Informazione di servizio

Gli articoli che posto qua sono miei -a meno che non siano stati ribloggati-: li ho scritti io, perdendo anche ore di sonno, quindi, se voleste usarli, dovrete chiedere il permesso a me, non prenderli e farne ciò che volete senza il mio consenso. Non è detto che ve lo neghi, se voleste farne buon uso ve li presterei senza problemi -con l’obbligo di citarmi, perché, comunque, quel lavoro è mio, non vostro-, ma il permesso va chiesto: si tratta di miei proprietà intellettuali ed è anche un discorso di onestà.

Se scopro che a qualcuno ha preso “in prestito”, per non dire rubato, un mio lavoro senza dire nulla, lo svergogno davanti a tutti, quindi vi pregherei di essere corretti per evitare che io diventi cattiva.

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La stupidità dei “cattobigotti”

Pensieri Di Una Frana Qualunque

Avere un computer, un tablet, uno smatphone, di questi tempi, è la normalità.

Lo sono anche: una connessione ad internet, un browser (o web browser: l’applicazione, o il programma, che vi permette di accedere al mondo dinternet – ad esempio: Google Chrome), un profilo Facebook su cui conoscere il mondo, un blog su cui scrivere, un profilo Instagram su cui pubblicare foto… e via dicendo.

Il problema è che questa “normalità tecnologica” è alla portata di tutti.

Davvero di tutti… anche degli stupidi: “esseri” che, solitamente, chiamo utonti medi, o peggio, visto che siamo in Italia, utonti itagliani medi.

Questa particolare tipologia di utente di “esseri” è presente in ogni strato sociale, genere sessuale, religione, preparazione scolastica (andando dalla persona che ha la terza media al laureato da 110 e lode), città, regione, stato.

L’utonto

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Surrogacy facts debunking- Un po’ di chiarezza sulla surrogazione di maternità

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Monica Cirinnà

Nell’ultimo periodo il tema della surrogazione di maternità –o “utero in affitto”- è tornato a far discutere l’Italia… più che altro perché gli italiani in media sono ignoranti, Alfano un pochino tanto infame e allora per dar contro al ddl Cirinnà ha tirato fuori l’argomento.

Ma quanto c’è di vero in ciò che si legge sul web negli ultimi giorni? Il ddl Cirinnà davvero legalizza la surrogazione? Il mercato della surrogazione è davvero lo schiavismo del Terzo Millennio? Cos’è la surrogazione di maternità? Non ve lo siete mai chiesti? No? Fate male.

Fate male perché questo è il classico argomento di cui tutti parlano, ma nessuno sa nulla e dunque mi chiedo io: come si può esprimere un’opinione sulla moralità o meno dell’atto –e io più che di moralità, parlerei di eticità, ma dettagli-, se non si conosce l’argomento? Non si può, ma disgraziatamente è ciò che stanno facendo gli italiani al momento.

Ecco perché la vostra Lizzie -in collaborazione con C.V. e C.N.- oggi vi spiegherà cos’è e come funziona la surrogazione.

Prima di iniziare questo favoloso viaggio, voglio darvi qualche dritta: quando troverete scritto birthmother, mi riferirò alla madre portante, meglio nota come “madre surrogato”; quando invece troverete scritto intended parents/mother/father, mi riferirò alla famiglia a cui verrà consegnato il bambino –la terminologia in italiano fa schifo, uso l’inglese per questo-. Birthmother e intended parents non sono un sinonimo di genitore biologico, come vedremo a breve.

Per gli esempi pratici mi riferirò ad un’ipotetica coppia, formata da Carla e Marco, gli intended parents, e Giulia, la birthmother.

 

N.B.: questo articolo non esprime giudizi etici, ma fatti. Se per voi esprimere dei fatti è un giudizio etico… niente, compratevi un vocabolario.

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  • Perché una coppia ricorre alla surrogazione di maternità? La surrogazione di maternità generalmente è l’ultima spiaggia per una coppia ed è una scelta generalmente dovuta all’impossibilità di avere figli altrimenti o di portare avanti una gravidanza: gli intended parents, infatti, possono avere problemi di infertilità o sterilità –che hanno varie cause, che spaziano da una precedente terapia contro il cancro al diabete mellito alla vaginismo all’ostruzione del dotto deferente- o a portare avanti una gravidanza in sicurezza –la coppia può andare incontro a ripetuti aborti oppure potrebbe esserci un sensibile rischio per la salute della donna-.

Diversamente da ciò che molti credono, la maggior parte dei Paesi dove la surrogazione è concessa richiede che la intended mother abbia validi motivazioni mediche per ricorrere a questa pratica.

  • Cos’è la surrogazione di maternità? La surrogazione di maternità è una pratica medica mediante la quale una donna estranea alla coppia sterile o che non ha alcun rapporto con l’intended parent si fa carico si portare a termine la gestazione per conto della coppia o dell’individuo che poi si occuperà del bambino. La surrogazione può essere di due tipi: gestazionale e tradizionale.
  • Che differenza c’è? Nella surrogazione gestazionale vi è l’impianto di un embrione ottenuto con la fertilizzazione in vitro nell’utero della birthmother; l’embrione in questione è completamente privo di legami con la birthmother, ossia quest’ultima non è la madre biologica del bambino.

Vi sono vari tipi di surrogazione gestazionale:

con embrione ottenuto dai gameti di entrambi gli intended parents: Carla e Marco –ricordate i nostri intended parents?- vogliono un figlio, ma per tutelare la salute di Carla, non possono permettersi che sia lei a portare avanti la gravidanza. La coppia si rivolge a Giulia, che accetta di essere la loro birthmother. Visto che sia Carla che Marco producono gameti, si procede alla fecondazione in vitro usando un ovulo di Carla e uno spermatozoo di Marco: l’embrione così ottenuto, biologicamente figlio della coppia, viene impiantato nell’utero di Giulia, che porterà avanti la gravidanza;

con donazione di ovuli: in questo caso, per un motivo X, non è possibile usare gli ovuli di Carla. Carla e Marco si rivolgono quindi alla clinica per ottenere gli ovuli di una donatrice; tali ovuli, una volta fecondati con gli spermatozoi di Marco, vengono impiantati dentro Giulia: l’embrione è biologicamente figlio di Marco, ma non di Carla;

con donazione di sperma: in questo caso, per un motivo X, non è possibile usare lo sperma di Marco. Carla e Marco si rivolgono quindi alla clinica per ottenere gli spermatozoi di un donatore; tali spermatozoi vengono usati per fecondare l’ovulo di Carla, che viene poi impiantato nell’utero di Giulia: l’embrione è biologicamente figlio di Carla, ma non di Marco;

con donazione di embrione: Carla e Marco non hanno la possibilità di usare gameti propri per la fecondazione in vitro, quindi possono ottenere l’embrione di un’altra coppia che, sottopostasi a fecondazione in vitro, ha deciso di donare gli embrioni in eccesso. Tale embrione viene impiantato nell’utero di Giulia: l’embrione non è figlio biologico di Carla e Marco né di Giulia.

Nella surrogazione tradizionale, invece, si procede all’inseminazione naturale –chiamasi sano coito- o artificiale della birthmother con lo sperma dell’intended father –o con quello di un donatore-: l’embrione sarà quindi figlio biologico di Giulia e Marco –o del donatore- ma non di Carla.

Di solito si preferisce ricorrere alla surrogazione gestazionale, che, a livello legale, risulta meno complicata –nella surrogazione tradizionale con donatore, ad esempio, gli intended parents devono procedere con una normale adozione-.

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  • La surrogazione di maternità procede come una normale gravidanza o possono esserci rischi per la birthmother? La gravidanza, nell’essere umano, è sempre un’incognita, dato che la maggior parte dei problemi si manifesta durante il parto, ma in generale non esistono rischi particolari legati alla surrogazione.
  • Esistono rischi psicologici? Sì, possono esserci rischi per la psiche della birthmother, ma nella maggior parte dei casi quest’ultime non riportano traumi dall’atto di separazione dal bambino, come dimostrato da varie ricerche. Le birthmothers tendono a mettere in atto diversi meccanismi che creano un certo distacco emotivo dal bambino e tendono a dirsi soddisfatte del loro gesto. Come però detto all’inizio, esiste il rischio, legato soprattutto alla mancanza di adeguato supporto psicologico, che il distacco dal bambino diventi traumatico e che la birthmother manifesti problemi come la depressione o il rifiuto di lasciare il neonato. In generale, però, si tratta di casi abbastanza esigui: diciamo che è molto più probabile che una donna che si veda costretta a dare in adozione il proprio figlio manifesti problemi psicologici –quasi la totalità di queste donne è incapace di riprendere una vita normale-, piuttosto che ne manifesti una madre portatrice.
  • Esistono rischi psicologici per il bambino? Attualmente nessuna ricerca ha evidenziato rischi per la psiche del bambino.
  • Chi richiede la surrogazione di maternità? Mentre per ciò che riguarda le birthmothers ogni Paese presenta profili abbastanza precisi, i profili degli intended parents sono molto variegati. In generale si tratta comunque di coppie eterosessuali –anche se la pratica è diffusa in misura minore tra le coppie omosessuali e , in alcuni sporadici casi, tra i single- e le intended mothers hanno un’età che spazia dai circa trent’anni ai circa cinquanta.
  • Come si contattano le donne che offrono questo servizio? Vi sono aziende? Siti? O è possibile che le coppie e le madri surrogato facciano tutto in autonomia? Generalmente esistono aziende e siti che offrono la possibilità di mettere in contatto coppie “bisognose” con potenziali birthmothers –potete trovare le loro pagine web semplicemente googlando-, ma esiste anche la possibilità che le coppie e le volontarie si mettano in contatto autonomamente. In molti casi le birthmothers possono essere amiche di famiglia o parenti degli intended parents.
  • Dal punto di vista legale la surrogazione è una sola o conta varie tipologie? La surrogazione, dal punto di vista normativo, si divide in altruistica e commerciale. Nella surrogazione altruistica la birthmother non percepisce alcun compenso a fronte della gestazione, ma viene semplicemente rimborsata per le spese che deve sostenere –per esempio le spese mediche-; nella surrogazione commerciale gli intended parents e la birthmother stipulano un contratto in cui viene specificato anche il compenso che spetta a quest’ultima per l’aver portato avanti la gravidanza. Non tutti i Paesi in cui è permessa la surrogazione accettano quest’ultima tipologia ed in tutti si cerca di favorire la surrogazione altruistica.
  • Di solito l’opinione pubblica accusa chi ricorre alla surrogazione di incoraggiare la tratta di esseri umani, di negare i diritti alle madri portatrici e tanto altro. Si può chiarire da un punto di vista legale questo? Chi ha diritti e chi doveri? C’è un contratto? Il contratto è stipulato solo in presenza di una surrogazione commerciale, come precedentemente detto. Per ciò che riguarda i diritti e i doveri, questi sono precisati dalle leggi nazionali o dalle linee guida pubblicate dai singoli Stati: infatti non tutte le legislazioni prevedono gli stessi diritti e gli stessi doveri per i soggetti della surrogazione.
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A scanso di equivoci, questa è la Georgia.

Faccio l’esempio della Georgia –lo Stato che faceva parte dell’URSS, non quello che fa parte degli USA- e il Regno Unito: in Georgia la birthmother non ha alcun diritto legale sul neonato, che per la legge è figlio degli intended parents; per quanto riguarda il Regno Unito, a dispetto delle leggende urbane che circolano, la legge prevede che la birthmother sia la madre legale del neonato e quindi gli intended parents devono fare richiesta, entro il sesto mese di vita del bambino, per un trasferimento della potestà genitoriale –il bambino deve tassativamente vivere con loro fin dalla nascita- e la birthmother non può autorizzare il trasferimento per le prime sei settimane dalla nascita del neonato.

La legislazione, come si vede, è molto varia e bisognerebbe analizzare ogni singolo caso e le singole leggi nazionali o, come nel caso dell’Irlanda, le linee guida.

  • La madre che offre il proprio utero in affitto può avere ripensamenti? E in quel caso cosa succede? Sì, può succedere che la birthmother abbia dei ripensamenti e, dove è previsto, può intentare un’azione legale per tenere il bambino o rifiutarsi di consegnarlo agli intended parents; ci sono già stati casi simili, in uno in particolare il giudice nominò la birthmother tutrice legale del bambino, che però venne affidato agli intended parents, ritenuti meglio in grado di occuparsi del piccolo. Alla birthmother, però, venne garantito il diritto di visita al bambino. Anche in questo caso, però, si rimanda alle leggi nazionali.
  • Può succedere che sia la coppia ad avere dei ripensamenti? Sì, può capitare e alcuni casi, come quelli del piccolo Gammy, hanno fatto scalpore. In questo caso, a seconda di quanto previsto dalla legge, la birthmother può decidere di tenere il bambino e fare quindi domanda di affidamento, se previsto dalla legge, o questo può venire abbandonato, dando il via agli iter previsti dalle leggi nazionali per ciò che riguarda i minori in stato di abbandono. Anche per questo argomento si rimanda alle leggi nazionali in tema di surrogazione di maternità.
  • In quali Paesi si pratica? I Paesi in cui la surrogazione di maternità è praticata o legale sono: Australia, Canada, Georgia, Grecia, India, Irlanda, Israele, Belgio, Olanda, Nuova Zelanda, Russia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Tailandia, Ucraina, Regno Unito, Stati Uniti.

Alcuni di questi Paesi non permettono la surrogazione ai non residenti –per esempio la Tailandia ha recentemente modificato le proprie leggi in tal senso inseguito al caso del piccolo Gammy-, quasi tutti richiedono che gli intended parents soddisfino determinati criteri –tra cui quello di non poter poter portare avanti in maniera naturale una gravidanza per valide ragioni mediche e, in alcuni Stati, rientrare nei limiti di età-, così come le birthmothers.

In Israele la surrogazione è concessa dallo Stato stesso e solo a particolari condizioni, tra cui la professione della medesima religione all’interno della coppia; in Svezia la situazione è abbastanza controversa per via della mancanza di regole chiare,  in altri Paesi solo le coppie legalmente sposate possono accedere alla surrogazione ed in altri non è permessa la procedura di fecondazione in vitro a scopo di surrogazione sul territorio, ma è permessa la surrogazione. Ogni Paese ha, dunque, le proprie leggi, ma per quanto riguarda la tipologia di surrogazione, possiamo riassumere in questo mondo la situazione attuale:

-Australia: surrogazione altruistica;

-Belgio: surrogazione altruistica;

-Canada: surrogazione altruistica;

-Georgia: surrogazione altruistica e commerciale;

-Grecia: surrogazione altruistica e commerciale;

-India: surrogazione altruistica e commerciale;

-Irlanda: nessuna legislazione, solo linee guida;

-Israele: surrogazione altruistica e commerciale;

-Nuova Zelanda: surrogazione altruistica;

-Paesi Bassi: surrogazione altruistica;

-Russia: surrogazione altruistica e commerciale;

-Spagna: surrogazione non legale sul territorio, ma legale all’estero usando una birthmother spagnola;

-Sud Africa: surrogazione altruistica;

-Svezia: surrogazione non chiaramente regolata. Comparata ad adozione, illegale sul territorio;

-Ucraina: surrogazione altruistica e commerciale.

-Regno Unito: surrogazione altruistica;

-Stati Uniti: situazione variegata, alcuni Stati permettono solo la surrogazione altruistica, altri anche quella commerciale e altri ancora nessuna delle due.

Ogni Stato può decidere di adottare diversi criteri per l’accesso alla surrogazione di maternità e non tutti la permettono ai non residenti, ecc…

Si rimanda alle leggi nazionali.

  • In quali è vietato e perché? Nei Paesi non citati la surrogazione è vietata o non esiste alcuna legge al riguardo; le ragione di questi divieti sono dovute a motivazioni morali e religiose.

In Italia la surrogazione di maternità è vietata dalla legge 40/2004, sia nella forma altruistica che in quella commerciale, ma non è vietato, nelle coppie regolarmente sposate, il riconoscimento da parte di uno dei coniugi del figlio dell’altro ottenuto tramite surrogazione all’estero. Il riconoscimento non è però automatico nel caso in cui l’ovulo non appartenga alla intended mother o nel caso di coppie omogenitoriali. Per meglio capire, se Carla, la nostra intended mother, non potesse fornire ovuli per la fecondazione e ricorresse ad una donatrice, il riconoscimento del bambino sarebbe subordinato ad una delibera del giudice.

  • Ma quindi il ddl Cirinnà legalizzerebbe la surrogazione in Italia? No, il ddl Cirinnà introduce solamente la stepchild adoption, ossia la possibilità da parte del coniuge di riconoscere il figlio del proprio/a compagno/a, come già avviene per le coppie eterosessuali regolarmente sposate, nei casi citati nel punto precedente, ossia nel caso in cui Carla sia costretta a ricorrere ad una donatrice di ovuli o in quello in cui il bambino sia figlio di una coppia omogenitoriale, ossia formata da genitori dello stesso sesso biologico oppure nel caso in cui il bambino sia nato da una precedente relazione del genitore biologico, che ha successivamente iniziato una relazione con una persona dello stesso sesso o che si trova a vivere in quella che è un’unione di fatto. In questi casi, secondo la normativa vigente, l’adozione è impossibile e ci si deve rimettere alla decisione del giudice nel caso del decesso del genitore legale o di separazione dei genitori.

adozione-gay-1024x660La stepchild adoption non renderebbe legale la surrogazione, ma sarebbe soltanto un modo per garantire ai bambini dei diritti che, per ora, non sono loro riconosciuti, condizione che causa un gravissimo pregiudizio nei confronti del loro benessere psicofisico.

  • Il bambino (in futuro, se volesse e venisse a sapere la verità) può conoscere la madre surrogato? Oppure il discorso funziona come l’adozione: cioè l’anonimato? Questo dipende dai genitori e da ciò che è previsto dalle leggi nazionali –esattamente come per le adozioni, dato che non in tutto il mondo è previsto l’anonimato, né sono previsti gli stessi meccanismi per reperire informazioni sui genitori biologici-. Per esempio negli Stati Uniti o nel Regno Unito ci sono molti casi in cui la birthmother è in contatto con la famiglia del bambino o ha rapporti con bambino stesso. In altri Paesi, invece, il suo nome non figura nemmeno sul certificato di nascita o sui documenti del neonato.
  • A che età una donna può iniziare con l’utero in affitto? L’età varia a seconda delle leggi nazionali, ma in media le birthmothers hanno già compiuto i ventuno anni di età. La maggior parte di loro ha circa trent’anni e ha già avuto almeno due figli prima della surrogazione, ma queste statistiche possono variare, ovviamente, da Paese a Paese.
  • Le tariffe per una gravidanza in affitto? Le tariffe dipendono da Paese a Paese e dal tipo di surrogazione, si parte dai ventimila euro per arrivare anche ai duecento mila. Nei Paesi in cui è permessa solo la surrogazione altruistica gli intended parents pagheranno ovviamente tutta la procedura di fecondazione ed impianto e rimborseranno le spese che la donna sosterrà per portare avanti la gravidanza, mentre in caso di surrogazione commerciale, la birthmother ha diritto ad una ricompensa che varia a seconda delle leggi, del Paese e del contratto stipulato prima della fecondazione e dell’impianto dell’embrione.
  • Siccome sento spesso di donne che praticano l’utero in affitto in paesi non proprio ricchissimi (tipo Ucraina, India e via dicendo) puoi affrontare anche questa sfaccettatura della questione? Questa è in effetti una questione spinosa: in alcuni Paesi, effettivamente, le leggi nazionali paiono non essere sufficienti per tutelare in maniera corretta tutte le parti che prendono parte alla surrogazione e il bambino che nascerà. Purtroppo questo è un problema di leggi nazionali che solo i singoli Stati possono risolvere legiferando sul tema e non è risolvibile dall’esterno. Certo, si possono spronare questi Stati ad approvare leggi che offrano una maggiore tutela e si può consigliare alle coppie interessate di tentare la surrogazione in altri Paesi –dove però, molto spesso, la procedura costa di più-, ma questo comunque rimane di loro competenza e, nei casi di vuoti normativi, alla buona fede e al buonsenso delle parti coinvolte.
  • Quali obiezioni vengono, di solito, espresse da i gruppi pro vita e simili? Che peso ha nella nostra politica tale argomento? E perché tanti contrari? Le obiezioni di solito sono di carattere morale e religioso, anche se penso che nella nostra politica questo tema ed in generale quello dei metodi di riproduzione che esulano dal paradigma “uomo-donna-coito” abbiano poco peso se non quando vengono tirati in ballo da autorità religiose e politiche. Credo ci sia molta poca attenzione e molta poca informazione su queste tematiche e spesso le notizie e le informazioni a disposizione della gente sono poche, frammentarie, spesso errate –a volte sono state snaturate in malafede da gruppi religiosi e politici- e quindi non permettono un dibattito serio tra parti debitamente informate.

 

 

Eccoci a termine di questo breve viaggio all’interno del mondo della surrogazione di maternità.

Ovviamente ho tentato di ricostruire un quadro generale che possa essere di riferimento se vorrete approfondire e ho preferito non scendere nello specifico di ogni singola fattispecie, perché sarebbe sicuramente stato pensante per voi e per me e avrebbe rischiato di confondere le idee più che chiarirle, perché si tratta di un mondo molto ampio, che comprende diverse legislazioni, diversi casi, persone ed eventi diversi e quindi è impossibile trattare tutto in poche pagine.

Io, da parte mia, vi invito sia ad informarvi sul ddl Cirinnà, lasciando perdere le dichiarazioni di Alfano, sia sulla surrogazione, perché credo che ci sia stata molta poca informazione, spesso manipolata a fini politici e che quindi non ci sia un dialogo onesto sull’argomento e per averlo, a prescindere da quello che poi ne pensiate personalmente, è necessario avere un’idea di ciò di cui si parla e in questo caso si parla della vita e delle speranze di altri esseri umani.

Spero di avervi fornito informazioni sufficienti, in modo chiaro e magari coinvolgente, anche perché questo è il primo, vero articolo di debunking che io abbia mai scritto, i precedenti articoli erano più un’esposizione a volte sarcastica, a volte sottoforma di narrazione di fatti, mentre qui ho deciso di coinvolgere C.V. e C.N. in modo da avere questo scambio di battute che poi sono le domande che credo chiunque si faccia sull’argomento.

Se volete commentare o aggiungere qualcosa i commenti sono aperti, ma vi pregherei di mantenere toni civili, altrimenti prenderò i dovuti provvedimenti.

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No! Io, donna, non voglio Mr Grey: breve spiegazione del perché Christian Grey NON è l’uomo dei sogni.

Ave, lettori.

Se siete qua oggi, è perché evidentemente avete lo stomaco forte. Ma forte sul serio, eh, visto che il titolo dice tutto, ma proprio tutto.

Non è la prima volta che scrivo di questo argomento, l’ho già fatto una volta nel vecchio blog –link– e, sinceramente, speravo che fosse anche l’ultima. Ovviamente E.L. James non era della mia stessa opinione e dopo le varie Sfumature ha deciso di pubblicare Grey… in pratica una versione ancora più triste e squallida di 50 sfumature di grigio narrata dal protagonista maschile, Christian Grey.

Perché? Be’, vorrei essere tanto ottimista da pensare che fosse solo a corto di grana, ma non sono nemmeno così stupida e molto probabilmente quella donna davvero crede di essere una grande scrittrice e quindi voilà, l’ennesima minchiata in salsa pseudo-BDSM è servita. Poveri noi.

Poveri noi sì, perché ovviamente il disagio che segue quella serie l’ha seguito a ruota come al solito, attirato come le mosche dal miele e così la solita carrellata di tristi ritornelli, analisi del testo inesistenti e mistificazioni è giunta a peggiorarmi l’umore già nero per il caldo e so bene che buona parte del popolo del Web sa bene di che disagio parlo, ma per facilitare le cose, questo articolo sarà il più completo possibile, in modo che tutti capiscano di cosa parlo.

Premessa #1: anche se non vorrei, DEVO scrivere questo articolo. Lo devo a me stessa e alle cose in cui credo, perché 50 sfumature con annessi e connessi e le grigette –le fan della serie- vanno contro ogni mio principio morale, contro il buonsenso, contro l’istinto di autoconservazione, contro qualsiasi cosa buona e corretta esistente a questo mondo.

Premessa #2: se siete fan del libro e vi sentirete in dovere di insultarmi al termine della lettura, chiedetevi il perché. Io dirò le cose esattamente come stanno, perché anche questo libro, come ogni cosa al mondo, ha una ricaduta pratica sulla vita delle persone.

Premessa #3: questo sarà un mattone. Armatevi di santa pazienza.

Estate 2012. Con la forza di un uragano nelle librerie, in tv, sul web, alla radio irrompe il nuovo fenomeno letterario del momento: 50 sfumature di grigio di E.L. James, edito da Mondadori nella sua versione italiana.

Scatta il caso letterario: centinaia di donne si riversano nei supermercati, reparto libri e nelle librerie. Molte di loro, probabilmente, avevano smesso di metterci piede dopo aver letto di Gian Burrasca per la scuola elementare –media nel migliore dei casi-, ma 50 sfumature di grigio va letto assolutamente! Ovunque viene pubblicizzato come la rivelazione dell’anno, il libro che tutte le donne vogliono, un inno alla libertà sessuale e quella bella copertina nera con la cravatta argentata, dopotutto, era attraente.

Ben presto molte mie conoscenti lessero il libro e gli altri due volumi della trilogia, 50 sfumature di nero e rosso –sì, lo so, viva la fantasia-, vennero tradotti alla velocità della luce e pubblicati anche in Italia. La febbre da 50 sfumature cresceva.

In tutto ciò io dov’ero? Se non ricordo male a casa a bestemmiare mentre tentavo di capire qualcosa delle ossidoriduzioni o in libreria a bestemmiare perché L’uccello del malaugurio non ne voleva sapere di uscire –è uscito qualche giorno prima del mio compleanno, alla fine. Mi dispiace un po’ per la povera commessa che mi trovava davanti al bancone ogni santo sabato-. Ero insomma troppo presa e troppo in ansia da “la Marsilio mo’ fa l’infame e me lo fa uscire l’anno prossimo ‘sto libro, meglio che mi impari lo svedese e me lo legga così![1] per curarmi della febbre da rivelazione dell’anno. Iniziai ad interessarmene solo nel settembre di quell’anno, quando iniziai ad imbattermi dei primi articoli e nelle prime pagine di protesta contro questo fenomeno. Le cose che dicevano erano anche abbastanza inquietanti, ma visto che avevo recuperato il mio debito in chimica e quel dannato libro della Läckberg ancora non usciva recuperai il PDF e lo lessi: insomma, non è una novità che i libri un po’ scabrosi vengano recensiti malissimo da parte dei lettori e della critica.

Me al termine della lettura.

Non avrei mai dovuto farlo. Mai. Ma proprio mai.

La prima reazione fu quella di vomitare l’anima.

La seconda di chiedermi chi cacchio aveva potuto scrivere tante stronzate e scriverle pure così male.

La terza fu di leggere i sequel –che lessi a pezzi, in realtà, ma poi vi dirò-.

L’ultima fu di iscrivermi a tutte le pagine possibili contro quell’obbrobrio.

Capiamoci: non è che quel libro non mi piacque… mi lasciò proprio disgustata e più disgustata ancora mi lasciarono le sue fan, le grigette.

Ma di cosa parla 50 sfumature di grigio? Perché ebbe e tuttora ha tanto seguito?

Jamie Dornan e Dakota Johnson, gli interpreti di Anastasia e Christian. Povero Jamie, dal Cacciatore al minorato mentale, ma gli si vuol bene lo stesso… e a quanto pare non tornerà nel sequel, è rimasto schifato la personaggio.

Ebbene, la trilogia parla, almeno in teoria, della storia di amore tra Anastasia Steele, timida ed impacciata laureanda in Letteratura inglese e Christian Grey, un imprenditore bello ed impossibile dai mille segreti oscuri e dal passato ancora più oscuro. I due si incontrano quando Anastasia, o Ana per gli amici, sostituisce la sua migliore amica/coinquilina Kate durante un’intervista al multimilionario Grey e da qui in poi, sempre in teoria, è un crescendo di pathos ed emozioni, mentre la coppia viene messa a dura prova dai segreti di Grey, amante del BDSM e del controllo, nonché figlio di una prostituta tossicodipendente morta davanti al figlioletto di quattro anni e sottomesso all’età di quindici da un’amica dei genitori adottivi, fino all’happy ending per la coppietta. Detta così sembra né più né meno che la trama di un Harmony strappalacrime, di quelli che ti smerciano in edicola assieme ai gialli di bassa lega.

Detta così è anche piuttosto clemente: in realtà 50 sfumature di grigio assume fin da subito una tinta che sfuma, per lo appunto, tra il ridicolamente paradossale e l’inquietante.

Perché ridicolamente paradossale? Prima di tutto, la trilogia non è farina della James: in realtà nasceva come fan fiction su Twilight. Nel caso non sappiate cos’è una fan fiction, ecco a voi la definizione: Una fanfiction o fan fiction (abbreviato comunemente in fanfic, FF o fic) è un’opera scritta dai fan (da qui il nome) prendendo come spunto le storie o i personaggi di un’opera originale, sia essa letteraria, cinematografica, televisiva o appartenente a un altro medium. (da Wikipedia)

Ora, posto che esistono fan fiction a volte persino migliori dell’opera originale, la versione originale di 50 sfumature di grigio era una fyccina alla Dark: insomma, la James -pardon, all’epoca era ancora Erika Leonard- aveva preso la trama di Twilight, aveva cambiato i nomi ai personaggi, aggiunto un bel po’ di self-insert –perché, disgraziatamente, quel libro presenta le sue fantasie sessuali-, creato una Mary-Sue e un apparente Gary-Stu e voilà: Master of Universe di Snowqueens Icedragon –peggio del mio primo nick su EFP, ragazzi…- venne pubblicato su un sito di fan fiction. Nessuno sa bene cosa accadde dopo: la versione ufficiale è che la storia fu rimossa quando la James pubblicò il libro, quella meno ufficiale ma ritenuta più credibile è che quell’accumulo di pattume fu ritenuto talmente contro alle regole per il suo contenuto che venne eliminata dagli admin del sito.

Inizialmente il libro fu pubblicato sotto forma di e-book –e credo che questo la dica lunga-, di cui era possibile avere una copia cartacea a richiesta, poi… be’, sappiamo tutti com’è finita.

Ma questo non è l’unico motivo per cui definisco la trilogia ridicola: Erika Leonard è stata, secondo la sua biografia, assistente di un direttore di studio presso la National Film and Television School di Beaconsfield; insomma, dovrebbe saper scrivere, se non come Leopardi, almeno decentemente. Ed invece no, E.L. James scrive malissimo: grammatica che anche in inglese traballa, lessico povero e ridotto all’osso, privo di sfumature e tristemente ripetitivo, sintassi che farebbe pietà anche all’ultimo degli analfabeti… persino la traduzione italiana, che non si distingue certo per la sua qualità, rende più giustizia a quei poveri alberi massacrati per stamparci quei libri.

Presumo che mentre la James scrive, assomigli ad una di loro.

Vogliamo poi parlare dello stile? A parte la totale assenza di un’evoluzione da un libro all’altro, cosa possibile solo se sei talmente convinto di scrivere da dio da non leggere mai nemmeno le etichette della Nutella, lo stile di E.L. James è piatto, privo di mordente, di capacità descrittiva e anche narrativa: non è leggero e scorrevole, è superficiale e molto sciapo. L’autrice evidentemente non sa dove inserire parti descrittive e narrative, dandoci una marea di dettagli inutili in momenti che avrebbero richiesto più azione o riflessione e momenti di “riflessione” superficiale, banale e scontata in momenti assolutamente inopportuni. Inoltre scrive in prima persona singolare: cosa altamente insidiosa, perché si rischia di cadere nella trappola del self-insert e della Mary-Sue, rendendo il libro odioso. Ovviamente la James c’è caduta in pieno;  manca poi l’introspezione: nonostante la storia sia raccontata in prima persona da Anastasia, non c’è nessuna profondità nei suoi pensieri, nessun presentare al lettore una fetta più consistente della ragazza. Vorrei poter dire che la James ha usato il flusso di coscienza, ma dubito persino che lo conosca: semplicemente si è limitata a creare un personaggio privo di spessore e a darle pochi pensieri di una banalità e di una superficialità disarmanti. Non è ingenua… è proprio un’ameba.

Altra cosa ridicola è l’assenza di pathos: le 50 sfumature dovrebbero essere un racconto ricco di emozione, di sentimento, se non altro per il fatto che dovrebbero far parte del genere erotico e che Grey continua a ripetere incessantemente di avere un lato oscuro. Insomma, date le premesse l’autrice avrebbe dovuto inserire più momenti intensi, più emozioni, più plot twist… manco a parlarne: tutto è spiccicato lì. Non c’è nemmeno gusto a leggere, perché alla fin fine sai già come andrà avanti e dopo un po’ il polpettone melenso viene a noia. Il lettore non viene coinvolto, non ha stimoli ad immaginare cosa si nasconda dietro il passato di Grey, non ci sono momenti in cui fare supposizioni, nulla: dall’inizio alla fine della trilogia si sa perfettamente come finirà. Troppo “già visto” e troppa incapacità dell’autrice, che assieme sono una fatality mica da ridere.

(Fatalities are everywhere)

Tre libri così?! Lilo, aspettami!

Ma non è solo il pathos ad essere uccel di bosco: anche la trama non scherza. Tre libri –con questo quattro e dall’anteprima si può evincere che nulla sia cambiato- e la trama latita in modo preoccupante. Qua il problema non è che la storia sia comunque qualcosa di già visto e pure mal gestito, ma che l’abbozzo di trama rimane, appunto, un abbozzo. Non c’è la volontà né la capacità di svilupparla e così è un susseguirsi di pagine noiose, scene tutte uguali, colpi di scena che non sono tali, dialoghi al limite dell’idiozia più totale, ragionamenti che presuppongono una totale assenza del sistema nervoso centrale che si ripetono all’infinito. Per tre dannati libri. Quando ho detto che il secondo e il terzo li ho letti saltando i pezzi ero seria e sapete cosa? Ho capito tutto comunque, non perché la storia sia chiara –di chiari ci sono solo i disturbi mentali dell’autrice-, ma perché è talmente ripetitivo da non necessitare di una lettura integrale: anche leggendolo a pezzi si capisce tutto.

Un vero peccato, perché la bozza di trama avrebbe potuto dar luogo ad un thriller psicologico da manuale ed invece ogni accenno di potenziale viene buttato nel WC dalla James, che si premura anche di tirare la catenella.

E’ sempre una scena più credibile di quelle di 50 sfumature di grigio.

Il clou, però, sono le scene di sesso. Capiamoci, io non sono una santa, ormai vivo di het e slash, quindi non mi scandalizzo per due che scopano come ricci: c’est la vie… come credete che arrivino i bambini? Però se un’autrice ha la presunzione di pubblicare un libro erotico –genere non facile, eh, perché l’eros scritto bene è difficile da trovare-, dovrebbe anche saper scrivere scene di sesso, altrimenti punta al romantico. Insomma, che una mi venga perché le viene palpato il seno è fattibile solo negli hentai e che una verginella mi esegua un perfetto deep throat la prima volta in cui fa una fellatio senza avere lo stimolo a vomitare… be’, non è che la cosa sia molto credibile: o la protagonista è Cicciolina e allora amen, o la James, semplicemente, non sapeva cosa stava facendo. Opterei per la seconda.

Insomma, è tutto così paradossale, così terribilmente ridicolo, che sembra quasi impensabile che abbia avuto successo ed invece così è stato: solo il primo libro ha venduto 100 milioni di copie in 37 Paesi.

Amici scrittori, se state pensando di cestinare i vostri manoscritti, siete in ottima compagnia.

Dunque abbiamo capito perché “ridicolamente paradossale”, ma perché inquietante?

Avvertenze: ciò che segue può causare epilessia, nausea, ulcera, depressione cronica, cardiomiopatie, infarti, colpi apoplettici, sanguinamento degli occhi e delle mucose, dissenteria, cecità, scompensi psichiatrici, insufficienza epatica meglio nota come “rodersi il fegato”, risate incontrollate, asfissia, fantasie omicide, abbattimento, pessimismo, misantropia, suicidio, omicidio premeditato.

Come ho detto prima, Christian Grey, protagonista maschile della serie, nasconde molti segreti e un passato oscuro: in mano ad un Martin o ad un giallista coi controcoglioni sarebbe stato un villain stupendo. Disgraziatamente per noi, Grey non è nelle mani di gente capace, ma è una fantasia erotica di E.L. James e, come se non bastasse, è l’oggetto dei desideri delle fan della serie, che l’hanno eletto a maggioranza come l’uomo perfetto, quello che tutte le donne vorrebbero –io, evidentemente, sono un uomo-.

Ma chi è Christian Grey? Perché tutte lo amano? Ma, soprattutto… tutta ‘sta perfezione ‘ndo cazzo sta?

Estate 2012 –sì, di nuovo; no, non siamo in Ritorno al Futuro-. Le librerie sono prese d’assalto, probabilmente i librai non hanno mai visto così tanta gente e incassato così tanto: donne di ogni età svaligiano gli scaffali, reclamano la loro copia, la prenotano. Quelle più moderne scaricano l’e-book, quelle più scrocche se lo fanno prestare da una parente o da un’amica. In tempi record vengono inaugurati siti, forum e blog dedicati alla serie e, in particolare, a Christian Grey.

Il ritratto di quest’uomo rasenta la perfezione: bello, attraente, affascinate, elegante, sicuro di sé, colto, intelligente, raffinato, carismatico, un leader nato, amante premuroso e appassionato, miliardario –e si sa, un conto in banca con più di sei zeri non fa mai schifo-, proprietario di un bell’attico nella zona chic di Seattle, di uno yacht, un elicottero e probabilmente di buona parte dello Stato di Washington, filantropo… sì, dai, avete capito anche voi. Grey ha solo una piccola, oscura pecca: ama il BDSM.

Sorpresa!

Ed ama il BDSM perché ha un passato oscurooooooo!

Christian Grey nasce come il dolce e puccioso –nemmeno un po’- figlio di una prostituta bruna, tossicodipendente e… morta stecchita. Sì, perché la tizia pensò bene di farla finita con il bimbo in casa –causa problemi di droga e magnaccia malvagio che abusava di lei e del figlio-, che rimase per un periodo di tempo rinchiuso col cadavere della madre. Venne salvato dalla polizia e poi adottato dalla dottoressa che si occupò di lui in PS. Potrei sottolineare i plot hole, ma starò zitta. Ovviamente, visto che era troppa poca sfiga per una persona sola, una decina di anni dopo il quindicenne Christian incappò in Elaine Lincoln, un’amica della madre che lo sedusse e lo iniziò alle pratiche BDSM, descritte, per tutta la storia, come qualcosa di oscuro, pericoloso e frutto dei suoi traumi infantili.

I furry. Non chiedete, non lo so, non voglio saperlo!

Ora, è chiaro che uno con un passato simile non può venir su particolarmente sano di mente, ma di sicuro il dichiarato amore per il BDSM non è originato dalla sua terribile infanzia: il bondage non è una devianza sessuale, non è un comportamento nocivo di origine traumatica, è semplicemente un modo come un altro di vivere la propria sessualità. C’è a chi piace il missionario, ci sono i furry –loro sì che sono inquietanti- e poi ci sono le coppie D/s. Amen, non c’è nulla di malvagio in tutto ciò, ma già qua iniziano a vedersi le profonde contraddizioni dell’autrice, che vuole osare ma non può. Sì, perché se il BDSM è, come ho già detto, una pratica perfettamente normale e accettabile, basata su una commistione di piacere e dolore e che ha le proprie fondamenta nel consenso di entrambi le parti, nella fiducia e nel rispetto reciproco –un Dom e un sub, fondamentalmente, si rispettano e il Dom conosce i limiti e i divieti imposti dal suo sottomesso-, per la James questo diventa una perversione sessuale, una fantasia erotica pericolosa che si basa sul gusto che trasgredire le regole della “normalità” le da, ma l’autrice non va più in là, non ne da un ritratto veritiero e corretto, ma lo interpreta secondo un malcelato bigottismo che continuerà a manifestarsi per tutta la storia: i comportamenti sessuali fuori da quelli canonicamente accettati sono una perversione che può essersi originata solo da traumi gravi che hanno causato disturbi psichici. E così va in vacca l’elemento innovativo del libro, l’intento di trasgredire, di sdoganare il sesso nelle sue forme più “estrose”.

Il ritorno di Tina Cipollari: Erika, ascoltala, da buoni consigli.

Insomma, tutte queste promesse di novità, di proibito, di trasgressione con cui ce l’hanno venduto, naufragano miseramente nella classica storia d’amore tra un lui bello e dannato e una lei affetta dalla sindrome della crocerossina che tenterà di farlo passare dal giusto lato della Forza con il proprio amore indomito.

Vi sembra conosciuto? Sì, è la stessa, identica, trita e ritrita idea di fondo che buona parte della letteratura e del cinema romantico ci smerciano da anni. Oh, per carità, non c’è nulla di male… o meglio, non ci sarebbe niente di male se Christian Grey non fosse Christian Grey.

Eh sì, perché Grey non è solo complesso, non è un bravo ragazzo un po’ difficile con la tendenza a mettersi nei guai, uno con qualche problemino risolvibile con l’aiuto di un terapista mediocre; Grey è davvero più oscuro di quello che sembra, ma in senso assolutamente negativo, infatti questo libro sdogana soltanto una cosa: non la trasgressione, non il bondage, non l’emancipazione sessuale femminile. L’abuso.

La serie 50 sfumature è niente meno che un libro che narra, in una patina dorata e forviante, una storia d’amore malata e disfunzionale tra una ragazza debole e manipolabile ed un uomo pericoloso e manipolatore, il tutto presentato dall’autrice come una situazione ideale, come la storia che tutti vorrebbero e da cui trapela un messaggio abbastanza inquietate: “se lui è ricco e bello, non importa quanto manipolatore, sadico o intenzionato ad annichilirti sia, è una povera vittima incompresa, tu lo salverai col tuo amore e non è abuso”.

Le grigette, ovviamente, hanno fatto subito loro il messaggio e l’hanno diffuso sul web e nella vita reale facendo proseliti, spesso anche tra donne abbastanza fragili, facilmente manipolabili e ragazzine poco più che pubescenti.

Ma quindi cos’è Christian Grey?

Christian Grey è un caso umano, un manipolatore, uno stalker: a lui non importa niente delle sue donne, ha in mente solo sé stesso e tutto quello che fa è finalizzato al proprio piacere e alla soddisfazione del proprio bisogno di controllare e manipolare gli altri -e la cosa è chiarissima nelle prime pagine di Grey-. Trae godimento dal completo annientamento della personalità di Anastasia -personalità in ogni caso inesistente, ma su questo torneremo dopo-, che manipola e ricatta emotivamente in ogni modo. Fondamentalmente soffre di un disturbo narcisistico di personalità e non è una bella cosa, anzi: per disturbo narcisistico di personalità si intende un disturbo della personalità, appunto, che comporta che le persone con questo disturbo siano caratterizzate da “senso di superiorità, esigenza di ammirazione e mancanza di empatia. [Le persone affette da tale disturbo] Esprimono una credenza esagerata nel loro proprio valore o importanza, comunemente denominata “grandiosità”. Possono essere estremamente sensibili ai fallimenti, alla sconfitta, o alla critica. Se incontrano un fallimento, a causa della loro elevata opinione di se stessi, possono facilmente manifestare estrema rabbia o depressione. Dal momento che si vedono superiori agli altri spesso pensano di essere ammirati o invidiati. Credono di essere autorizzati a soddisfare i propri bisogni senza attendere, per cui possono sfruttare gli altri, i cui bisogni e opinioni vengono ritenuti di scarso valore. Il loro comportamento risulta solitamente offensivo per gli altri, che li vedono come auto-centrati, arroganti o egoisti. Questo disturbo di personalità si presenta tipicamente in uomini d’azione, ma può essere riscontrato anche in soggetti con scarsi successi.”[2] Insomma, non è una bella cosa ed il fatto che Grey abbia avuto una brutta infanzia non lo giustifica: ci sono bambini che vengono stuprati fin dalla nascita e non diventano pedofili a loro volta, ci sono persone che fin da bambini sono vittime di violenze inenarrabili e non diventano violenti a loro volta, ci sono figli di tossicodipendenti che non diventano tossici e magari si fanno carico dei genitori quando i bambini della loro età vanno all’asilo e giocano con le bambole. Puoi avere l’infanzia più traumatica di questo mondo, ma non sei mai giustificato se diventi una persona di merda.

Ogni giorno, in ogni Paese del mondo, i bambini sono vittime di abusi e violenze di ogni tipo, alcune talmente orribili da non poter essere spiegate. Essere vittima di violenza non ti rende automaticamente un potenziale mostro, ma questo è ciò che insegna la James!

Un bravo psicologo sa che la storia pregressa del paziente deve essere una spiegazione, non una scusante e Grey non ne ha nessuna: è una persona orribile e pericolosa, una di quelle che, nella vita reale, ti riempie di mazzate, ti segrega in casa, ti priva dello stipendio e a volte del lavoro e magari ti mette pure i figli contro per tenerti sotto controllo.

Potremmo anche definire Grey un gaslighter, volendo, ma anche lì non ne uscirebbe bene. Cos’è il gaslighting? Il gaslithing è “un crudele comportamento manipolatorio messo in atto da una persona abusante per far si che la sua vittima dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, cominci a sentirsi confusa, creda di stare impazzendo. Il gaslighter, così viene definito colui che mette in atto tale manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello. La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono relazionalmente vicini, quasi sempre partner o parenti stretti.[3]

Insomma, Grey è un manipolatore il cui unico scopo è quello di annichilire le sue vittime –in questo caso Anastasia- e lo fa minando le sue certezze e operando un lavaggio del cervello? Esagero? Forse no.

Per gran parte della trilogia, infatti, Grey si sostituisce ad Anastasia anche nelle decisioni che la riguardano più intimamente: è Grey a decidere che Anastasia prenderà la pillola e sempre lui le sceglie la ginecologa, è Grey a decidere come si deve vestire, come e quando deve mangiare, con chi deve uscire, dove deve andare, con chi deve lavorare, cosa le deve piacere.

Anastasia non decide nulla, la sua opinione non è richiesta e anche se inizialmente sembra avere qualche ripensamento, alla fine si sottomette completamente alla volontà del suo manipolatore, smettendola di avere un’opinione in merito a qualsiasi cosa. Non solo: Grey la controlla anche in senso più materiale, leggendole le mail e spiandola –memorabile una delle scene iniziali in cui, pur essendo ancora due perfetti sconosciuti, lui le traccia il telefonino e va a prenderla. A parte che la cosa è illegale, ma è anche estremamente creepy-. Anastasia, insomma, cessa di essere un individuo a sé e diventa una proprietà esclusiva del suo gaslighter, che la manipola fino a renderla completamente dipendente da lui.

Un compagno/una compagna manipolatore/manipolatrice non vuole il vostro bene: vuole annientarvi. Che siate uomini o donne non importa: guardatevi sempre le spalle e diffidate delle personalità manipolatrici.

Com’è possibile che Anastasia non si sia accorta di nulla? Be’, la risposta è molto semplice: è completamente stupida, è un personaggio privo di raziocinio o di qualsivoglia facoltà cognitiva non sarebbe stato difficile raggirarla in nessun caso; è un’ameba: priva di volontà, di spessore, di… di tutto.

Anastasia non esiste o meglio, esiste in funzione di Christian Grey; è una bambola di carta buttata lì, vittima passiva degli eventi, che non si impone mai, che non pretende mai, che non sceglie mai, la parola del suo manipolatore è legge, anche se le dovesse venire qualche scrupolo alla fine si piegherebbe -e s’è abbondantemente visto nel corso dei tre libri-: è evidentissimo come non sia il personaggio forte e caritatevole che le grigette descrivono, al contrario, è un personaggio debole e molto negativo, una parodia a tinte foschissime della donna facilmente manipolabile ed infatti è manipolata fino all’ultimo dalla sua “dolce metà”.

Chi la prende come esempio sbaglia in pieno, perché promulga un’idea sbagliata, ossia quella che va bene essere completamente prive di spina dorsale, che va bene farsi manipolare fino ad annullarsi, che va bene non avere un briciolo di non dico amor proprio, ma almeno di istinto di autoconservazione.

Altrettanto sbagliato è tentare di difendersi affermando che Anastasia è consenziente, che Grey Ottimo Direi non le fa violenza, non abusa di lei: no, carine, Anastasia Steele non è consenziente. Come ho ben sottolineato, è vittima inconsapevole di una manipolazione operata da un uomo che vede nelle donne brune dei sostituti della madre biologica da punire per la sua infanzia –e ogni buon fan di Criminal Minds sa cosa significhi-: Christian Grey la manipola prima di portarla a letto, a momenti le apre in due il cranio e ci mette dentro i pensieri che vuole lui -cosa non complicata, dato che comunque Anastasia non è capace di pensare da sola-.

Manipolare una persona per indurla a fare quello che vuoi è violenza: i pedofili spesso non stuprano i bambini con la violenza, ma li manipolano affinché stiano buoni buonini mentre li violentano. Molti uomini manipolano le compagne affinché pensino di non valere un cazzo e di meritarsi gli abusi e le manipolano ancora affinché queste coprano le violenze di cui sono vittime. Care grigette, vorreste dirmi che le vittime dei pedofili e di abusi domestici sono consenzienti? No, perché avete appena definito consenziente una ragazza nella stessa situazione e non ci vuole una laurea in psicologia per vederlo.

Manipolare una persona affinché ti lasci fare o ti dica sì è violenza.

Violenza non è solo “ti metto le mani addosso”, “ti insulto da mattina a sera“; violenza è anche non rispettare le volontà altrui e costringere la propria vittima, con le buone o le cattive, a fare qualcosa che non vogliono e/o che non sono certi di voler fare: Anastasia non era certa di quel primo rapporto, una persona normale e sensata si sarebbe fermata, avrebbe aspettato i suoi tempi; Grey, invece, che pensa solo a pucciare il biscotto e al proprio piacere, la manipola e la ricatta emotivamente per avere ciò che vuole, le fa capire chiaramente che “o scopi con me o la porta sta là“, facendo leva sull’insicurezza e il bisogno di affetto della ragazza.

A casa mia è un ricatto emotivo e disgraziatamente non accade una volta sola: Christian Grey manipola continuamente Anastasia e quando sembra che lei voglia alzare la cresta, usa il ricatto emotivo. Questo non è essere consenzienti, è essere costretti ad avere rapporti sessuali o a fare azioni che Anastasia non avrebbe voluto fare.

Manipolazione, controllo, ricatto emotivo, privazione della privacy e delle libertà personali, sminuimento delle scelte personali, delle doti/qualità e della capacità di scelta autonoma della vittima sono esattamente il modus operandi di molti mariti/compagni abusanti e sono, guarda caso, anche la descrizione di Christian Grey: Anastasia non decide nulla all’interno della coppia, non decide nulla per sé stessa, si limita a seguire ciò che le dice il suo partner, viene controllata ad oltranza, le viene continuamente ricordato chi comanda tra lei e Christian, ecc…

Se vi riconoscete in questa situazione, uomini o donne che sia, chiedete aiuto.

Inutile anche tentare di difendersi additando gli altri di bigottismo, di disprezzare il libro e vedere in Christian Grey il demonio solo perché pratica del sesso un po’ stravagante.

Grey non porta avanti pratiche sessuali “stravaganti”: Grey è un sadico che trae godimento dall’annichilimento e la mortificazione delle compagne. Lui non pratica BDSM, lui tenta in tutti i modi di umiliare e controllare le donne con cui va a letto in maniera insana solo per vendicarsi della defunta madre. Questo non è BDSM estremo -che si basa comunque sulla consensualità, la fiducia reciproca e la conoscenza dei limiti accettati dal soggetto dominato, come detto prima-, questa è la descrizione di una persona estremamente disturbata che ha bisogno di andare in terapia per il bene degli altri.

Christian Grey è una persona pericolosa, nella vita reale sarebbe un compagno abusante, un gaslighter, uno stalker e, probabilmente, un pluriomicida: la sua bellezza, la sua pseudo-cultura, i suoi miliardi non ne fanno una persona migliore.

Christian Grey è il marito che uccide la moglie, il padre che manipola i figli, il pluriomicida che odia le donne e 50 sfumature non è una storia di amore e redenzione: al massimo, è la storia di una relazione malata e disfunzionale, che solo una scrittrice incapace avrebbe potuto scrivere in questo modo: ci sono fior fiore di gialli che trattano relazioni simili, ma non se li è mai filati nessuno, quindi perché alle donne piace Grey?

Semplice: è bello, ricco, amministratore delegato di una holding che nella realtà fallirebbe subito -o straccio il mio diploma da ragioniere e no, la James l’ha fatto così filantropo solo per renderlo più appetibile agli occhi delle lettrici, anche perché del suo lavoro si parla pochissimo e dal quel poco che si dice non sta né in cielo, né in terra-, ha appartamentoni, yacht, elicotteri e probabilmente possiede mezza Seattle, sembra colto -sembra, appunto. Se Anastasia non fosse ignorante come una capra gli riderebbe in faccia ogni volta che apre bocca per fare il fenomeno- e spara frasette pseudo-erotiche –“io fotto senza pietà”… ma che, sei serio? Devi proprio avercelo piccolo piccolo per cercare di darti un tono con cazzate simili- che io mi sono vista rivolgere solo da maniaci.

(Io fotto senza pietà… Ahahahahahahahah!)

Perché Grey, nella vita reale è questo: un pazzo, un maniaco, uno che, se ti si avvicina in metro, ti spinge a chiamare il controllore o chiedere aiuto. Nella vita reale voi Grey lo schifereste o gli augurereste di morire male, nella vita reale Grey è né più né meno che un Ted Bundy o un Paul Bernardo, come ricordava giustamente Aibell: a voi Grey piace perché è ricco, perché fa del “bondage” che tale non è e questo vi distrae dalle vostre vite tristi.

Paul Bernardo era un bel ragazzo. La sua ragazza, Karla, rimase subito affascinata dalla sua bellezza e dalla sua eleganza. Assieme hanno ucciso tre ragazzine -tra cui la sorella quindicenne di Karla- e stuprato diverse altre ragazze -15 ufficialmente, più di 30 secondo Karla-. Ma ehi, era così carino e simpatico!

Care grigette, voi non siete donne moderne, emancipate e dignitose: siete degli zerbini senza un minimo di dignità e io tremo al pensiero di quelle donne che, influenzate dalla vostra merda andranno a cercare il loro Grey, magari trovandolo per pura sfiga: allora sì che capiranno chi è davvero quell’uomo. Ma lo capiranno troppo tardi, lo capiranno quando verranno annullate nello spirito, quando diranno di essere cadute dalle scale, quando semplicemente smetteranno di voler combattere.

Non siete moderne ed emancipate a desiderare un Christian Grey, non siete delle geishe esperte perché vi siete comprate un paio di manette, non siete delle esperte di letteratura perché avete letto tre libri scritti coi piedi: rimanete degli zerbini, delle bigotte –tanto quanto il vostro caro, omofobo sogno proibito-, delle ignoranti che si atteggiando ad intellettuali.

La verità è che fate solo tanta pena.

In conclusione:

NO, IO DONNA NON DESIDERO CHRISTIAN GREY!

IO VOGLIO L’UOMO CON UN PO’ DI PANCETTA, CHE MAGARI PASSA LE DOMENICHE SUL DIVANO A GUARDARE LA PARTITA, QUELLO FORSE NON BELLISSIMO, MA CHE MI TRATTI CON RISPETTO E AMORE!

L’ABUSO NON E’ AMORE, E’ VIOLENZA! 


See also:

https://liberamenteaibell.wordpress.com/2015/02/15/popcorn-50-sfumature-di-peli-sulle-cosce/

https://langolodelrecensore.wordpress.com/2015/02/17/vr_cinquanta_sfumature_di_rage/

[1] Volutamente sgrammaticato.

[2] http://www.apc.it/disturbi-psicologici/personalita-narcisistica-cluster-b

[3] http://www.psicoterapiapsicologia.it/articoli-psicologia-psicoterapia/il-gaslighting-o-manipolazione-mentale

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La maschera di Tutankhamon sarà restaurata ad agosto

DJED MEDU

Source: alaraby.co.uk Source: alaraby.co.uk

La maschera di Tutankhamon sarà finalmente restaurata, anche se bisognerà aspettare ancora poco più di un mese. Dopo la figuraccia mondiale dello scorso gennaio, il ministro El-Damaty ha annunciato che ad agosto si procederà al ripristino dello stato del reperto prima che un incompetente tecnico del Museo Egizio del Cairo rincollasse la barba posticcia con della resina epossidica. Per non ricadere in errori così grossolani, da un mese si stanno effettuando accurati studi sulla maschera per orientare gli interventi di eliminazione dell’errato materiale legante e di restauro della superficie d’oro. Tali analisi sono portate avanti da un comitato scientifico composto dal ministro stesso, da Christian Eckmann, esperto di restauro dei metalli presso il Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz, da Tarek Tawfik, direttore del Grand Egyptan Museum, dal responsabile del settore restauro metalli del Museo del Cairo e da un altro tedesco che si occuperà della TAC. Eckmann, poi, si recherà…

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Somewhere over the rainbow way up high and the dreams that you dreamed of once in an otaku delirium

Lizzie in back. As evil as always.

L’argomento di oggi è l’eterna contesa tra giappominkia e il resto del mondo conosciuto: anime o cartoni? Gli anime sono un metodo fantasioso inventato da Cthulhu per contattare qualche sua vittima? I cartoni sono armi del NWO per plagiare le menti dei bambini? Ma, soprattutto… anime e cartoni sono la stessa cosa?

Oggi cercheremo di far luce su una questione irrisolta che ha lasciato sul campo innumerevoli vittime e, da persone evolute quali siamo, faremo uso di materiale video per addentrarci nelle profondità del mistero.

 (Concedetemela)

Ma che cosa sono gli anime?

*Momento SuperQuark on*

Sono cartoni animati giapponesi. Né più né meno che cartoni, a cui hanno dato un nome diverso perché i giapponesi sono come i francesi: sono evidentemente troppo pesoculo dire una parola per intero e così animation –animazione in inglese- è diventato anime. La parola è entrata nel vocabolario giapponese negli anni Settanta del secolo scorso, da che prima i film di animazione e i cartoni venivano definiti “dōga eiga” o “manga eiga”.

*Momento SuperQuark off*

Ma quindi che differenza c’è tra un cartone americano e uno giapponese? Nessuna, tranne i contenuti –in certi casi-, ma è abbastanza ovvio: anche tra cartoni francesi e americani ci sono differenze dovute alle diverse culture. Siamo in un mondo globalizzato, sì, ma mi risulta che esistano ancora diverse culture ed è quindi scontato che i prodotti dei vari Paesi rispecchino queste peculiarità culturali.

Data la premessa, è ora di tirare fuori il mio poker d’assi. Lui. Il genio.

A parte lo stile che ricorda abbondantemente Zeb89 –come se l’originale non bastasse…-, già uno che mi parla di differenza “abissale” tra anime e cartoni mi fa pisciare: come detto prima, le differenze “abissali” possono aversi al massimo nei concetti proposti che vengono ovviamente influenzati alla cultura del Paese dove vengono prodotti, ma non è nulla di strano o nuovo, succede con qualsiasi cosa, compresa la cucina.

Se la tesi di partenza è questa, il resto come può essere? Non siete curiosi di saperlo? No? Io vi avverto, siete ancora in tempo per chiudere la pagina, lo sapete bene.

“I cartoni animati, per cominciare, hanno una grafica terribile. […] Mentre gli anime hanno una bellissima grafica[…].”

Chi di voi ha guardato il remake di Sailor Moon o Saint Seiya Omega e Soul of Gold starà ridendo come un coglione. A ragione, peraltro.

Grafica giapponese scadente:

Grafica francese che spacca i culi:

Grafica israeliana stupenderrima:

Grafica italiana che fa piangere:

Paradossalmente sono meglio con l’animazione 3D.

Grafica giapponese stupenda –tra parentesi questi sono stati quattro tra i minuti peggiori della mia esistenza-:

La grafica scadente non è prerogativa dell’animazione occidentale, disgraziatamente: anche in Giappone c’è sempre stata e col calo della qualità del mercato dell’animazione è diventata endemica, basti vedere il dilagare di disegni poco curati alla PreCure.

“Mentre se guardi un cartone animato ti domandi: “è stato fatto negli Stati Uniti? E’ stato fatto in Cina?”

A parte il fatto che lo stile cinese è molto simile a quello giapponese, quindi a rigor di logica dovrebbe essere il contrario, ma a grandi linee lo stile di molti cartoni occidentali è riconoscibilissimo e, soprattutto… ti serve davvero sapere dov’è stato fatto per apprezzarlo? Davvero? Eh, ma allora sei un poser, né più né meno come quelli che guardano solo film di registi cecoslovacchi girati in azero e sottotitolati in swahili, perché il resto del cinema è merda. Poi non conoscono film come Il figlio dell’altra o Una separazione, ma loro, zii, guardano cinema di qualità.

“Quindi, se guardate un anime giapponese, non potete chiedervi se è stato fatto in Europa, perché si vede dalla grafica.”

Dico solo una cosa: Avatar- La leggenda di Aang.

Stile del disegno di chiara ispirazione giapponese, ma prodotto negli Stati Uniti.

Come direbbe il vecchio zio Joe:

(Giuro, settimana prossima vado dall’estetista)

“Un’altra cosa è che… se facciamo conto che un cartone è ambientato in (perché dire a è troppo mainstream) New York, un cartone animato, escludendo quelli della Marvel, sarà fatto alla cavolo: i grattacieli saranno più o meno alti o bassi, il centro di Manhattan sarà più o meno come se lo immaginano o come l’hanno visto, mentre un anime in Giappone è fatto che il dove si svolge, se si svolge nella vita vera, sul pianeta Terra, il posto è ben dettagliato, si vede che quel posto… tanto che puoi prendere l’immagine di un posto che esiste nella realtà raffigurato nell’anime, scarichi l’immagine, vai su quel posto, confronti l’immagine, […] e ti accorgerai di questa piccolissima differenza.”

Infatti questa è una fedelissima riproduzione dell’Italia del Settecento, mentre questo non ci azzecca un cazzo con la guerra del Libano:

No, assolutamente. Hai ragione te.

Vogliamo poi parlare di Gunslinger Girl?

A parte la sonora grattata di palle, vista la trama, ma l’ambientazione, anche se evidentemente ispirata all’architettura di alcune città italiane –per meglio dire, di alcuni quartieri di quelle del Nord e alcune città turistiche-, è stereotipata al massimo. Venezia a parte, certe città sono riconoscibili solo perché hanno piazzato lì monumenti alla mentula canis.

Ma ripeto: hai ragione te.

“Una grande differenza è la storia, perché la storia dell’anime è fatta in modo che c’è tutta una storia in modo che in un episodio, quel che accade in un episodio dopo influenzi le altre storie, tranne in alcuni casi di alcuni episodi vuoti […]. Mentre i cartoni animati, quello che si fa in un cartone animato non rispecchia gli altri episodi.”

No, ma Code Lyoko non ha assolutamente una trama, figuriamoci.

Infatti è risaputo che gli anime abbiano solo trame complete e complesse, che non ci siano intere stagioni o interi blocchi di episodi inutili usati come riempitivi per tirarla lunga e che i cartoni animati non abbiano una vera trama, infatti Avatar è composto solo da episodi singoli che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, esattamente come Code Lyoko, Wakfu e perfino le Winx, mentre buona parte delle serie di Naruto non sono composte da filler che ti fanno girare le palle modello pale di un elicottero dopo il secondo.

Per rimanere in tema di filler: Naruto ha un filler su uno struzzo ninja. Capiamoci, qua gli autori avevano proprio grattato il fondo.

Esattamente com’è risaputo che i cartoni siano pieni di plot holes mentre gli anime hanno sempre una trama linearissima, che non si scorda mai chissà dove i dettagli delle serie precedenti e che non esistono cartoni con puntate volutamente autoconclusivi per il semplice fatto che hanno una forma tale da rendere inutile una trama sempre continuativa –come I Simpson, che sono un cartone satirico che si concentra su dei singoli aspetti degli Stati Uniti-. Assolutamente.

Tra parentesi, anche Dragon Ball ha dei bellissimi plot hole e personaggi che compaiono e scompaiono senza una logica. Just saying.

“Io tutto questo tempo non ce l’ho.”

Evidentemente non hai nemmeno il tempo di googlare per controllare se stai dicendo cazzate o meno. Ma si sa, Chrome è lento quanto Explorer, non parliamo degli altri browser! Povera stella, ha mica il tempo di verificare la veridicità delle cose.

Salto gli insulti finali, perché potrei essere troppo cattiva e non vorrei mai che il soggetto si mettesse a piangere e chiamasse la mamma.

Come si è capito, i giappominkia non solo hanno torto, ma per darsi ragione ricorrono a tesi che dimostrano sia il fatto che hanno irrimediabilmente torto, sia che sono di un’ignoranza abissale.

Btw, questa è solo la punta dell’iceberg, perché si sa che il disagio non ha mai fine e la gente, quando arriva sul fondo del barile, inizia a scavare:

  • Gli anime sono più profondi dei cartoni: faccio umilmente notare che accanto ad anime di un certo spessore come Là sui monti con Annette ci sono cose come Shin-chan e Doraemon, che sono profondi come delle pozzanghere. Non tutti i cartoni animati giapponesi sono profondi, ce ne sono tantissimi che, fondamentalmente, sono cazzate. Lo stesso vale per i cartoni occidentali: accanto ad un Daria o un Persepolis, ci sono le Winx piuttosto che It’s a kind of magic. Il mondo è bello perché è vario.

I think Daria is planning to kill you.

  • In Giappone non esiste la censura, in Italia sì: negli hentai vengono censurate le parti intime. Alcuni cartoni vengono censurati perché hanno tematiche non in linea con la cultura/il pensiero giapponese e le versioni non censurate vengono trasmesse da reti private. Gli attacchi alla famiglia imperiale e alla politica nipponica vengono spesso censurati. La censura non è solo un problema nostro.
  • In Giappone gli otaku sono rispettati: in Giappone gli otaku sono considerati dei rifiuti e dei parassiti della società in quanto unità non produttive. Altro che rispettati, sono considerati né più né meno come venivano considerati i poveri nella Germania nazista o nella Londra vittoriana.

Otaku, rendetevi conto che state sul cazzo pure a lui.

  • Il Giappone è come negli anime: sì, e in Francia tutti portano la maglia a righe e il basco, girano con la baguette sotto l’ascella, bevono vino pure a colazione e mangiano lumache a merenda. Oh, sì, e sono tutti pittori!

  • I cartoni contengono messaggi subliminali!: e usare tre ragazzine disegnate come degli anime per invogliare i cittadini giapponesi ad arruolarsi nell’esercito invece è fare pubblicità in modo corretto, vero, Shinzo Abe?

A questo punto preferisco lo Zio Sam: è più onesto e dignitoso.

  • Gli anime sono per adulti, i cartoni per bambini: veramente no. Tutti i cartoni animati comprendono prodotti con target diversi, quindi esistono anime spiccatamente per bambini e cartoni che eviterei di far vedere ad un pupo, tipo American Dad. Ma ehi, quale genitore europeo non farebbe vedere al proprio pupo un cartone satirico pieno di violenza, allusioni sessuali, razzismo e altro?

Quale cartone per bambini non spiega ai pupi come sintetizzare la meth?! Eh, su!

  • Gli anime hanno una morale: infatti Doraemon o Doremì hanno una morale spiccatissima, mentre Le Tableau o Kirikou non hanno nulla da insegnare a parte il rispetto, l’uguaglianza, la tolleranza o varie questioni filosofiche, vero?
  • Gli anime si basano interamente sulla cultura giapponese, che è superiore a tutte le altre: è infatti risaputo che il Canton Sciaffusa, le Alpi e Francoforte si trovano in Giappone, che Maria Antonietta era un’imperatrice giapponese, che Hector Malot era di Tokyo e Anne Frank era una Ainu, senza contare che elfi, suore, Satana, alchimia, corti rinascimentali e compagnia bella sono elementi di spicco della cultura nipponica.

Questo è chiaramente un paesaggio giapponese, è la Svizzera ad essere tarocca.

  • Gli anime hanno tematiche diverse, i cartoni invece solo temi umoristici: eh, c’hai raggggione! Valzer con Bashir, infatti, è da spaccarsi dalle risate, Persepolis è di un’allegria unica, Kirikou non parla assolutamente della discriminazione, Aida degli alberi non è basata sull’opera di Verdi e non tratta tematiche come lo schiavismo e le questioni ambientaliste, per non parlare della Gabbianella e il Gatto, Momo alla conquista del tempo, Azur e Asmal, La Reine Soleil –dove, per altro, si fa esplicito riferimento all’incesto-, La bottega dei suicidi, La collina dei conigli –che tutti i ragazzini degli anni 80/inizio anni 90 hanno visto, con i conseguenti traumi infantili perché era un gioco al massacro, non un cartone per bambini-, La fattoria degli animali, Il signore degli anelli –sì, esiste anche la versione animata ed è bella-, ecc…

  • Gli anime hanno uno stile dettagliato, i cartoni sono stereotipati: sì, immagino che questo sia dettagliato:

e questo no:

  • Legalize gay marriage, così ci saranno più yaoi per me: non commento nemmeno. Dico solo che, chiunque tu sia, mi fai schifo. Tanto.
  • Guardo gli anime, ormai sono madrelingua giapponese!: io ho ancora problemi a definirmi madrelingua italiana, ma sì, immagino che sia altamente plausibile che tu, bimbominkia che passi il tempo tappato in camera a guardare anime, abbia magicamente appreso una lingua con un sistema fonetico e una grammatica completamente diversi, che per di più non usa l’alfabeto latino, ma tre alfabeti diversi basati solo su ideogrammi.
  • Le ragazze degli anime sono delle belle tope: hanno occhi grandi come piattini, irrimediabilmente la 4° di seno come minimo o sono delle tavole da surf, buona parte di loro ha un QI pari a quello di Adinolfi e della Miriano messi assieme, parlano spesso in modo ridicolo e in molti anime si lasciano fare di tutto dagli altri… ma zii, va bene così.
  • In Giappone hanno gli anime, in Italia Peppa Pig: a parte che Peppa Pig è inglese, in Italia abbiamo prodotto cose come Aida degli alberi, Momo alla conquista del tempo, Street Football- La compagnia dei celestini –tra parentesi Tag era figlio di due desaparecidos argentini-, Diabolik, Corto Maltese, Il Corsaro nero, Jolanda- La figlia del corsaro nero e Sandokan –basati sui romanzi di Salgari-, Kim –basato sul romanzo di Kipling- e mi dispiace dirlo, ma molti valgono di più di tantissimi prodotti giapponesi degli ultimi anni.

Dago fa il culo a tutti, mi dispiace. Si è fatto più donne lui di Rocco Siffredi.

Insomma, c’è gente che ha tanti problemi ad accettare la realtà: il Giappone non è il mondo dei sogni, la loro produzione non è per forza superiore alla nostra –anzi, crescendo mi sono resa conto che spesso sono proprio i prodotti nostrani ad essere di gran lunga migliori, anche se, paradossalmente, molto più di nicchia e guai a chi mi tocca Dago e Nathan Never– e cercare di sminuire la cultura occidentale in tutti i modi per elevare quella nipponica dimostrando, oltretutto, di essere peggio delle capre non vi aiuta certo a passare dalla parte della ragione. Al massimo peggiora la vostra reputazione di perfetti imbecilli.

Disgraziatamente il disagio sta pure dalla parte opposta e dopo questo:

penso di aver visto tutto. Niente, anche tra le cosiddette “persone normali” è pieno di deficienti.

Siamo proprio messi bene.

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Sventato attacco terroristico al tempio di Karnak

DJED MEDU

_83537065_83537064 Source: Reuters

18 anni dopo, Luxor torna a essere insanguinata da un attacco terroristico. Il 17 novembre 1997, a Deir el-Bahari, morirono in 62, stamattina (10 giugno), nei pressi del tempio di Karnak, grazie all’intervento della polizia, solo i tre assalitori. Ma, nonostante il fallimento dell’attacco, il livello di preoccupazione rimane altissimo a causa del cambio di strategia degli oppositori islamici estremisti del presidente Al-Sisi (anche se non c’è stata ancora nessuna rivendicazione) che sono passati dal colpire le caserme ai luoghi turistici. Il bersaglio, infatti, sarebbe stato un pulman di visitatori stranieri che, fortunatamente, non sono rimasti feriti.

I tre uomini hanno cercato di forzare la sbarra del parcheggio del sito, ma due, scesi dall’auto, sono stati freddati nella sparatoria scaturita, mentre il terzo si è fatto esplodere ferendo due guardie e due proprietari di un negozio del vicino bazar. Il Direttore Generale delle Antichità di Luxor, Sultan Eid

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Perché amare Outlander… e odiare il fandom

La sottoscritta è notoriamente misantropa. Lo sanno anche i muri di casa mia, quindi ormai dubito che qualcuno si stupisca del mio reiterato odio per gli altri… odio che si acuisce sempre quando entro in un fandom, che magari all’inizio sembra pure normale, ma poi sprofonda nel disagio.

“Cèèèèh, Tarja è la + bellixima!” “Noooo, è mejo Annnnettte!” “Tua madre puttana, w Floor!” No, Maria, io esco.

Ci sono stati i Nightwish… ho mollato il fandom quando mi sono scassata di vedere gente insultare le madri altrui per la contesa ormai storica tra i fan di Tarja e quelli di Anette, come se fosse inimmaginabile apprezzare due cantanti che, seppur diverse, hanno dato un contributo incisivo alla band. Mi dicono che ora stiano proseguendo la contesa anche con Floor, ma non voglio addentrarmi nei dettagli, tremo come una foglia al solo pensiero.

C’è stato ASOIAF… ho mollato il fandom quando ho capito che tanta gente non sa cosa sia l’epic fantasy, né come funzioni il Rinascimento, né come funzioni il proprio cervello più in generale: la totale incapacità di comprendere mentalità, situazioni e personaggi lontanissimi da noi –anche se estremamente vicini- è sicuramente il lato peggiore del fandom, nonché la principale ragione per cui, secondo me, questa saga ha tanta fortuna.

C’è stato Saint Seiya… ho mollato dopo le ship war continue e le eterne faide tra serie originale contro The Lost Canvas, The Lost Canvas contro Next Dimension, Next Dimension contro Episode G, tutti contro Omega, Omega contro tutti, Omega contro The Lost Canvas… vabbé, avete capito anche voi: all’asilo ci sono bambini treenni più maturi di moltissimi fan del Kuru.

Potrei continuare per ore, ma la storia sarebbe sempre quella: entro in un fandom animata dal mio amore per un’opera, lo abbandono schifata dai fan. Questa volta è il turno di Outlander.

La locandina di Outlander

Nel caso in cui vi foste salvati dalla sua fama, ecco a voi una spiegazione for dummies: Outlander è la storia di Claire, una giovane donna inglese che ha servito come infermiera in un ospedale da campo durante la Seconda Guerra Mondiale, la quale, durante una seconda luna di miele in Scozia col marito Frank, da cui è rimasta separata per tutta la durata della guerra –infatti, mentre lei era in Francia, Frank lavorava per il servizio di spionaggio britannico-, finisce magicamente nel 1743.

In quest’epoca a lei quasi del tutto sconosciuta –notasi che è cresciuta con un archeologo, ma dimostra, almeno nel libro, una conoscenza della storia imbarazzante-, Claire cerca di sopravvivere mettendo le sue doti di infermiera al servizio di Colum MacKenzie, un laird locale e mettendo insieme le informazioni che suo marito, professore di storia, le ha dato di tanto in tanto su quel periodo –perché Frank, come me, se non mette la storia in ogni suo discorso non è felice-. A complicare il tutto, però, ci sono Jack Randall, l’antenato di suo marito su cui Frank stava svolgendo delle ricerche, un personaggio sadico e spietato che crede che Claire –che ha ripreso ad un usare il suo cognome da nubile, Beauchamp- sia una spia francese e Jamie Fraser, un ragazzo scozzese con un passato da fuorilegge e una taglia sulla testa che si scoprirà poi essere un laird, nonché un vero gentleman e di cui Claire, nonostante tutto, si innamora.

Ovviamente Outlander, nato dalla penna della statunitense Diana Gabaldon come libro singolo, è prima divenuto una saga e poi, nel 2014, un telefilm e come succede in questi casi, il fandom è cresciuto in maniera esponenziale… con effetti deleteri.

Ma andiamo con ordine. Prima di tutto la domanda è: perché amo Outlander?

La me tredicenne di fronte a Jamie Fraser. Tranquilli, sono così anche adesso.

La risposta non è semplicissima: prima di tutto ho messo le manine su questo libro a dodici/tredici anni, quindi penso di poter scartare la componente “sesso” –che è molto presente nel libro- dalle ragioni per cui lo amo. Forse una delle ragioni è Jamie Fraser, che è un po’ l’uomo perfetto: seducente, a volte anche ingenuo ma mai stupido, colto, intelligente, galante, coraggioso, scaltro… insomma, non esiste. Non perché gli uomini veri siano dei completi deficienti, eh, ma perché, semplicemente, è troppo perfetto per essere vero e perfino i lati negativi di Jamie, alla fin fine, diventano punti in più che lo fanno salire in cima alla classifica degli “uomini ideali che creano troppe aspettative nel genere femminile” e diciamo che uno così, su una ragazzina, ha una certa presa.

Un’altra ragione è sicuramente Claire, la protagonista, una donna già molto emancipata negli anni Quaranta, figuriamoci nel XVIII secolo, che sa prendere in mano le redini della propria vita e farsi valere, senza sembrare però una femministoide scalmanata. Claire sa quand’è il momento di farsi da parte e lasciare che Jamie le salvi il culo e sa quando, invece, è il suo turno d’agire e non si lascia intimidire dalle difficoltà, anzi, sopravvive quasi egregiamente in un passato in cui buona parte di noi sarebbe morta nel giro di un’ora. Insomma, Claire è un modello a cui ispirarsi e lei e Jamie sono una bella coppia, anche se un po’ irreale.

Infine, la trama è molto avvincente e il tema dei viaggi nel tempo, secondo me, è trattato molto bene, anche se ovviamente non si tratta né di un manuale di fisica né, soprattutto, di un manuale di storia. Come mi ha fatto notare anche una mia amica laureata in storia, Outlander spesso presenta piccole incoerenze storiche, che, per carità, in un romanzo ad ambientazione storica possono anche starci, ma che non dovrebbero mai essere presenti in un romanzo con pretese di attendibilità storica no.

Purtroppo già qua partono i primi dolori.

  • La storia non è un’opinione, ma segue, a grandi linee, il metodo scientifico.

Diana Gabaldon, l’autrice.

Tantissime fan non hanno molto ben capito che Outlander è un romanzo ad ambientazione storica e non un romanzo storico. Tra le due cose c’è una bella differenza: il primo, infatti, parte da una base storica – in questo caso la Sommossa scozzese del 1746- per sviluppare una storia; il secondo, invece, tenta di inserire con la maggior precisione possibile una trama verosimile in un contesto storico determinato e quindi, teoricamente, richiede un lavoro e una conoscenza del periodo storico di un certo livello, che comprende una ricerca minuziosa delle fonti. Diciamo che l’esempio migliore è Valerio Massimo Manfredi: alcuni romanzi possono effettivamente considerarsi romanzi storici, mentre altri sono romanzi ad ambientazione storica e la differenza è ben visibile, nonostante lui sia poi uno che di storia se ne intende.

Moltissime fan, invece, prendono Outlander alla lettera e si rappresentano un XVIII secolo che non esiste e non è mai esistito: la Gabaldon ha sicuramente ricreato un Millesettecento che a grandi linee funziona ed è relativamente coerente con l’epoca storica, ma altrettanto sicuramente a farla da padrone è un ideale molto popolare e romantico di come si vivesse in quell’epoca.

Uno dei capolavori del Manzoni: Cecilia e sua madre. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato che per l’inaspettata ricompensa, s’ affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Vado a piangere, scusate.

Certo, non vengono risparmiati dettagli truculenti o altro, ma se dovessi paragonare Outlander anche solo ai Promessi Sposi, la differenza sarebbe palese: a prescindere dal fatto che, volenti o nolenti, Manzoni sia un grande della nostra letteratura, mentre rispetto a lui la Gabaldon è effettivamente una signora nessuno, nella lettura del testo si nota una profondissima differenza nella fase di documentazione e ricerca e dove la Gabaldon si è comunque limitata ad inserire cliché o versioni romanzate dell’epoca, Manzoni ha svolto un’opera di studio minuzioso del XVII secolo. Certo, possiamo anche ribattere che comunque anche Manzoni abbia scritto qualche fregnaccia, che ci sono dati non propriamente corretti, ma se si tengono in conto sia l’epoca, sia il materiale che aveva a disposizione che l’opinione che generalmente si aveva di certi eventi o periodi del passato nel XIX secolo, sia i romanzi storici che generalmente venivano stampati nel XVII-XVIII secolo, è palese che il nostro autore abbia svolto un lavoro di tutto rispetto e che quindi il suo romanzo risulti il più storicamente attendibile, mentre quello della Gabaldon è sicuramente da prendere con le pinze: può risultare più emozionante –e per me lo è, anche perché ho citato sì Manzoni, ma è un autore che mi sta profondamente antipatico-, ma è certamente meno attendibile.

Il selvaggio felice o il buon selvaggio non è precisamente una cosa corrispondente alla realtà, figlioli.

Quindi perché cazzarola mi trovo a leggere papiri su quanto fossero meglio gli uomini dell’epoca o di gente che vorrebbe viverci per avere un Jamie tutto loro? Davvero, io posso anche capire il gusto del misterioso, del lontano, dell’”esotico” che può avere un’epoca storica passata, io stessa desidererei tanto tornare indietro nel tempo per conoscere un po’ di persone interessanti, ma moltissimi commenti delle fan di Outlander –o Sassenach, dal nomignolo affettuoso che Jamie affibbia a Claire- mi fan pensare che queste persone siano seriamente convinte che, all’epoca, gli uomini e la società fossero meglio di com’è oggi. Mito stupido che, secondo me, si ricollega al tema del “selvaggio felice” di origine romantica: non è che un livello di civilizzazione minore corrisponda per forza di cose a più felicità e non è che in passato la gente fosse meglio di oggi, soprattutto se smettiamo di considerare la facciata stuccata e ben rifinita della nobiltà e delle classi più benestanti e istruite e guardiamo un po’ al gossip dell’epoca o alle classi più basse.

Mi piacerebbe tanto tenere una lezione di storia a tutte queste persone, ma presumo che non ne avrei il tempo.

  • Tornare indietro nel tempo non è una passeggiata. E non intendo solo tecnicamente.

Io quando leggo le dissertazioni storiche delle Sassenach

Per riallacciarmi al primo punto, vorrei sottolineare che spesso, accanto alla speranza di poter tornare indietro nel tempo per vivere in un’epoca –secondo le Sassenach- più decente o per avere il proprio Jamie Fraser personale, noto anche la convinzione che sarebbero capaci di sopravvivere nel XVIII secolo. Mi dispiace smontarvi: nemmeno io ci riuscirei. E io so curarmi un’influenza con erbe e piante, per dirne una e sono vaccinata per parecchie malattie/ho fatto tutte quelle per cui non ero vaccinata e quindi non le prenderei più per dirne un’altra.

Nel caso stiate considerando di trasferirvi nel XVIII secolo, vi consiglio il vaccino antivaioloso. Ma di cuore, proprio.

Il XVIII secolo non era un’epoca facile, proprio per niente: il vaiolo all’epoca esisteva ancora e si combatteva solo con la variolizzazione –il primo vaccino antivaioloso fu inventato da Jenner solo nel 1796-, che, oltre ad essere molto pericolosa, non garantiva nemmeno il risultato; il 60% della popolazione europea lo contraeva e tra questi, il 20% moriva, il 40% rimaneva cieco, il resto gravemente sfigurato o sviluppava altri effetti collaterali tra cui disabilità di varie entità. In Svezia il vaiolo rappresentava il 10% delle morti infantili. Non parliamo delle altre malattie: tifo, colera, semplice influenza, polmonite, morbillo, parotite –i volgari orecchioni-, difterite, varicella, poliomielite,tubercolosi, infezioni virali e batteriche di vario tipo, malattie a trasmissione sessuale, parassiti, micosi affliggevano l’umanità in maniere che non potremmo immaginare e spesso chi sopravviveva rischiava la disabilità o qualche forma di ritardo mentale, tanto che la letteratura è piena di queste storie: dalla poliomielitica Clara di Heidi alla Nanà di Zola che muore di vaiolo, alla Silvia leopardiana morta probabilmente di “consunzione” –ovvero la tubercolosi- al piccolo Dante, figlio di Carducci, morto di tifo all’età di tre anni. La speranza di vita media nei ceti più poveri arrivava a circa quarantacinque anni –anche meno, in realtà-, l’alimentazione, sia per i poveri che per i ricchi, era squilibrata: i ricchi mangiavano troppa carne, i poveri se la sognavano di notte e, se mangiavano, mangiavano pochissime verdure e molti cereali. In pratica i primi erano più tendenti all’obesità, alla gotta e a malattie cardiache, mentre i secondi sviluppavano malattie come la pellagra che, nel Nord Italia, era endemica e causava gravissime forme di ritardo mentale. In tutto ciò, ovviamente, gli ospedali e i sanatori erano rari ed erano più un posto dove andare a morire che uno da cui sperare di uscirne guarito, senza contare che la sanità pubblica non esisteva e, dunque, per essere curati da un medico bisognava avere di che pagarlo.

Una delle più belle poesie di Carducci fu scritta per il figlio Dante, morto all’età di tre anni a causa del tifo. Provate a non piangere leggendo ciò che ha scritto.

Fotografia post-mortem vittoriana di una donna morta di parto assieme a due dei suoi trigemini.

Per non parlare delle donne e dei bambini. Nel Millesettecento le conoscenze ginecologiche e pediatriche erano scarse, frammentarie, spesso basate più su stereotipi di genere e precetti religiosi che non sul metodo scientifico di raccolta dei dati e formulazione di ipotesi da comprovare: ad esempio, per arrivare alle prime teorie sensate sullo sviluppo del bambino e dell’importanza della figura materna e del soddisfacimento dei bisogni sociali e affettivi si dovrà aspettare fino agli anni Sessanta dello scorso secolo, con gli studi di Harlow. Le donne generalmente partorivano in casa –in ospedale generalmente partorivano le poverissime- assistite solo dalle levatrici, che nel migliore dei casi erano donne con anni di esperienza alle spalle, nel peggiore persone che non sapevano nulla di parti e neonati; le cure prenatali non esistevano, l’igiene personale latitava, l’ecografia ancora andava inventata e persino il banalissimo esame dell’albumina per scongiurare la presenza della gestosi, oggi conosciuta come pre-eclampsia –basta orinare in una provetta e metterla per qualche secondo su una fiamma- era sconosciuto. Le donne morivano di parto spessissimo, vuoi perché il bambino era podalico o troppo grosso –ed infatti la preferenza, nella scelta della moglie, cadeva sulle donne dai fianchi grossi-, vuoi perché perdevano troppo sangue e all’epoca nessuno avrebbe mai eseguito un’isterectomia totale per bloccare l’emorragia, anche perché l’utero era una specie di grande mistero della fede, vuoi perché erano presenti patologie –e.x.: pre-eclampsia, ipertensione, diabete gestazionale- o condizioni –e.x.: placenta previa, distacco della placenta- che anche oggi sono un pericolo serio per la madre e il feto, vuoi perché le madri venivano falcidiate da una misteriosa “febbre puerperale”, sia in casa che negli ospedali, di cui nessuno capiva l’origine, finché non si capì che era dovuta alla scarsa igiene personale e all’abitudine dei medici di passare da un’operazione o un’autopsia ad un parto senza sterilizzare le mani in modo adeguato, causando il passaggio di microrganismi, di cui molti patogeni, da altri malati alle puerpere, che quindi si ammalavano e morivano… dovrà passare quasi un secolo prima che i dottori inizino a lavarsi le mani tra un intervento e l’altro e quasi due per portare anche nei bassifondi delle città un minimo di cultura dell’igiene personale. Per i bambini era ancora più complicata: quasi la metà di loro moriva prima di compiere i cinque anni di vita, buona parte decedeva nei primi due giorni dopo il parto, generalmente entro le prime dodici ore. Le cure prenatali, ovviamente, non esistevano, quindi era impossibile diagnosticare malattie e malformazioni o posizioni sbagliate del feto: nascere era come giocare alla roulette russa, i bambini che nascevano morti non si contavano, quelli che andavano incontro ad ipossia durante il parto nemmeno; non c’era nemmeno la possibilità di praticare un cesareo –tecnica applicata quasi solo in caso di morte materna durante il parto-, farlo significava uccidere la madre –i casi di sopravvivenza all’operazione erano considerati dei miracoli, tanto erano rari- e la prima donna a sopravvivere ad un cesareo effettuato con metodi moderni fu Giulia Cavallini -ragazza incinta che era stata affetta da rachitismo durante l’infanzia, con conseguente deformazione delle pelvi che, in epoche meno illuminate, significava generalmente la morte della partoriente o del feto-, che, operata dal professore Edoardo Porro nel 1876, segnò l’inizio di una rivoluzione in campo ostetrico.

Se sopravvivevano al parto, alle prime ore di vita e avevano la fortuna di avere una madre che poteva allattarli o che poteva permettersi una capra, i piccoli dovevano comunque sopravvivere ad una serie di malattie devastanti, prima tra tutte il morbillo, che, se non li uccideva, distruggeva il loro sistema immunitario per anni, lasciandoli esposti e senza difese davanti alle malattie opportunistiche. I bambini, semplicemente, morivano come mosche e i casi di malattie, disabilità e ritardi mentali erano numerosi; spesso una donna partoriva un numero inconcepibile di pargoli, ma meno della metà arrivava all’età adulta.

Senza parlare delle carestie e delle guerre che segneranno la storia dell’Europa almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale –se si viene da zone rimaste fuori dagli stati che aderirono prima alla CECA, poi alla CEE e alla CE e poi all’UE, anche fino agli anni Novanta-, delle epidemie, dei soprusi, delle persecuzioni religiose, della povertà, delle morti traumatiche –traumatologia dovevano ancora inventarla- ma anche del semplice shock culturale o della differenza nella lingua e allora mi sembra più che evidente che no, almeno il 99% delle Sassenach nel passato creprerebbe in modo vergognoso: un viaggio indietro nel tempo non è solo difficile da realizzare in termini tecnici, dato che per ora è solo un’ipotesi e che per realizzarlo, a quanto ne so, servirebbe accelerare la velocità degli atomi fino al punto in cui tempo e spazio di scambiano, è anche un bel terno al lotto in termini di sopravvivenza.

  • Jamie Fraser non esiste. E non perché sia un personaggio letterario, ma perché non è umanamente possibile che esista.

Pubblicità progresso: Sansa è uno dei personaggi migliori di Martin.

Ci sono personaggi letterari caratterizzati da un fortissimo realismo, nonostante facciano magari parte di un mondo irreale: prendo come esempio Sansa Stark della serie ASOIAF. Checché se ne dica, Sansa è un personaggio caratterizzato da un enorme realismo, dato che tutto il suo personaggio è perfettamente coerente sia all’epoca a cui si è ispirato Martin, sia alla sua storia personale; può piacere come può non piacere, ma lei è un personaggio molto reale e come lei molte altre donne della saga come Cat e Cersei lo sono. Jamie Fraser, invece, non è reale: è un bel personaggio, certamente, non lo metto in dubbio, ma la Gabaldon con lui si è scordata il realismo a casa.

Partendo dal presupposto che Outlander sia un romanzo d’amore scritto da una donna per un pubblico di donne  -e che io non abbia ancora letto un romanzo spiccatamente rosa che abbia come protagonista un uomo vero, di quelli che puoi trovare in metro o al mercato- mi pare abbastanza scontato che Jamie sia un concentrato di cliché del gentleman di altri tempi e dell’uomo che tutte le donne vorrebbero… e certo, chi non vorrebbe un uomo non solo intelligente ed istruito, ma anche coraggioso, spiritoso, capace di guidare uomini in battaglia piuttosto che di improvvisarsi mercante con successo, che sa ascoltarti, che ti ama più di ogni altra cosa, che praticamente bacia la terra su cui cammini, che è bravo a letto e magari è pure manzo? Appunto.

Jamie “Sono figo” Fraser

Insomma, la Gabaldon ha creato un bel personaggio –lo ammetto, ci vuole comunque talento per creare un Jamie Fraser che non risulti troppo pesante nella sua inumana perfezione, vedesi quella piaga di Edward Cullen, con le sue pretese di perfezione che causano una profonda irritazione nel lettore-, ma si tratta comunque di un personaggio irreale, che nella realtà è più unico che raro –e di solito è già fidanzato o è gay o sta entrando in seminario, giusto perché l’universo ha un senso dell’umorismo molto particolare-… e qualcuno lo spieghi alle Sassenach, vi prego, perché se leggo ancora un commento in cui si lamentano del marito/fidanzato che non è come Jamie –troppo poco galante, troppo poco manzo, troppo poco tutto e da come scrivono sembra quasi che ne siano pure un po’ schifate-, do di matto.

So che alcune scherzano, che altre lo considerano un po’ quel bel sogno da tirar fuori quando senti che la tua vita fa schifo –tipo trailer di Inside Out-, cose giustissime, per carità, ma ce ne sono alcune serissime e quindi mi chiedo che seri problemi con la realtà abbiano e, soprattutto, perché stiano assieme a gente che, da come la descrivono, verrebbe scartata pure per il girone degli ignavi nell’inferno dantesco e che, tutto sommato, sembri schifarle dal profondo. Mah.

  • Claire non è Wonder Woman…

Caitriona Balfe nel ruolo di Claire.

Prima ho sottolineato come Claire sia una donna molto forte e molto indipendente per la sua epoca ed è vero, è così.

È vero, paradossalmente le donne europee degli anni 20-40 del secolo scorso –tedesche in testa-, erano molto più progredite della loro controparte statunitense, ma Claire raggiunge comunque livelli di emancipazione ragguardevoli, che ne hanno fatto, per alcune riviste e molte fan, un simbolo del femminismo. Come interpretazione potrebbe starci, se non fosse che vedo spesso come considerino questa forza di Claire interamente farina del suo sacco.

Non è così e mi stupisco che soprattutto le fan del libro ignorino bellamente il percorso di formazione della protagonista, su cui vorrei spendere due parole. Claire è nata in una famiglia nobile –probabilmente nobilotti di bassa lega facenti parte della gentry– e probabilmente benestante –infatti i genitori, negli anni Venti, possedevano un’auto-, ma rimane orfana di entrambi i genitori prestissimo, all’età di cinque anni. A questo punto, non avendo evidentemente altri zii o nonni in vita che potessero prendersi cura di lei, viene affidata allo zio paterno, Lamb Beauchamp, che, invece che mandarla in un collegio per signorine di buona famiglia, decide di tenerla con sé.

Claire e la sua infanzia.

Claire passa l’infanzia e l’adolescenza viaggiando per il mondo al seguito dello zio, che è archeologo giramondo –e sappiamo per certo che nel 1926 si trovava in Egitto-, con ogni probabilità entra in contatto con pochissime donne –che non siano le indigene dei posti dove, letteralmente, si accampa- e le viene imposta un’educazione raffazzonata, che si basa probabilmente più sulle nozioni di lettura, calcolo, geografia e storia, miste a conoscenze su come si conduca uno scavo e si allestisca un accampamento che non sulle doti che una signorina perbene dell’epoca dovrebbe avere. Insomma, è una piccola selvaggia che si sposa molto presto, all’età di diciannove anni, con Frank, che ha quindici anni più di lei e nei libri non pare intenzionato o capace di piegare lo spirito libero e testardo di Claire. Forse smussa qualche angolo, ma nulla di più e, per di più, il matrimonio dura malapena due anni, perché poco dopo l’invasione della Polonia, Hitler dichiara guerra al Regno Unito e i due vengono separati: Frank è destinato allo spionaggio, Claire al corpo medico dell’esercito, ossia la ragazza si è fatta almeno cinque anni di guerra da sola, lontana dal marito che, effettivamente, conosceva appena, rischiando la vita, vedendo più gente andare al Creatore di quella che avrebbe voluto vedere. In una situazione poteva fare solo due cose: spezzarsi o diventare ancora più coraggiosa e dura e Claire ha scelto la seconda opzione.

La Claire dei libri, la Claire forte e indipendente non è così perché è nata come tale: sicuramente è nata testarda, ma se i suoi genitori non fossero morti, se suo zio l’avesse lasciata in collegio, se avesse sposato un uomo più intransigente, allora, forse, non sarebbe stata così forte, così indipendente.

Per di più tutto ciò che fa non lo fa perché dotata di superpoteri: conosce le erbe perché ci si è appassionata, sa ricucire un uomo perché era infermiera, “predice” il futuro perché

Durante la guerra furono loro a tirare avanti le Nazioni.

Frank gliel’ha raccontato… insomma, esaltare Claire come se fosse una novella Wonder Woman che salva la situazione in virtù di qualche superpotere ed eliminare completamente sia il contesto storico –durante la Seconda Guerra Mondiale persino le fabbriche furono mandate avanti dalle donne, dato che gli uomini erano al fronte e questo causò una maggiore emancipazione del genere femminile-, sia il contesto in cui Claire cresce è sbagliatissimo e ignorare il suo background e la sua crescita come personaggio, ignorare anche i momenti di debolezza che ha, gli errori che commette sono il modo migliore per non capire che è un personaggio, a mio avviso, di grande realismo e attualità e che sicuramente ha molto da insegnare, ma non se viene letto come ha fatto la stampa e come hanno fatto moltissime fan.

  • Ma non è nemmeno una damina svenevole il cui unico merito è quello di aver accalappiato il manzo.

L’altra faccia della medaglia è chi non considera minimamente l’aspetto caratteriale di Claire –per quello che le riguarda potrebbe essere la copia sputata di Ana Steele o Bella Swan e non se ne accorgerebbero-, soffermandosi solo sull’aspetto fisico di Caitriona Balfe, l’attrice irlandese che la interpreta, e sul fatto che sia sposata con Jamie Fraser.

Per carità, Cait è una donna bellissima e Jamie è un incentivo per invidiarla, ma è mai possibile che davanti ad un personaggio tanto bello come Claire ci siano fan che la considerano solo per il fatto che riesce ad accalappiare il manzo della situazione? Davvero? Proprio non riuscite a pensare ad altro?!

E già qua la situazione sarebbe abbastanza brutta da giustificare una strage, ma si sa che i fandom non mancano mai di stupirci, data la capacità dei fan non solo di raggiungere il fondo, ma di scavare pure per andare più in profondità.

Ecco a voi la seconda parte delle ragioni per cui il fandom di Outlander è spesso da evitare. E tranquilli, gli spiegoni sono quasi finiti e si torna alla mia solita ironia.

  • Bashing immotivato contro Frank, colpevole di non essere il manzo della storia.

Frank. Cornuto e pure beffato, ma taccio o è uno spoiler.

Frank Randall, meglio noto come “il becco”, è il primo marito di Claire… nonché uno dei personaggi più odiati dopo il suo alter ego/antenato Black Jack Randall e devo dire che mi piacerebbe tanto avere una spiegazione sensata per tutto questo odio, ma l’unica ragione è che non è Jamie.

Lui è l’altro, quell’essere brutto e cattivo che ha fatto il madornale errore di sposare Claire per primo –e se non l’avesse sposata col piffero che lei sarebbe mai finita indietro nel tempo-, di essere disperato e di rivolere indietro la moglie e di cercala. Oh, sì e di essere discendente di Jack Randall e quindi, non ho capito bene per quale legge della genetica, malvagio come lui.

Nobel per la Medicina 2015 mi dicono.

  • Scene di sesso sì… ma il resto?

Immaginate di aver appena visto un episodio indimenticabile: pathos ovunque, recitazione da dio, trama eccezionale. Vi sentite elettrizzati, non vedete l’ora di partecipare a conversazioni piene di contenuti sugli ultimi quaranta, splendidi minuti della vostra vita. Aprite la pagina del gruppo di Outlander con la speranza negli occhi e la gioia nel cuore… e improvvisamente volete uccidervi.

Ho capito, è una bella visione, ma ‘sti cazzi, se in una stagione hai notato solo questo, qualche problemino ce l’hai!

Ecco, questo è quello che ho provato ogni singola domenica –pausa stagionale a parte- dopo aver visto un episodio: se per i primi tempi beccavo anche commenti intelligenti sulle puntate, molto velocemente questi sono diminuiti vertiginosamente, lasciando spazio ad una valanga di commenti completamente inutili sulla bellezza dei due protagonisti e le scene di sesso. Oh, per carità, anche nel libro il sesso abbonda e sapevo che sarebbe stata una parte importante della serie… ma seriamente le Sassenach notano solo quello?! Davvero vedono solo il culo o i pettorali di Sam Heughan o la scenetta di sesso? Ma siamo sicuri sicuri che io e queste qua abbiamo guardato lo stesso telefilm?

Poi si dice degli uomini!

  • Sam è manzo, ma abbiate un minimo di dignità!

Sam Heughan è un bel ragazzo e si era capito. Certo, il Regno Unito ha partorito anche figlioli cinque o sei volte più belli, ma non è affatto da buttare, anzi, io mi accontenterei di lui più che volentieri!

Detto questo, è possibile mai vedere un intero fandom di donne arrapate? Io capisco che quando l’ormone chiama, tu devi rispondere, è natura e non rispondere fa male alla salute, ma insomma… un po’ di dignità! La cosa triste è che il fandom non è composto solo da ventenni mie coetanee –gente che, insomma, è ancora nel pieno della tempesta ormonale post-pubertà-, le quarantenni/cinquantenni si sprecano! È vero, anche a quell’età la sessualità è importante e una donna comunque ha il diritto a fare sesso, masturbarsi o a pensare a cose zozze finché campa, ma credo ci sia un limite stabilito dall’intelligenza e una persona teoricamente adulta e matura dovrebbe capirlo.

Per intenderci, molte di queste donne non hanno nemmeno presente come reciti Sam per il semplice motivo che erano più impegnate a sognarlo nudo o ad ammirare i suoi muscoletti che a prestare attenzione al telefilm e, giustamente, ci tengono a farlo sapere al mondo, dando il via all’ennesima conversazione priva di contenuti che si basa solo sull’aspetto fisico di Sam e alle fantasie di queste signore e ragazze.

Un vero peccato, sono sicurissima che apprezzerebbero molto anche il telefilm, se solo la smettessero si calcolare solo Sam/Jamie.

  • Il Millesettecento non è il Ventunesimo secolo!

Come se non bastasse il fatto che, evidentemente, le Sassenach considerino Outlander storicamente attendibile, spesso noto come molte di loro non sappiano nemmeno dove stia di casa la storia. Le lagnanze su certi comportamenti arretrati infatti si sprecano, così come si sono sprecati i commenti negativi su una scena in cui Jamie sculaccia Claire dopo che questa a momenti si fa quasi stuprare e fa quasi ammazzare lui e i suoi compagni facendosi rapire dalle Giubbe Rosse dopo che, giustamente, Jamie le aveva detto di non muovere un solo muscolo –uno dei lati negativi di Claire è che a volte la sua testardaggine non le permette di capire le situazioni in cui si trova-.

Tranquilli, lei gliel’ha fatta sudare.

A parte il fatto che comunque nemmeno Jamie ne è uscito troppo bene, perché qualche calcione da parte da Claire se l’è preso, ma il comportamento potrebbe essere perfettamente coerente con l’epoca –e, sinceramente, anche se la storia fosse ambientata nella nostra epoca io tiferei per Jamie, perché se ti dico di non muoverti e tu non sai nulla del posto in cui sei e dei pericolo che corri e ti fai rapire dal mio peggior nemico, rischiando la tua e la mia pelle, io vengo sì a riprenderti, ma per tirarti il collo-, che non è precisamente nota per i movimenti a favore dei diritti delle donne. Il femminismo, care figliole, lo inventerà Olympe de Gouges solo una cinquantina di anni dopo gli eventi di Outlander e prima di allora in moltissime culture la donna non aveva praticamente diritti e che il marito picchiasse la moglie, anche a sangue, era considerato normale. Persino nel codice napoleonico del 1804 la donna è considerata subalterna all’uomo e il codice napoleonico è ciò che ha ispirato la creazione del nostro codice civile.

Jamie, tutto sommato, ci va giù leggerissimo con lei, eh e forse sarebbe anche il caso di mettersi nell’ottica di leggere un libro ad ambientazione storica tentando anche di capire l’epoca di cui si parla, prima di dare giudizi etici e morali usando il nostro sistema di valori.

  • Considerazioni randomiche sui personaggi.

Mi è capitato anche di leggere critiche che, per quanto plausibili, erano spesso o immotivate –ad argomentare te lo insegnano alle elementari, eh- o più dovute ad un’impressione puramente personale che ad altro e ci stanno, eh, il problema è quando queste opinioni, ovviamente pubblicate in gruppi sotto forma di domande tipo “ma perché X mi sembra *inserirequacriticarandom*?”, “ma sono l’unica che non capisce Y?”, “ma solo io credo che X *inserirequacriticarandom*, a ben vedere, si potrebbero risparmiare, perché il libro e/o il telefilm ti forniscono la chiave per capire le cose e no, lo so che siete ottimisti, ma non si tratta di confronti su opinioni personali: piuttosto direi che si tratta di un modo alquanto triste di mostrare agli altri critiche finto-serie.

Il problema, secondo me, è che molte fan, come ho già detto, hanno prestato molta più attenzione al sesso o agli attori che interpretano i protagonisti invece che alla trama e quindi, sistematicamente, mi trovo a chiedermi se quella stupida sono io o se siano gli altri a non essere in grado di leggere un testo semplice come Outlander e capirlo.

Disgraziatamente non sono io.

  • Cait e Sam non stanno assieme.

Me lo chiedo spesso anche io, Tina.

Come in ogni fandom che si rispetti, le ship sono estremamente presenti –anche se qua impera la ship “ClairexJamie”- e, come al solito, sono presenti anche persone che non sanno distinguere la finzione dalla realtà: Caitriona Balfe e Sam Heughan non stanno assieme, mi dispiace. Vanno d’accordo, si stanno evidentemente simpatici a vicenda, ma non stanno assieme, quindi è inutile che passiate il tempo a: 1) spettegolare come delle lavanderine al lavatoio; 2) a dire cattiverie su qualsiasi donna si azzardi anche solo ad avvicinarsi a Sam: ragazze, lui non ve lo darà mai e non sta con Cait, quindi mettetevi l’anima in pace e capite una benedetta volta che Sam è un uomo adulto e può frequentare chi vuole; 3) a dir cattiverie sul ragazzo di Cait: potrebbe anche essere il mostro delle paludi, ma se a lei piace e ci sta bene assieme, credo che siano fatti suoi, non vostri. Smettetela di scrivere cattiverie per poi pararvi il culo con la storia dell’ironia, perché non è ironia, è che avete evidentemente un limone infilato su per il culo.

Nel complesso, insomma, direi che c’è gente che non è mai uscita dall’infanzia o non si spiegherebbe come mai abbiano tante difficoltà a separare la fantasia dalla realtà.

  • Sam non ve lo darà mai, mi dispiace.

Corollario del punto precedente è l’esistenza di fan assolutamente convinte che prima o poi Sam glielo darà. Ragazze, parliamoci chiaro: difficilmente incontrerete Sam in occasioni che non siano première e altro, difficilmente entrerete in intimità con lui e altrettanto difficilmente ci andrete a letto, quindi smettetela. Davvero, siete penose e non sto parlando del sanissimo desiderio di farsi un ragazzo belloccio, ma di gente che spera in maniera quasi maniacale di poterselo portare a letto o che è sicura che prima o poi si farà dare una botta da lui. Ehm… no.

  • Laoghaire e Nell non sono la stessa persona, esattamente come Frank e Tobias ed è ora che lo capiate!

Laoghaire

Lo so che Laoghaire è odiosa fino al midollo e Frank a molti non piace, per non parlare di Jack Randall, ma Nell Hudson e Tobias Menzies non sono Laoghaire e Frank/BJR! Per Odino, capitelo! Loro interpretano i personaggi, ma non sono i personaggi, quindi è inutile che li odiate, perché non vi hanno fatto nulla e no, Outlander non è una cosa reale, quei due poveracci non sono davvero così –o magari lo sono, ma comunque noi non lo sappiamo- e quindi è da stupidi prendersela con gli attori se interpretano personaggi infami.

Questo è decisamente un comportamento stupido ed infantile!

In realtà di motivi per odiare il fandom ce ne sono altri, ma sono troppi e se andassi avanti, spoilererei le prossime stagioni. Insomma, come al solito una bellissima opera viene rovinata da dei fan con evidentissimi problemi a venire a patti con la realtà e a comportarsi come adulti e non posso fare a meno di pensare che, purtroppo, i fandom siano il grande male della tv, del cinema, della musica, della letteratura, ecc…: se da un lato ti permettono di scambiare opinioni con gli altri, di reperire materiale e di avere magari qualche spoiler di opere in uscita, dall’altro sono un ottimo modo per allontanare i fan o disgustare chi è fuori dal fanbase, che si fa un’idea spesso sbagliata dell’opera o comunque la giudica male non tanto per le effettive pecche tecniche, di trama, di personaggi o altro, ma per la gente che professa di adorare l’opera X e che si comporta nei modi peggiori.

Spezziamo però una lancia a favore delle Sassenach: i soggetti sani ci sono. Forse pochi, ma ci sono e sono persone che amano davvero Outlander e sono capaci di ragionare ed intavolare conversazioni sensate, profonde e splendide. Sono quelle persone che ti fanno tornare un minimo di fiducia nell’umanità, insomma.

E spezziamo una lancia anche a favore dell’opera: se ancora non avete letto/guardato Outlander, fatelo. Non fatevi scoraggiare da quello che ho scritto o dalle vostre esperienze con le fan –se ne avete avute-: comprate il libro o scaricatevi gli episodi e guardateli. Non vi assicuro che vi piacerà tutto, ma ci sono sicuramente personaggi e scene che meritano tantissimo e potrebbe anche essere un bel momento da condividere, perché no, col vostro moroso/marito.

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Se vi riconoscete come autori delle immagini usate, battete un colpo che vi cito.

Sì, mi è presa la mania della Tina Cipollari. Non ci posso far niente, è troppo trash per non amare i suoi meme.

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Quali sostanze pericolose nei nostri cibi?

OggiScienza

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SALUTE – Una delle domande che ci facciamo più spesso quando mangiamo è: “ma sarà sicuro?”

La risposta, parziale, l’ha data recentemente l’Autorità Europea Per La Sicurezza Alimentare (EFSA) nel Report 2015, secondo cui il 97% dei campioni presenta pesticidi sotto il limite di legge, anche se è emerso qualche dato al di sopra che fa riflettere.

Cosa si monitora?

Per garantire la sicurezza dei prodotti vengono fatti studi sulle varie sostanze e i loro possibili effetti dannosi e vengono quindi stabiliti i limiti di legge, i cosiddetti livelli massimi di residui (LMR). Gli Stati Membri sono quindi tenuti a effettuare controlli per verificare la conformità con questi limiti. Gli LMR possono essere superati ad esempio per un utilizzo scorretto di pesticidi, ma sono di solito ben inferiori a quelli che potrebbero portare problemi di salute. 

Lo scopo del Report, annuale, è quello di monitorare i livelli di sostanze chimiche potenzialmente pericolose presenti…

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Una Giustizia veloce è migliore per tutti, anche per gli animali. Perché gli animalisti non la vogliono?

Pro-Test Italia

Ultimamente sul web non si fa altro che discutere di un decreto delegato sulla depenalizzazione dei reati considerati di lieve entità, tra i quali sarebbero compresi anche quelli contro gli animali. A sentire le associazioni animaliste, che gridano sempre allo scandalo, parrebbe che il Governo voglia cancellare i reati di maltrattamento e uccisione di animali.

La realtà è diversa.

Detto decreto, di cui il Consiglio dei Ministri ha approvato uno schema che da attuazione alla legge delega 67/2014, non cancellerebbe i reati, non andrebbe ad influire sulla tutela dei soggetti offesi, che potrebbero comunque richiedere ed ottenere un risarcimento in sede civile, ma consentirebbe invece una più rapida definizione dei procedimenti iniziati per tutti quei reati che prevedono condanne ad una pena detentiva non superiore nel massimo a 5 anni oppure una sanzione pecuniaria, prevista da sola o in aggiunta al carcere.

Lo dice la lettera m) dell’articolo 1…

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Il Caso “Francesco Sole”: quando la gente viene presa per il culo

Antefatto: Francesco Sole, “nom de plume” –si fa per dire, visto che il fanciullo ha scritto ben poco e plagiato tanto- di Gabriele Dotti, è noto al web per le sue frasi da Tumblr boy –e palesemente copia-incollate da Tumblr e altre pagine, cosa che gli è valsa già altre critiche-, farcite di filosofia spicciola e talmente banale e ovvia da spingermi a dubitare dell’effettivo QI di chi scrive queste frasi e di chi le condivide spacciandole per chissà quale verità rivelata, nemmeno si trattasse della scoperta precisa dei meccanismi del Big Bang. In ogni caso si tratta di una figura apparentemente “acqua e sapone” –con vaghe tendenze

Il Tumblr boy, specie alloctona che minaccia autori e poeti seri, si distingue per le frasi finto-filosofiche degne dei pensierini di terza elementare e per il look acqua e sapone inframezzato da tatuaggi, capelli di colori improbabili, dilatatori o altre “espressioni artistiche della personalità” -in gergo dette “‘sti paperi stanno semplicemente seguendo una moda facendo gli splendidi“- che riscuotono forte successo nelle loro simili, le Tumblr gurlz, ragazze finto depresse che, a loro detta, hanno addosso più sfiga loro di uno jettatore.

all’hipster made in Tumblr-, di un ragazzo sveglio, se non proprio intelligente, che ha avuto fiuto nel capire ciò che il mercato chiede e che prontamente ha creato il prodotto giusto, scalando le vette del successo sul web italiano e che, tutto sommato, si è fatto da solo nonostante la scarsa qualità di ciò che offre.

Il già citato Sole poco tempo fa, grazie ad una provvidenziale botta di culo, pubblica un “libro” –leggesi “un insieme di carta sprecata e che avrebbe avuto un destino migliore finendo nei cartoni della pizza o nella carta igienica Foxy”- che raccoglie tutte le sue “massime”, vantandosi, per altro, di averci messo tre giorni e tre notti –come si suol dire: grazie al cazzo! Hai plagiato frasi a destra e a manca e poi le hai ricopiate in un documento Word o in un PDF! Immagino la difficoltà! Stendhal ci ha messo circa tre, quattro mesi per scrivere Il Rosso e Il Nero, mica bruscolini, quindi non è che tu abbia compiuto chissà quale impresa eroica, M. Sole!-. Sembrerebbe, insomma, che un semplice ragazzo del web, toccando i tasti giusti e lavorando sodo almeno dal punto di vista del marketing, sia riuscito a farsi notare e a gettare le basi per una promettente carriera –diamogli il beneficio del dubbio credendo che sappia anche cacciar fuori farina dal proprio sacco-.

Appunto, sembrerebbe. La realtà, invece, è un po’ diversa e salta fuori con la prepotenza di

La Lucarelli ha il dono di dire cose serie e sensate, illudendoti su una sua ritrovata capacità di ragionare come un’adulta, per poi ricadere nel baratro della banalità e dell’infantilismo più totale.

un’esplosione termonucleare, anche grazie a Selvaggia Lucarelli –altra persona che, salvo rari interventi sensati, solleva nel pubblico molti dubbi sul suo QI- che spamma il libro di Sole incensandolo tanto che pare che il ragazzo abbia riscritto la Divina Commedia: Francesco Sole è stato creato a tavolino dalla stessa Lucarelli, da Eugenio Scotto e Facchinetti. Ma bene, guarda te che novità! A pubblicare sono i soliti raccomandati! Ma che sorpresa!

Ovviamente la cosa scatena le ire del web e a ragione: capiamoci, il web è una giungla. Davvero una giungla. In un posto in cui i diritti di autore sono sconosciuti, pubblicare i propri lavori significa essere pronti a mangiarsi vivo chiunque te li plagi –e lo dico per esperienza-, però il web è anche la Merica di scrittori, videoamatori, fotografi, pittori, fumettisti, ecc…, perché è davvero la terra delle occasioni: con un po’ di accortezza, si può aprire una pagina, un blog o un sito e farsi pubblicità, si può perfino arrivare ad essere contattati per poter pubblicare un proprio lavoro, vuoi come libro/fumetto/quello che volete a sé, vuoi in un’antologia. Insomma, il web è lo spazio delle grandi occasioni, a maggior ragione in Italia, dove di occasioni ce ne sono ben poche per tutti i “creativi”. Del resto, in tv abbiamo la Rodriguez, mentre gente uscita da scuole di arti sceniche, dotata di talento e controcoglioni viene scartata perché priva della spintarella… e magari fosse solo in tv: in questo Paese senza spintarella e senza conoscenze è difficile fare strada, molto, molto difficile e lo dico per esperienza.

Provate ad informarvi su ciò che dovete fare per pubblicare una semplice antologia di racconti e vi cadranno le braccia, per non dire altro: solo le case editrici minori –sempre a pagamento e a volte pure truffaldine, tanto per gradire- danno la possibilità di pubblicare, assieme a nomi come la Feltrinelli o Amazon, che hanno aperto spazi appositi per poter pubblicare modeste quantità di vostri scritti –sempre a pagamento, eh, che nessuno regala niente in questo mondo- negli store online. I grandi nomi dell’editoria, al 99.9%, vi sbattono la porta in faccia e cestinano i vostri scritti senza

E per la serie “I paradossi dell’editoria”: E.L. James, meglio nota come l’autrice di “Cinquanta sfumature di grigio”, che ha furbescamente evitato l’accusa di plagio chiamando i suoi personaggi Christian e Anastasia invece che Edward e Bella, dato che i suoi romanzi sono nati come fan fiction di Twilight. La signora è diventata famosa dopo aver pubblicato una trilogia “erotica” -come un triglia- incentrata sul bondage -che però BDSM non è- e sul rapporto di una timida vergine -che si trasforma in una porcona da far invidia a Cicciolina- e di un povero imprenditore miliardario che possiede circa mezzo emisfero boreale -a nemmeno trent’anni e avendo fatto tutto da sé, a quanto sembra. Probabilissima come cosa…- e che è stato la povera vittima di una madre tossica e di una pedofila. Nella vita reale la descrizione di Mr Grey Ottimo Direi è quella che, nei manuali di psichiatria e psicologia, viene fatta degli stalker, degli erotomani e dei gaslighter. Per intenderci, è da metterlo in una stanza con le pareti imbottite e gettare la chiave ma, ehi, è il sogno erotico di un sacco di donne. Convinte loro…

nemmeno guardarli, perché “non ci interessa”, “al momento non c’è mercato per questo genere di cose”, ecc… -che mi spieghino come possono non essere interessati se nemmeno leggono i manoscritti-. Poi però pubblicano la James, Moccia e Sole. Per farvi capire i livelli paradossali a cui si arriva.

È vero, da che esiste la letteratura esistono libri di m… scritti solo per vendere –a maggior ragione quando l’editoria è diventata un “fenomeno di massa”, grazie all’ampliamento del mercato iniziato nel XIX secolo-, ma, per lo meno, qualcuno quei libri li scriveva e, generalmente, erano scritti con una sintassi corretta ed è altrettanto vero che l’editoria in generale sia in crisi e che la maggior parte dei lettori si accontenti di letture simil-intellettuali con un livello di difficoltà addirittura inferiore a quello della Pimpa –e non parlo di chi, occasionalmente, si lasci andare anche a letture sceme, perché quelle servono a tutti: io parlo di gente che al massimo, nella vita, ha letto Dan Brown e gli Harmony e li considera alta letteratura-, ma è indubbio che moltissimi talenti vengano tagliati fuori dal mercato perché non hanno agganci –e quindi gli editori nemmeno si sprecano a leggersi i plichi che vengono loro recapitati- e che anche un romanzo di nicchia possa avere un successo inaspettato –vedesi Martin. Prima di lui quanto tiravano gli epic fantasy? Appunto.

Quest’uomo -George Martin, meglio noto come Il Ciccione o Il Sadico Assassino di Personaggi– ha fatto conoscere al grande pubblico l’epic fantasy meglio di quanto non abbia fatto la buonanima di Tolkien -che ha il difetto di non avere uno stile semplice ed immediato, per quanto sia stato un vero e proprio genio-. Notiamo che l’epic fantasy è sempre stato un genere abbastanza di nicchia e che, in generale, buona parte dei sottogeneri fantasy non siano precisamente la cosa più mainstream del mondo.

Dunque, facendo il punto della situazione, abbiamo un mercato editoriale che non funziona, un soggetto che più che plagiare non fa e che è stato creato a tavolino da dei loschi figuri e un successo immeritato che ha fatto girare le cosiddette a molti, che sul web sputano sangue anche solo per raggiungere i cento like a disegno o le duecento visualizzazioni a storia.

Ma, ehi, la verità è che io di Sole me ne sbattevo: sì, il plagio è un comportamento scorretto e molto triste, lui non mi è mai piaciuto e questa storia fa davvero pietà, ma, dopotutto, quelli davvero da criticare erano la Premiata Lucarelli & co., non Sole… almeno finché il Pulitzer de noaltri ha tenuto il becco chiuso.

Fine antefatto –vi rimando all’articolo di D, che spiega ancora meglio di me quanto questa storia ce le stia facendo girare-.

Dicevo: Sole, finché non ha tenuto chiusa quella boccaccia, alla fine era sì il target dello scazzo, ma, dopotutto, poteva godere del beneficio del dubbio. Capiamoci, abbiamo fatto tutti i duri e i puri, ma quanti davvero rifiuterebbero la possibilità di avere un contratto vendendosi per poi avere la possibilità di pubblicare un lavoro vero e sudatissimo in futuro? In pochi –e sono una di quelli. Mi dispiace, ma non ci posso fare niente: non sono Shakespeare, sono un concentrato ambulante di disagio e trash allo stato puro, roba che risulto più trash di un videoclip degli anni Ottanta, ma a certi livelli non mi abbasso nemmeno a pregarmi. Brutto difetto-, perché comunque si tratterebbe di una chance non da poco. So che è brutto dirlo, ma ci vuole un minimo di realismo nella vita e negli affari: a volte vedersi paga… ma bisogna anche avere la consapevolezza di essersi venduti e che quello che stai pubblicando con il tuo nome è lavoro di altri e che di tuo c’è giusto la faccia e, forse, il nome, perché quella consapevolezza è importante: ti sei fatto strada con un lavoro di m… e non tuo e quindi, per guadagnarti davvero quella fortuna, devi non solo a te stesso, ma anche ai poveri diavoli che non ce l’hanno fatta –nonostante il talento, eh, perché purtroppo è così: puoi avere tutto il talento che vuoi, ma il fattore C è

Il fattore C è quello che ti serve quando vuoi sfondare nel mondo dello spettacolo, della musica o dell’editoria. Nei primi due casi, se sei una donna, va bene anche il fattore Poppe, tanto Autotune e l’ignoranza del pubblico fanno il resto.

preponderante-, il massimo impegno per dimostrare ciò che vali, pena il linciaggio –mediatico, se ti va bene- ed il dimenticatoio.

Sole, evidentemente, questa consapevolezza non ce l’ha e, altrettanto evidentemente, non ha nemmeno quel minimo di sale in zucca che gli avrebbe fatto capire che è meglio tacere quando si ha a che fare con gente che, molto giustamente, vorrebbe incaprettarlo, sgozzarlo come un agnello e buttarlo in un pozzo: ecco che il raccomandato pubblica sulla pagina YT di Fanpage.it un bel video in cui tenta di darsi un tono e di rispondere a chi lo critica.

Premessa n°1: questa balla del “nessuno mi può giudicare” inizia a sfrancare le cosiddette, ergo Sole non avrà nessuno sconto, non da parte mia, almeno.

Premessa n°2: WARNING, l’ironia ed il sarcasmo, a questo punto, potrebbero raggiungere livelli altamente tossici.

Premessa n°3: no, non sono invidiosa di Sole, perché non sono abituata a vendere il culo per arrivare in alto. Se proprio ci devo arrivare, voglio farlo dimostrando quanto valgo, fine e ci sono altri motivi molto più seri per darlo via che pubblicare un libretto per pezzenti e zoticoni –sì, sono una dannata classista borghesotta, blablabla, non mi dite nulla di nuovo e no, vengo fuori dalla classe operaia, ma dettagli-. E no, non rosico perché ha pubblicato un libro: una mia conoscente ha appena pubblicato un romanzo e non me la sono mangiata a colazione, perché la ragazza –ed il suo libro- merita e sono contenta per lei, dato che so per esperienza tanto sia difficile scrivere bene. Quindi non iniziate con “ma tu sei solo invidiosa, gnégné”, perché giuro che vi strappo la pelle di dosso e mi ci faccio degli stivali. Capito?

Finite le premesse, vi dico che questi sono stati i 4.47 minuti più lunghi della mia vita. Davvero. Non saprei dire se a renderli così lunghi sono state le boiate di Gabriele Dotti, in “arte”-sì, quella della truffa- Francesco Sole o la mia voglia di trovarlo e tirargli un cartone. Forse la seconda… in ogni caso, credo di aver tirato giù tutti gli angeli e i santi del Paradiso –e qualche divinità norrena e romana, tanto per gradire-; non tanto per quello che dice -insomma, non c’è nulla di nuovo sotto al sole, dopo le directioner e le Tumblr gurlz ero mentalmente preparata a questo genere di cavolate cosmiche-, quanto per la faccia di tolla nel dirlo.

Il video parte con due scenette tenere e pucciose: Sole che fa le smorfie davanti alla telecamera –dafuq?!- e Sole circondato dalle sue fan -guarda caso quasi tutte ragazze tra i quindici e i venti… chissà come mai- che strillano e piangono da far impallidire le groupie del vecchio Sid –e vi ricordo che Nancy era una sua groupie -, prontissime a farsi selfie,

Sid e Nancy. Sì, sono una loro fan e no, non credo nemmeno un po’ che Sid l’abbia uccisa.

sorridere raggianti, farsi abbracciare e fare una fila kilometrica per farsi autografare il “libro” –gli Aforismi di Wilde sono un libro di aforismi. Questo categoricamente no!-. Insomma, vogliono darci l’immagine di un ragazzo semplice, alla mano, molto gentile, disponibile e anche simpatico che ha raggiunto il successo facendosi amare dalla massa e la cosa potrebbe anche funzionare, se non fosse che le porcate della Premiata Teleditta che lo ha lanciato le conosciamo bene e che lo stesso Sole sputtana tutto appena inizia a parlare.

“Questo libro […] è una raccolta di pensieri, stati d’animo, esperienze, […] che ho provato, condiviso su Facebook… che ho letto, mangiato, sentito. Insomma, una serie di frasi che mi hanno coinvolto, mi hanno emozionato e mi hanno aiutato […].”

Già qua vorrei tirargli un cartone… facciamo più di uno. Perché? Semplice: il nostro grande scrittore si è dimenticato di dire che più di una volta sono stati riscontrati plagi nel suo lavoro. Ora, è vero che quelle frasi sono di una banalità talmente eclatante che anche una scimmia ubriaca potrebbe scriverle, ma comunque rimane estremamente scorretto plagiare consciamente e volontariamente il lavoro altrui facendolo passare per proprio ed evitando accuratamente di citare le fonti. Non si fa, punto. Quelle frasi non sono di Sole, ma di chi, per primo, le ha messe sul web: lui si è limitato a copiarle su dei post-it e ad aggiungere turpiloquio a random. Fine della fatica.

Ti hanno emozionato? Bene, son felice per te. Ma facci il favore di non farle passare per farina del tuo sacco, grazie, perché è squallido quasi quanto pubblicare una raccolta di proverbi cinesi e farli passare per idee proprie: non esiste!

“[…]l’ultimo anno della mia vita, in cui, grazie a Facebook, grazie ai social network, sono riuscito a realizzare nel mio piccolo un sogno.”

Ti conviene ringraziare la Premiata Teleditta, Sole, dato che sono state le loro strategie di marketing –di tutto rispetto, perché questa gente sa benissimo ciò che fa e lo ha fatto dannatamente bene, anche se poi si son sputtanati da sé- a portarti in alto. Tu hai fatto ben poco.

Ora, non dubito che, magari, ci saresti potuto riuscire anche da solo, ma così non è stato: hai ricevuto una tale spintarella che vederti ringraziare i social lasciando sottintendere che, comunque, tu abbia fatto tutto da te, è un insulto verso chi, con tanta fatica, ogni giorno cerca di farsi conoscere. Tu sei un disonesto, un mascalzone e quel faccino soddisfatto dovresti nasconderlo, soprattutto in vista di ciò che stai per dire e che abbassa ancora di più la tua reputazione.

Dopo spezzoni random dei video in cui le “star” di Youtube, come vengono definite dal genio che ha montato il video, criticano Sole –ovviamente niente audio originale, niente riassunto delle critiche, ma solo una musichetta patetica e dei sottotitoli che dicono tutto e niente, perché si sa che il dovere di cronaca ultimamente è il grande assente del giornalismo più o meno professionale di questo Paese e quindi chissene di spiegare il punto della questione-, Sole si dichiara dispiaciuto. No, ehi, fermi, non festeggiate! Ho detto dispiaciuto, ma non ho ancora spiegato il perché.

“[…] perché cercare di costruire qualcosa di collettivo in una community… l’invidia, insomma, porta un po’ a… che poi, vabbé, non so neanche come parlare. Sì, ho visto qualche video di questi, tra virgolette, colleghi, ma… io non penso di essere più bravo di nessuno (questa segnatevela, perché il prossimo spezzone di audio la dice lunga su questo personaggio), se loro sono… se questa community di Youtubers è più brava, è giusto che lo dimostri, che vada avanti. L’unica cosa è che io credo che per dimostrare di essere più bravi dobbiamo farlo vedere, non parlare e basta e quindi credo che sia più giusto fare qualcosa, non criticare gli altri.”

Vi ricordate quando dicevo che gli tirerei volentieri un cartone? Ecco, adesso siamo passati direttamente al “mo’ lo impicco e risolviamo il problema”. Ora, secondo Sole tutto si riduce a mera invidia: gli youtuber sono invidiosi di lui, chi lo ha criticato è invidioso di lui. Povero, il mondo lo odia!

No, dai, siamo seri… posto anche che ci possa essere gente invidiosa di lui –e chi lo nega? L’invidia esiste, non è che sia precisamente una novità-, sembra che il ragazzo qua abbia volontariamente ignorato il reale contenuto delle critiche: da una parte l’inconsistenza del suo lavoro –e le ripetute accuse di plagio, ma presumo che questo sia un altro come Berlusconi: innocente sempre e comunque, sono i magistrati comunisti mangia-bambini o, in questo caso, gli youtuber cattivi e invidiosi, che lo accusano sempre e comunque-, dall’altra il fatto che, dopo aver finto di essere uno acqua e sapone e, dopotutto, di aver dato un minimo di speranza anche a noi poveri mortali, si è rivelato un venduto. Né più, né meno. Fine. La questione è questa: perché noi poveri diavoli dobbiamo sputare sangue e comunque trovarci a sbattere il muso contro una porta, mentre lui, al massimo della disonestà, si è fatto passare per un self-made man quando, in realtà, aveva dietro gente di un certo calibro all’interno del mondo dell’editoria?

Non è invidia, Sole: è scazzo. Scazzo perché c’è gente che passa la vita a sperare di essere notata e che sgobba notte e dì per avere almeno una possibilità e poi arrivi tu e, mentendo a destra e a manca, confermi che per avere successo contano solo imbeccate e contatti. Scazzo perché il web è la nostra Merica e nessuno di noi vuole che gli stessi meccanismi che regolano l’editoria insozzino questa terra delle opportunità –nonostante forme più o meno organizzate di “mafia” e “clientelismo” già esistano, ad esempio, nel mio mondo, ossia quello della scrittura amatoriale e del fan writing-, facendo emergere solo quelli disposti a piegarsi in tutto e per tutto alle esigenze del mercato e non chi lo merita davvero.

E no, Sole, non è facile emergere. Non lo è nemmeno per chi ha pagine con millemila like, perché sì, anche loro hanno difficoltà a raggiungere editori, registi, produttori, dato che, molto semplicemente, questi sono interessati a ciò che può portare profitti –cosa giustissima, un’impresa di sicuro non va avanti a cuoricini e cupcake-, non al talento. Puoi anche essere il nuovo Tupac -ditemi quello che volete, ma questo è vero rap- o un redivivo Flaubert, ma se non corrispondi alle esigenze di mercato, generalmente ti preferiranno Moreno o Moccia, fine del discorso. Gli affari sono affari, il talento è ben altro e non sempre le due cose vanno a braccetto. Quanti youtuber italiani sono effettivamente arrivati al successo? Che a me risulti tre: tu, i Pantellas –che sono scomparsi anche velocemente dalla tv- e Favj. Fine. Quanti sono gli youtuber italiani? Più di tre, decisamente molti più di tre e a volte molto più dotati di talento o di arguzia.

Tu hai avuto la botta di culo? Bene, ora sei famoso… vuoi un applauso? Tesoro, non sei diverso da Justin Bieber o da gente della sua risma: la Premiata Teleditta ti ha usato perché ha capito che avresti potuto vendere. Sei una gallina dalle uova d’oro. Ma non ti credere, appena smetterai di essere utile, farai la fine dei Backstreet Boys o delle Spice

Se siete nati prima del 1995, le Spice Girls e “Wannabe” le ricorderete di sicuro.

Girls: finirai nel dimenticatoio. Ogni tanto, in qualche programma che parla di vecchie “star” verrai intervistato, forse proveranno a rilanciarli, ma un prodotto che non funziona più viene ritirato dal mercato: vale per i telefonini, per le auto, per i jeans e anche per le persone. Non fare il galletto, perché ancora non hai dimostrato niente a nessuno: hai talento? Bene, lo spero per te, ma ancora dobbiamo vederlo questo tuo grande dono. Allora, e solo allora, avrai il permesso di farci il predicozzo sul darsi da fare, anche perché buona parte della gente che hai preso in giro –disegnatori, scrittori, poeti, fumettisti, ecc…- si fa il culo molto più di quanto non te lo sia fatto tu, credimi.

“Io stimo chi fa qualcosa… chi critica… non lo so, gli posso offrir una cena… ma più di quello… non gli posso applaudire, perché non è sempre bello affrontare le critiche, non è facile e… però penso che… insomma, sono tutte un po’ delle stronzate, quindi cerco di lasciarmele scivolare addosso […] anche perché lo zio di Spiderman (lo zio Ben, santa Frigg!)diceva: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità.” e quindi, nel mio piccolo, avendo questo superpotere che in tasca ho un cellulare che posso condividere pensieri […] a un milione e passa di persone e questo, secondo me, è un superpotere… l’ho acquisito grazie a molte persone che credono in me (sì, la Lucarelli, Scotto e Facchinetti, coff, coff…) e che hanno cliccato mi piace […]e quindi cerco di concentrarmi su questo […]”

Lo sai, vero, che c’è gente che fa il critico di professione o a livello amatoriale, vero? No, giusto perché tu ti metta nell’ottica corretta: la critica è un diritto della gente e, forse, dovresti anche prestare un minimo di attenzione ai pareri negativi che circolano sul tuo conto, perché anche da quelli si impara e pure tanto… e lo sapresti se tu scrivessi veramente, perché sul web c’è gente pronta a mangiarti vivo per una virgola sbagliata o una consecutio temporum traballante, altro che per la tua patetica ed evidente ipocrisia.

No, aspetta, ho dimenticato che tu sei la povera vittima di tutta questa storia. Niente, dimentichiamo tutto quello che ho appena scritto.

Segue il toccante racconto dei suoi inizi, ma su questo non mi dilungo.

“E al di là delle critiche […], Facchinetti non è neanche mio parente.”

Ehmbé? Non è che il fatto di non essere parenti possa attenuare quello che è successo. Ripeto: vendersi è un conto. Non è una cosa esaltante, ma nemmeno il male assoluto e può anche essere un modo ingegnoso per aprirsi le porte del mondo dell’editoria piuttosto che del cinema o di quello che si vuole, ove ci siano la furbizia ed il talento necessari a sfruttare la situazione e a non farsi usare come una marionetta, ma nel momento stesso in cui vengono fuori non solo uscite del genere, ma accuse fondate di plagio, allora la storia cambia.

Sei un disonesto, punto. Ti senti realizzato? Bene, ma non farti passare né per eroe, né per miracolato.

Non commento gli ultimi secondi, che sono un messaggio di speranza –e che siamo, a messa?!- per tutti noi poveri disgraziati che triboliamo anche solo per ottenere una recensione sul web, figuriamoci per farci notare, perché davvero, ho solo bestemmie e insulti.

Voglio concludere con delle considerazioni personali: ho visto gente mediocre e non poco riuscire ad arrivare alla pubblicazione. Gente che, rispetto ad altri che operavano nello stesso settore, non aveva assolutamente nulla di particolare, era perfettamente nella media sia nello stile che nelle trame proposte, ma che aveva avuto la botta di culo di piacere ai lettori e quindi di avere un ottimo riscontro da parte del pubblico, a differenza di veri e propri capolavori –e quando dico capolavori, intendo che darei tutti e due i reni e anche la milza per scrivere così- bellamente snobbati dalle lettrici, perché, molto semplicemente, non erano storie che “vendevano”, pur essendo ad un passo dalla perfezione: non riscontravano i favori delle lettrici a volte per la sintassi troppo curata,  a volte per l’assenza di quelle trame che vanno di moda –certo che se le trame di moda sono quelle che girano sul fandom delle directioner, io mi rallegrerei nel non essere stata notata, dico

Artemisia Gentileschi: questa donna non era solo una brava pittrice, ma aveva anche due palle così, eppure è stata rivalutata solo negli ultimi decenni.

davvero, ma pensiamo positivo: a volte nemmeno ai grandi scrittori e artisti è stato dato il giusto merito, come è successo per I Malavoglia di Verga o Van Gogh e sono stati rivalutati solo dopo la loro morte o moltissimi anni, se non addirittura secoli dopo, come la Gentileschi-.

Il gusto del lettore o del cliente non indica forzatamente una qualità migliore e quindi voglio ricordare a tutti, sia a certi fenomeni da baraccone che a chi ormai non ha davvero più la forza di tentare di farsi strada, che è il fattore C –che possiamo molto tranquillamente chiamare “fattore profitto”- a determinare chi, alla fine, riesce e chi non riesce.

È inutile raccontarci balle: le imprese vendono solo prodotti che possono piazzare sul mercato per conseguire un utile e l’utile dipende dal cliente. Se il cliente medio si accontenta di Moccia, di Justin Bieber, di Kristen Stewart, non ci si può fare molto: si può continuare a tentare aspettando tempi migliori, ma non c’è la garanzia che il talento venga giustamente ripagato.

Dopotutto non è nemmeno colpa degli imprenditori e dei dirigenti: dai, quanti di noi andrebbero a lavorare a gratis? Nessuno e lo stesso è per loro: non lavorano per andare in perdita.

Ma ricordatevi comunque una cosa: un libro pubblicato non significa essere bravi. Se poi minimo metà del libro è un plagio, men che meno.

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