toccava argomenti simili, poi proseguiva la sua passeggiata, spingendosi fino al Village, dove salutava cordialmente e discuteva del tempo con gli abitanti dell’isola fatata.

A volte scambiava due parole con Amelia Price, casalinga moglie del sindaco Price e amante dei cani, dei bambini e del bucato fresco che sapeva di lavanda -Maddox sapeva che usava un detersivo alla lavanda costosissimo perchè aveva rovistato nella loro spazzatura- e, soprattutto, maniaca salutista che cercava di dimostrare sempre dieci anni in meno -cosa naturale se tuo marito amava imboscarsi con stagiste e ragazze dai sedici ai venticinque anni- oppure con Greg il Giardiniere, uno degli stipendiati della prozia Dorothy che, anni addietro, era stato amico di Sally O’Connor, con cui condivideva la passione per i fiori ed il giardinaggio -e nient’altro, ci teneva sempre a precisare Maddox: Sally era stata una vera santa in terra, a quanto aveva capito, ma la vita, il karma, Dio o chi di dovere aveva ricambiato la sua bontà e la sua gentilezza con tre aborti spontanei, un figlio nato morto ed un prolasso uterino con conseguente isterectomia che le avevano tolto la possibilità di aver figli e con una morte dolorosa che non era mai stata omaggiata con la galera per il suo assassino-.

Alla fine, verso le undici e mezza, Dillon O’Connor tornava a casa, sistemava la spesa, si metteva le pantofole infeltrite e dava da mangiare a Charlie, poi iniziava a prepararsi il pranzo, che consumava in silenzio nella sala da pranzo.

Finito di mangiare, ritirava le stoviglie e le posate sporche, le lavava e accendeva la TV per guardare il tg e borbottare commenti sarcastici sulle notizie di attualità. Maddox li ascoltava spesso, in primavera ed in estate, dalla finestra del salotto che il vecchio irlandese teneva socchiusa e che dava sul giardino sul retro. Al giovane teppista bastava scavalcare non visto un cancelletto e nascondersi per godere delle battutine taglienti dell’anziano e guardarsi attorno.

Casa sua era circa cento metri più in là, ma Cece di sicuro era al lavoro, a quell’ora: era segretaria di uno studio dentistico in città e tornava solo di sera. A Maddox sua madre piaceva: era una in gamba, nonostante l’evidente incapacità con gli uomini. Però sapeva cavarsela da sola e con lui ci aveva provato, ma non era colpa sua se aveva partorito un casino ambulante, invece di un essere umano. E poi era una brava artista e questa era la dote che il ragazzo più ammirava in sua madre, assieme alla sua inguaribile positività: non esisteva nulla, al mondo, in grado di buttarla giù. Le difficoltà della vita la piegavano, ma non la spezzavano, anzi, le davano la forza di rialzarsi ed andare avanti.

Cece, insomma, era fantastica e forse avrebbe meritato un figlio migliore… non che Maddox non ci avesse provato, ma la sua inguaribile noia verso quel mondo chiuso e apparentemente perfetto e il suo carattere insofferente lo avevano sempre spinto ad evadere da Tallulah’s Falls anche con scherzi e piccoli crimini. “Ragazzino viziato” lo chiamavano alcuni, “avanzo di galera” altri, ma la triste verità era che la cittadina gli stava talmente stretta, con quella sua plastica ipocrisia, da spingerlo, molto semplicemente, a cercare di aprire una finestra per rinfrescare quell’aria così stantia.

Il filo dei suoi pensieri fu interrotto dall’abbaiare stanco di Charlie, che segnava la fine delle due orette spese per il pranzo e la televisione. Dopo essersi sgranchito le gambe stanche, Dillon O’Connor si alzò, mise di nuovo il guinzaglio al suo infaticabile compagno di avventure e si rimise in marcia. Percorse di nuovo Primrose Street, poi Grayson Street e High Street, fino alla piazza del municipio: qua virava sempre verso LaFayette Street, dove si fermava all’Secret Garden, un negozio di fiori gestito dalla vivace Moonshine Summers -una quarantenne dai lunghi capelli tinti di un rosso fiamma e abiti sgargianti che tradivano la sua nascita in una comune hippy e che le valevano, da vent’anni a questa parte, ossia da quando era giunta a Tallulah’s Hill, occhiate ostili da parte delle brave signore della cittadina e guardi un po’ meno freddi e un po’ più interessati all’abbondante scollatura e ad sedere ancora sodo da parte dei mariti delle suddette signore- per comprare un mazzo di fiori rigorosamente blu, costeggiando poi il parco e camminando fino al cimitero, dove camminava senza incertezze fino alla lapide bianca, pulita e modesta di sua moglie, Sarah Josephine O’Connor, per gli amici Sally, per suo marito Sally Joe, per distinguerla dalla sorella del vecchio Dillon, chiamata anch’essa Sarah.

L’anziano irlandese posava i fiori sulla tomba, poi accarezzava le lettere scolpite nel granito bianco. Maddox, in quei momenti, capiva come fosse l’amore, perché Dillon O’Connor non toccava la pietra come avrebbe fatto chiunque: no, lui accarezzava la guancia di Sally Joe, la guancia rugosa che una volta era stata liscia e rosea.

L’irlandese rimaneva lì a lungo, parlando con sua moglie, come se la lapide potesse sentirlo e rispondergli: parlava della casa, di Charlie, di come andava il Paese, dei giorni della loro giovinezza, dei loro sogni, della loro vita assieme. Parlava di Tallulah’s Fall, dei suoi abitanti, dei suoi lati oscuri. A volte si rammaricava di tutte le occasioni che avevano perso, dei figli che non avevano avuto. Spesso, parlava di Maddox, di quanto fosse talentuoso e testardo, simile a lui da giovane, scapestrato e costretto in una realtà troppo stretta.

E Dillon O’Connor sapeva benissimo che il ragazzo era lì ad ascoltare. Ad ascoltare e ad imparare… Tallulah’s Falls, dopotutto, non era che una tappa del suo viaggio. Una tappa in una cittadina ipocrita che nascondeva il marcio ed i segreti dietro le mura verniciate a fresco invece di affrontarli, che fare di quei segreti la propria forza.

Oh, Dillon O’Connor la sapeva lunga. Sapeva di Celia e Maddox, di come quella poveretta dovesse ingoiare i rospi di una famiglia troppo baciata dalla fortuna. Sapeva di come quel ragazzo problematico avesse la mano dell’artista, di come sapesse rendere vivo un disegno a carboncino e di come i suoi occhi vedessero e capissero tutto.

Sapeva di Maddy Hill e di suo fratello, che sentiva solo via telefono, perché Tallulah’s Falls aveva decretato la sua pena ed il suo disprezzo.

Sapeva di John Deepwood e di Primrose e Catherine, le sue sfortunate mogli, sposate per calcolo e decedute in maniera fin troppo sospetta.

Sapeva di Dorothy Deepwood, avida e crudele dietro la faccia da raffinata signora e di Edward, uomo capace ed intelligente il cui giudizio era troppo offuscato dal potere. E di Connie Deepwood, triste caricatura di sé stessa che si ostinava a credere al marito per non soccombere.

Sapeva dell’alcolismo di Alfred Johnson e della sua misogina, sapeva che odiava le donne perché, paradossalmente, anche suo padra aveva picchiato sua madre fino a farla morire di crepacuore e che nemmeno l’affetto di Anna Marie l’aveva aiutato a rivedere le proprie opinioni e a guarire la propria violenza, aggravata dagli orrori indicibili che la guerra gli aveva mostrato, segnando la sua mente per sempre. E conosceva il vuoto che sua moglie, che a modo suo -un modo atroce e sbagliato- aveva amato gli aveva lasciato morendo.

Sapeva di quanto Rick Johnson avesse amato ed odiato suo padre e di come di fosse mostrato migliore di lui, rendendo Alfred orgoglioso.

Sapeva quante tribolazioni e quanto dolore avessero provato i Phan nella loro vita, quante difficoltà avessero vissuto per riuscire a racimolare un minimo di stabilità economica e quante speranze avessero riposto in Denise, bella, testarda e fragile quanto Maddox. “Sarebbero proprio una bella coppia” diceva sempre e sapeva di non sbagliarsi.

Sapeva di Amelia Price, donna dolce e buona, che veniva tradita senza nessun riguardo da un marito codardo ed insicuro che cercava conforto e, soprattutto, di fermare il tempo che avanzava tra le braccia di donne poco più che bambine.

Sapeva di Moonshine Summers, del suo passato difficile, dei bambini che non aveva potuto avere e di quell’ottimismo e di quella gioia di vivere incredibile che la accomunavano a Cece Deepwood. Di come non si fosse arresa e nascondesse una vera lady di ferro dietro quell’apparenza giocosa e un po’ sciocca.

E sapeva di Sally Joe. La sua bella Sally Joe, uccisa da Edward Deepwood.

Tallulah’s Fall, dopotutto, era un angolo di mondo, non di paradiso.

Il vecchio Dillon O’Connor si voltò verso il grosso salice dietro cui si era nascosto Maddox. -Ragazzo, forse è ora di fare una bella chiacchierata, non credi?


N.B.: La storia vuole riflettere su cosa ci sia dietro le tranquille apparenze di un luogo apparentemente ameno, per ciò ho scelto di raccontare una cittadina della provincia statunitense volutamente idealizzata -un po’ stile film- e di infarcirla di cliché.

 

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